nella categoria «traduzione»

non scriverò mai niente di serio, ormai l’ho capito – servirà invece come stupidario…
oggi ero in tram, e su un autobus che mi passava accanto ho visto ciò che si poteva ben temere:  con tutti i titoli di film che ormai si lasciano in originale (anche roba lunga e impronunciabile per l’italiano medio come me and you and everyone we know), questo l’hanno dovuto tradurre. e come l’hanno tradotto? V per vendetta.

r.i.p.

mi tocca confessare il misfatto – una cosa che non è assolutamente da me, lo giuro, dovete credermi, inspiegabile, incredibile (ma indubbiamente un segnale preoccupante). sabato scorso ho messo l’ipod in lavatrice. ringrazio tutte le persone carine che hanno pubblicato in rete resoconti apparentemente genuini di ipod risorti da lavaggio e centrifuga, una volta evaporata l’umidità: per qualche giorno mi hanno aiutato a sperare… ma il lavaggio a 60 gradi è stato veramente troppo (lo dicono anche le istruzioni, che la temperatura di, ehm, stoccaggio non deve superare i 45 – forse con un lavaggio delicato sarebbe andata meglio?).  se qualcuno vuole un ipod morto, è pulitissimo, più bianco che mai. solo per un breve momento, verso mercoledì, si è sentito girare l’hd rotto. le cuffie invece funzionano ancora.
per fortuna non mi ricordo assolutamente di quanti di quei 20 GB di musica non ho backup. e per fortuna avevo già preso un lavoro extra, che forse mi permetterà di impadronirmi in primavera di una di queste creature (peraltro prive di connessione firewire, ohibò). per ora si soffre in silenzio, è il caso di dirlo.

dov’era finito

griffin dunne? ecco che me lo trovo a fare il cattivo in un episodio di law and order c.i., tanti anni dopo aver incarnato gli incubi – da me fedelmente coltivati – di fuori orario e un lupo mannaro americano a londra. devo dire che non è cambiato molto (solo, a tratti, manifesta una leggera somiglianza con il deprecabile andy garcia). la serie mi pare buona; aspetto con impazienza le stagioni con annabella sciorra.

sul binario

battuto da pioggia e vento, in attesa di un treno che non arriva e non dà segno di sé (niente campanella, passaggio a livello aperto), mi chiedevo dove fosse il ferroviere. a vederlo arrivare dal parcheggio della stazione sotto la pensilina male illuminata, una scatola di cartone sopra la spalla e un ombrello leopardato nell’altra mano, sembra un’entrata in scena da teatro dell’assurdo. la stazione, perso con la chiusura della biglietteria il fascino ordinato dei particolari in legno e ferro primo novecento, è un deserto devastato di macchine che non funzionano, graffiti e arredi sopravvissuti a stento al vandalismo, tocco finale un inutile e orrendo sottopassaggio tra gli unici due binari. lui è rimasto da solo, è rimasto perché abita con la famiglia al piano superiore del fabbricato. deve controllare che il personale addetto ai servizi di manutenzione e pulizia faccia il suo lavoro, e basta. la notte sente i rumori dei teppisti che passano a scassinare il distributore di biglietti, oppure la mattina trova i rifiuti di chi si è fermato a dormire lì. lo si può vedere che dà una passata di candeggina al pavimento, perché gli addetti non puliscono abbastanza e lui ha paura che la bambina si prenda «un virus». quasi tutte le domeniche c’è qualche disservizio che dà adito a infinite lamentele del ferroviere, se gli si dà corda, contro la privatizzazione prodiana che ha moltiplicato la selva degli appalti moltiplicando le occasioni di corruzione e disfunzioni. ora tutti i treni passano sul secondo binario, quello lontano dall’edificio, perché a deviare sul primo perdevano tempo, e trenitalia, che paga alle ferrovie il pedaggio «sul ferro», avrebbe avuto il diritto di chiedere i danni per il ritardo. così almeno dice il ferroviere della stazione abbandonata, col suo accento del centro-sud che suona sempre stranamente caloroso, lì tra la montagna incombente e il lago. (e non ci vuol molto a capire che è un po’ un nostalgico di «quando i treni arrivavano in orario».)

ieri ho fatto

– una cosa furba, andare a vedere un eduardo di santagata al crt.  ce ne sarà un altro a marzo, e perché negarselo. questo voci di dentro era cosa di fantasmi domestici, fantasmi in cucina per così dire, non solo quelli dei sogni dei protagonisti ma quelli evocati da pochi piccoli oggetti scenici di grande concretezza, come le teglie per i maccheroni (quelle di alluminio), un pentolino per il latte, le vecchie cucine a gas (i cui sportelli del forno formano per lo spettatore di oggi una parete di piccoli schermi), due sfolgoranti spicchi di luminarie da festa patronale.
– una cosa estremamente poco furba, di cui dirò una volta chiarito l'esito ancora incerto. (per ora definiamolo un bucato molto distratto.)

chiffonier impolverato

è ancora online un sito (italiano) intrigante quanto trascurato, e oltretutto dedicato a edward gorey. diverse cosucce da leggere e una ricetta.
(link via oplà – il sito non rende minimamente l’idea degli accessori meravigliosi stipati nel negozietto di via cagnola; ecco che mi ritrovo con l’ennesima borsa superflua e un quaderno in più, due oggetti fra i più confortanti in assoluto: nell’interrogarmi su ciò, arrivo quasi a temere di essere sull’orlo di un’inappropriata nostalgia dei tempi della scuola.)