Trovatori del XXI secolo

Andy White
Utopia

Tornando in Irlanda
prima dell’atterraggio
vedo una siepe a spirale
segreta in un giardino

invisibile dalla strada
dai vicini di casa
da tutti tranne Dio e i
piloti di passaggio

è precisa
e perfetta
si avvolge aggraziata
invisibile

lontano da occhi
indiscreti
tranne

i miei

(da Written to be Read Quickly, Belfast 2026)

Anche quest’anno l’estate milanese ha favorito (sarà il caldo? sarà che in giugno traduco Lovecraft?) l’apertura di un tunnel spazio-temporal-musicale. Moralmente tenuta a recarmi al concerto di Andy White visto che suonava dietro casa mia – lui ha continuato a venire spesso in Italia, io non andavo a sentirlo da anni innumerevoli – mi sono resa conto di aver molto da recuperare, e forse da fare ammenda per uno snobismo che a volte porta a trascurare certi artisti come se già ti avessero detto tutto.

Sopita la temperatura rovente di un’assurda e deliziosa serata per cinque spettatori di numero (imprevedibile certe volte questa città), il tunnel è diventato una più fresca tana di coniglio dove inseguire un percorso artistico consolidato, in questo millennio, da un’accorta gestione del contatto diretto con il pubblico reso possibile dalla rete: si fa virtù di una necessità imposta dai drastici cambiamenti del mondo discografico, sia per la diffusione della propria musica sia per l’organizzazione dei concerti (altri casi che mi vengono in mente sono quelli di Robyn Hitchcock e di Paul Roland). Nessuna certezza, molta autenticità; una forma di resistenza. Reti amicali di collaboratori – compresi musicisti locali per i tour, così il trovatore non si trova troppo solo; autoproduzione, autodistribuzione, strutture agili anche quando un editore è presente, un’immagine molto coerente e riconoscibile. Una dimensione sotto i radar dei nuovi star system, quindi forse con difficoltà a intercettare un pubblico nuovo? (in certe conviviali serate emiliane, chissà). Ma il pubblico del Novecento che risponde all’appello in qualche modo ritrova, insieme all’artista, qualcosa di se stesso.

In questo caso, auspicabilmente, pure il senso dell’umorismo, merce rara nel mondo dei cantautori ma abbondante nella ventina di album apparsi da quando un giovane malmostoso e romantico ci portava Belfast in casa a fine anni Ottanta.

Per chi c’era e per chi non c’era: anniversario importante del primo album. (L’ultimo è il bel live solo intitolato The Night Is Approaching Though Some Would Say It Was Morning, registrato a Abbey Road.)

Cose notevoli scoperte per strada:
– il primo e principale strumento di Andy White è il basso (anzi, il contrabbasso)
– Ha studiato il russo e ha suonato a Mosca e nell’Europa dell’Est appena dopo la caduta del muro
(è una gioia questo suo podcast)
– Perfino l’algoritmo si è stufato della noiosa etichetta “folk contemporaneo”, riconoscendo rock e alternativa negli ultimi album che sono particolarmente vari e sorprendenti, compreso quello con Tim Finn, fino ad arrivare allo spoken word di Good Luck I Hope you Make It (per me, a dire il vero, rock è sempre stato; ci vorrebbe a questo punto un gran concerto elettrico all’insegna della bass priority, magari con Friday Night come finale).
– AW ha pubblicato un romanzo autobiografico e tre raccolte di poesie. Deformazione professionale – il tunnel è a doppio senso di marcia – ne ho tradotta una topiaria e visionaria (un ringraziamento all’autore).

Traduzioni in barca

Dopo l’immersione traduttiva nelle biografie di Sara Seager e Margaret Atwood, ritrovo con piacere il topos del viaggio in canoa canadese – con i suoi dislivelli del vedere – in questa poesia di Michael Ondaatje. La chiusa per la verità potrebbe anche essere inglese – traducendo il suo romanzo Luci di guerra, ambientato negli anni Quaranta, avevo amato le scene di navigazione sul Tamigi e circostanti vie d’acqua. Solo ora mi viene da accostarle a un’altra navigazione sul Tamigi, quella di Tre uomini in barca di Jerome (traduzione costata molte ricerche sulle tipologie di chiuse fluviali).

