
TAMPONE
L’esame che non puoi fare se da 3 settimane respiri con affanno ma non sei ancora un caso da ospedale (o così pare; nessuno ti ha visitato).
Tamponi la situazione come ti ha consigliato il medico, misurandoti l’ossigeno con un’app – che però forse non è così affidabile come si dice; dà 3 risultati diversi a 3 prove consecutive, ora cercherai di comprare un saturimetro – e prendendo un antibiotico per prevenire il peggio, poi un antimalarico associato a un fluidificante del sangue, tutto prescritto dal medico via telefono e mail. La continuità assistenziale non ti visiterà se l’ossigeno non è meno di 95, ma il medico non viene ad accertarlo e tu non puoi uscire, quindi la cosa prende sfumature kafkiane.
Per tutto marzo hai fatto le tue code rispettando le distanze di sicurezza, ma il virus ti ha tamponato; ti ha investito a sorpresa mentre pensavi di fare la quarantena come tutti, che già avevi da preoccuparti per tua madre in ospedale (si è rotta il femore a fine febbraio, ma durante il ricovero ha preso il Covid-19) e per il lavoro evaporato da un giorno all’altro.
Il tampone prima non lo volevi neppure, speravi di passare indenne questo periodo o di sviluppare la malattia senza troppi problemi. Adesso suona invece come qualcosa di potenzialmente confortevole, una morbida certezza – essere malato = essere curato – di cui si sente una grande mancanza in questo vuoto.
SILENZIO
La città ha un rumore di fondo fortissimo. Io che non ci sono cresciuta lo noto sempre. A volte proprio i decibel diventano stressanti, si sente una pressione. Allora magari ascolto della musica a volume altissimo; voglio sceglierlo io il mio rumore, l’effetto che fa sulla pressione sanguigna. Dall’autunno scorso poi qui davanti c’era un cantiere – che comunque ci ha tenuto compagnia anche all’inizio del lockdown – così rumoroso che mi sono decisa a comprare le cuffie con l’eliminazione del rumore. Dopo si è spento anche il cantiere. Si era già spento il traffico. Resta il tram che passa nella strada di fianco. Meno fischi dei treni. Soprattutto non c’è più il brusio della folla di persone – parecchie decine di persone – assembrate nella piazza, davanti a un piccolo bar, fino alle due di notte e oltre. A volte proprio non si dormiva; arrivava sul tardi il clacson della macchina bloccata dietro la seconda fila, l’urlo ubriaco delle ore piccole. Adesso si dorme meglio, certamente. Però sento più forti gli acufeni che ho scoperto di avere all’orecchio destro, nell’inquietudine strisciante di una città irriconoscibile, davvero; ascoltata così solo qualche volta a ferragosto, al ritorno dalle vacanze.
PRIMAVERA
All’inizio mi dicevo: meno male che è successo alla fine dell’inverno, dobbiamo stare chiusi qui ma va bene, comunque si sta in casa volentieri… Adesso invece: meno male che è primavera, e anche una primavera particolarmente bella, con punte di calore persino eccessivo, senza le piogge a volte torrenziali di aprile. L’esplosione di verde, sui due alberi che fanno da sentinella alle finestre, ingentilisce e nasconde il cantiere rimasto interrotto davanti al portone. Il sole ci ispira a usare i due balconi, anche quello negletto che dà sulla strada; ci ho persino messo qualche fiore (ovviamente ordinato via internet, ma così ho scoperto un florovivaista che non conoscevo in zona: un altro posto dove andare /dopo/, dove andare /quando/). Viviamo con le finestre aperte, al massimo mettiamo un maglione. L’evento del giorno è quando tre piccioni attaccano il sacchetto dell’umido che ho appoggiato sul terrazzino. Là fuori c’è vita.
ARIA
Il virus che toglie l’aria alle persone l’ha restituita alla città. Si sente odore di vento, qualcosa di naturale. Peccato che non possiamo approfittarne molto: annusiamo dalla finestra, senza mascherina. M’immagino la collina del parco Nord deserta, il prato, il lago. Qualche cane felice (lui deve mettere solo la museruola). L’aria di città però, avvelenata com’era, racchiudeva ingenti quantità di un diverso ossigeno indispensabile, che per qualcuno è addirittura il motivo principale per abitare qui. È l’accesso all’arte condivisa, alla sua esistenza vera, in concerti, musei, teatri, cinema, librerie. In questa età abbiamo tutti le nostre bombole private, giacimenti esilaranti a cui attingere in caso di emergenza. Ma non è abbastanza.