How I loved that lock when I saw it / all those summers ago, / when we arrived / out of a storm into its evening light

La nostra stagione preferita, The Cure e Ernest Dowson

Ripristiniamo la tradizione del post autunnale, e pure un po’ cimiteriale.


Esce il primo novembre l’album nuovo dei Cure, annunciato dal singolo Alone che Smith dice ispirato a una poesia di Ernest Dowson.
Dregs fa parte della raccolta Decorations: in Verse and Prose, 1899; il poeta, alquanto maledetto, sarebbe morto l’anno seguente.
Qui altri suoi testi (risulta sua l’espressione the days of wine and roses, così diffusa nel Novecento e nota da queste parti per il memorabile disco dei Dream Syndicate).

Tra le mille traduzioni possibili ne abbozzo una un po’ antiquata per mantenere le rime, con il difetto evidente di risultare meno immediata dell’originale – veramente contiguo al lessico delle canzoni inglesi con cui siamo cresciuti – e poi una in versi sciolti (in versi liberi non mi riesce, stante un vincolo metrico nell’originale). 

Se avete altre proposte, fatemi sapere!

Dregs di Ernest Dowson

The fire is out, and spent the warmth thereof
(This is the end of every song man sings!)
The golden wine is drunk, the dregs remain,
Bitter as wormwood and as salt as pain;
And health and hope have gone the way of love
Into the drear oblivion of lost things.
Ghosts go along with us until the end;
This was a mistress, this, perhaps, a friend.
With pale, indifferent eyes, we sit and wait
For the dropt curtain and the closing gate:
This is the end of all the songs man sings.

Il fondo

Il fuoco è spento, esausto il suo calore
(così finisce ogni canzone umana!)
Doglioso sale dopo il vino biondo,
amaro come assenzio resta il fondo;
perse speme e salute con l’amore
nell’oblio tetro di ogni cosa vana.
Ancora indugia qualche spettro antico;
qui un’amante, là forse un amico.
Con occhi indifferenti noi si attende
la porta chiusa, il sipario che scende:
così finisce ogni canzone umana.

oppure:

Il fuoco è spento, esausto il suo calore
(questa è la fine di ogni canto umano!)
Bevuto il vino d’oro, resta il fondo
amaro come assenzio, come il dolor salato;
speranza e salute svaniscon con l’amore
nell’oblio tetro delle cose perse.
Ci affiancano i fantasmi sino alla fine;
questa era un’amante, quello là un amico.
Si attende con occhi smorti e indifferenti
il sipario calato, la porta che si chiude:
questa è la fine di ogni canto umano.

(traduzioni di A. Bariffi)

Scaffali: Mrs. Dalloway

Various editions of Mrs. Dalloway by Virginia Woolf

Quando non si lavora si ha finalmente tempo di riordinare gli scaffali; in questo caso i libri accumulatisi prima, durante e dopo la traduzione di Mrs. Dalloway (e dei racconti e del romanzo biografico di Emmanuelle Favier).
Bibliografia un po’ selvaggia, sì, ma in realtà guidata da esigenze specifiche: quelle di analisi stilistica e interpretazione precisa di testo e contesto. Si traduce dall’edizione critica, ma i Complete Works di Delphi in digitale sono preziosi a mo’ di concordanze. Più dei saggi critici contenutistici a volte servono analisi scolastiche e tesi di laurea che approfondiscono un dettaglio lessicale o sintattico (non stendo la lista di articoli accademici et similia perché sono pigra). E poi rimane un riflesso condizionato per cui ci si mette in casa ogni curiosità trovata in giro.
Delle traduzioni italiane storiche – da guardare rigorosamente dopo aver tradotto, in cerca di un conforto che non si troverà – manca quella di Pier Francesco Paolini, Newton Compton 1992.
E bisognerà caricare nel reader i diari completi appena pubblicati da Granta.

Dunque ecco qui lo scaffale – primario, secondario, varie ed eventuali.

Mrs. Dalloway, The Hogarth Press 1976 (13th impression)
Mrs. Dalloway, with an introduction and notes by Elaine Showalter, text edited by Stella McNichol, general editor Julia Briggs, Penguin Classics 2000 (1a ed. 1992)
Mrs. Dalloway, edited by Anne E. Fernald, Cambridge University Press 2017 (1a ed. 2015)
The Annotated Mrs. Dalloway, edited by Merve Enre, Liveright Publishing Corporation 2021

La signora Dalloway, tr. di Alessandra Scalero, Oscar Mondadori 1989 (1a ed. 1946)
La signora Dalloway, tr. di Laura Ricci Doni, con uno scritto di Paul Ricoeur, SE 1992
La signora Dalloway, tr. e intr. di Nadia Fusini, Feltrinelli 2014 (1a ed. 1993)
La signora Dalloway, tr. di Anna Nadotti, intr. di Antonella Anedda, Einaudi 2012
La signora Dalloway, a c. di Marisa Sestito, con testo a fronte, Marsilio 2012

The Complete Shorter Fiction, ed. by Susan Dick, Harcourt 1989
Selected Diaries, abridged and edited by Anne Olivier Bell, introduction by Quentin Bell, Vintage 2008 (1a ed. Hogarth Press 1990)
Selected Letters, ed. by Joanne Trautman Banks, preface by Hermione Lee, Vintage 2008 (1a ed. Hogarth Press 1989)
Lunedì o martedì. Tutti i racconti, a c. di Mario Fortunato, Bompiani 2017 (il volume che per qualche motivo ha in copertina la madre di VW ritratta da sua zia Julia Margaret Cameron)
Per le strade di Londra, tr. di Livio Bacchi Wilcock e J. Rodolfo Wilcock, Il Saggiatore 1963

Jessica Berman (ed.), A Companion to Virginia Woolf, Wiley Blackwell 2016 (ebook)
Julia Briggs, Virginia Woolf: An Inner Life, Penguin Books 2006, ebook (1a ed. Allen Lane 2005)
Molly Hoff, Virginia Woolf’s Mrs. Dalloway: Invisible Presences, Clemson University Press 2009
Nicholas Marsh, Virginia Woolf: The Novels, Macmillan 1998
Francine Prose (ed.), The Mrs Dalloway Reader, Harcourt 2003
Sara Sullam, Tra i generi: Virginia Woolf e il romanzo, Mimesis 2016
Michael H. Whitworth, Virginia Woolf, Oxford University Press 2005 (ebook)
Michael H. Whitworth, Virginia Woolf: Mrs Dalloway, Palgrave 2015

Michael Cunningham, Le ore, Bompiani 2001 (1a ed. 1999)
Michael Cunningham, Mr Brother, Bompiani 2002

John Donne, Poesie sacre e profane, prefazione di Virginia Woolf, introduzione di Giles Lytton Strachey, tr. di Rosa Tavelli, Feltrinelli 1995
William Morris, Political Writings, ed. by A.L. Morton, Lawrence & Wishart 1973
Monique Nathan, Virginia Woolf, tr. di Pietro Lazzaro, illustrazioni b/n, Mondadori 1962
Liliana Rampello, Joan Russell Noble, a c. di, Virginia Woolf e i suoi contemporanei, tr. di Lucia Gunella, Il Saggiatore 2017
Nino Strachey, Stanze tutte per sé, tr. di Claudia Valeria Letizia, L’Ippocampo 2018
Lea Vergine, Un altro tempo: tra decadentismo e Modern Style, Il Saggiatore 2012

Gli scaffali sono minibibliografie (o a volte anche discografie) compilate a posteriori, prendendo atto del contenuto delle mensole domestiche.

Box 3, spool 5

Rivedere L’ultimo nastro di Krapp trent’anni abbondanti dopo David Warrilow. In italiano, interpretato da Giancarlo Cauteruccio. (Ma perché solo dieci persone a vederlo? Perché solo dieci persone anche l’altra volta che sono andata alla rassegna di conversazioni e teatro su Pasolini e Beckett curata da Doninelli? Qui ci vorrebbe un’appassionata difesa delle sale parrocchiali.)
Due cose, principalmente (o tre).

Rivedere Krapp dopo trent’anni e non avere nastri di trent’anni fa. Poteva essere una buona idea, peccato essere giovani e incoscienti. Ci sarà gente che ha preso lo spunto da Beckett e si è registrata degli appunti diaristici sonori invece di scriverli? Pare impossibile non averci mai pensato prima d’ora, come un “giorno dell’anno” (Christa Wolf) sonoro.