DISTANZE
«Sai, a Milano, le distanze…» Così un po’ banalmente si spiegava che in certi posti della città non ci vai spesso, per la lontananza, o comunque ci vuole tanto ad arrivarci. Anche a casa degli amici non si va di frequente, più facile trovarsi a metà strada. Il tentativo era sempre di colmarle, le distanze, mentre adesso bisogna mantenerle rigorosamente. A volte ti dimentichi, ti viene da avvicinarti al vicino di casa per scambiare due parole; per questo la mascherina come abitudine va bene, difende il malcapitato da un eventuale contagio (ma va anche male: come si fa a parlarsi senza vedersi in faccia?).
Ieri ho sognato confusamente che andavo al metrò Romolo per poi prendere un filobus, probabilmente diretto in zona navigli. Non credo ci fosse il coronavirus; il problema era attraversare a piedi la circonvallazione, cosa abbastanza pericolosa. Poi ero di nuovo a casa e appoggiavo per terra, ma capovolti o chiusi, il computer, il tablet e il telefono (le cose che ora catalizzano l’attenzione nel tentativo di colmarle virtualmente, le distanze); intanto si faceva ora di pranzo. Compariva in tavola una pasta con verdure un po’ noiosa – ma io avevo fatto un viaggio.
25APRILE
Milano «è» il 25 aprile. Ma quest’anno niente manifestazione, né di quartiere né generale. E ancora più del solito penso a tutti quelli che nel ’45 c’erano: adesso tanti se ne vanno per il Covid-19, magari senza un saluto; altri sopravvivono, provati da una crisi come pensavano di non vederne più. Mentre sto chiusa qui, il mio 25 aprile è molto privato, perché in famiglia è sempre stato una cosa normale, nostra. I pensieri vanno a mio papà, sempre iscritto all’ANPI anche se diceva di aver solo «tenuto un moschetto in mano» mentre le colonne tedesche in ritirata risalivano il lago. A suo fratello, scappato in montagna per non essere arruolato dalla repubblica di Salò, carcerato e liberato per miracolo. A mia mamma, che si ingegnava a fare volantini antifascisti con le compagne delle medie. Alla futura zia della stessa età, che vedeva ospitati in casa gli ebrei in transito per la Svizzera. All’altra zia nata solo nel ’42, ma diventata colonna di un’importante sezione ANPI nel momento critico in cui i partigiani cominciavano a lasciarci uno a uno. Chi cattolico, chi agnostico, chi conservatore, chi progressista. Tutti con una cognizione incrollabile di cosa è bene e cosa no.
ANONIMATO
Quello che molti apprezzano della città, che magari cercavano quando sono venuti ad abitarci, perché rappresentava la libertà nella moltitudine, adesso è una caratteristica inquietante. Nell’anonimato urbano standard avevi trovato un tuo modo di comunicare con gli sconosciuti, un modo di presentarti, di parlare, di interpretare i comportamenti altrui. L’anonimato visivo è il contrario: il volto coperto crea l’imbarazzo di nuove convenzioni che nessuno padroneggia, incomprensioni, confusione mentale, sudore. Eppure in altre culture – che non capiamo – è la norma. Come cambiano rapidamente a volte le cose. Si compensa con qualche gesto esagerato, qualche parola più gentile.
CUCINE
A Milano, come capita nelle grandi città, ci sono tutte le cucine del mondo, si dice (o quasi). Ma un conto è andare a incontrarle, pur un po’ addomesticate dall’arrivo sotto la Madonnina; un conto è poterle assaggiare solo da asporto. E allora si riattivano a tempo pieno le cucine delle case, anche quelle che prima andavano un po’ a mezzo servizio. Il frigo non è mai stato così pieno, nonostante e anche a causa delle difficoltà nel fare la spesa. Mangiando in casa tre volte al giorno poi viene voglia di cambiare, si fanno acquisti balzani; si rivalutano ingredienti accantonati da tempo o mai assaggiati, si tengono di scorta discutibili piatti pronti per tirare il fiato. Nell’effetto «finestra sul cortile» del periodo di confinamento, la cosa più facile da immaginare sono le cucine dei vicini, coi sughi sobbollenti, il pane a lievitare – o forse solo la tentazione di una merenda perpetua, le briciole pervasive, l’odore del caffè. Ma anche uno spazio da sfruttare, stufi di stare alla scrivania o sul divano. Con abitanti meno urbani e viaggiatori, la cucina prova timidamente a tornare sinonimo di casa.
BANDIERE
Le bandiere appese alle finestre mi davano all’inizio un certo fastidio, dato il labile collegamento fra pandemia e patriottismo – anche se veder sventolare i colori intorno a volte faceva allegria. Quando poi sono uscita e ho visto fianco a fianco bandiere italiane e bandiere di altri paesi, ai balconi dove a Milano vivono insieme persone di origini diverse, sono stata contenta che ci fossero. E stavolta la festa nazionale, che non solo ricorda che avere una repubblica non è scontato ma anche prelude nel calendario a una ripresa dei viaggi per la nazione, per il continente, per il mondo (speriamo), mi piace un po’ di più.
© A.Bariffi 2020