Rivedere Krapp nell’era del digitale. Per definizione si svolge in the future /d’ici quelque temps. Testo del 1958. A fine Novecento eravamo nell’epoca dei registratori a cassetta, ma il principio era quello, riconoscibile (negli studi radiofonici i registratori a bobina esistevano ancora); eravamo, in effetti, nel futuro (la registrazione su nastro è disponibile dagli anni 50, e Krapp ha registrato per circa 40 anni). Non so esattamente come funzioni la regia audio di Cauteruccio; la macchina c’è, ma, se è mai stata manovrata direttamente dall’attore – forse no: anche originariamente il suono veniva dalla regia? – certamente non lo è oggi. E oggi è facilissimo prendere appunti sonori (o video, volendo) con il marchingegno che abbiamo sempre in tasca. Dunque ha ancora senso (a parte il testo meraviglioso) mettere in scena Krapp? Forse sì, perché rende visibile l’insensatezza della tentazione di oggettivare la memoria – di registrare tutto – sviluppatasi col digitale.

Rivedere Krapp in italiano (classica traduzione di Fruttero). Spool: bobina. Bobiiina! Certo, in francese è bobine. Box three/spool five: tecnico, veloce. Boîte trois/bobine cinq: allitterante. Scatola tre/bobina cinque: molte sillabe, burocratico.

In copertina dell’Oscar Mondadori (1983), disegno di Ferenc Pintér.

Postilla postuma

Maggio 2026: Ferdinando Bruni all’Elfo, regia di Francesco Frongia, nuova (per me) traduzione di Gabriele Frasca.
I nastri molto in disordine. La scena a sua volta in una scatola, trasparente. Niente stivali bianchi (un punto in più per Cauteruccio – Stephen Rea, per esempio, credo li portasse. Gary Oldman non so. Gradirei foto di tutte le messe in scena di Krapp per controllare questo dettaglio delle istruzioni beckettiane, carico di significati anche futuribili – Elvis li indossò ben dopo il ’58, il rock era agli albori. Ma il post sugli stivali bianchi lo scriveremo un’altra volta, magari in occasione del concerto di Joe Jackson).
Bello vedere rappresentato, come secondo atto, Quella volta.

Romanzi sui traduttori

Pablo De Santis, La traduzione, tr. di Elena Rolla, Sellerio 2001

Biagio Goldstein Bolocan, Il traduttore, Feltrinelli 2017

Brice Mathieussent, La vendetta del traduttore, tr. di Elena Loewenthal, Marsilio 2009

Idra Novey, Ways to Disappear, Little, Brown, 2016 (La donna che sparì con un libro, tr. di Letizia Sacchini, Garzanti 2017)

Ne conoscete altri?

Varianti vittoriane

Anche quest’anno il nostro post di traduzioni di stagione – un po’ in anticipo su Halloween; questioni di calendario.

Edith Nesbit
Il mistero della villetta bifamiliare

La stava aspettando; l’aspettava da un’ora e mezzo in una polverosa stradina suburbana, con una fila di grandi olmi da un lato e dall’altro qualche appetibile terreno da costruzione – e lontano a sud-ovest le ammiccanti luci gialle del Crystal Palace. Non era proprio come una stradina di campagna, perché aveva marciapiede e lampioni, ma comunque non era un brutto posto per un appuntamento; e più su, verso il cimitero, era in realtà abbastanza agreste, e quasi graziosa, soprattutto al crepuscolo. Ma da tempo il crepuscolo si era scurito in notte, e lui aspettava ancora. L’amava, ed era fidanzato ufficialmente con lei, con la completa disapprovazione di ogni persona ragionevole che fosse stata consultata. E stasera questo appuntamento semiclandestino doveva prendere il posto del colloquio settimanale sancito con riluttanza – perché un certo ricco zio era in visita a casa, e la madre di lei non era donna da svelare a uno zio abbiente, che avrebbe potuto «andarsene» da un giorno all’altro, un’unione così profondamente inappetibile come quella tra loro due.
Dunque l’aspettava, e il freddo di una sera di maggio insolitamente rigida gli entrava nelle ossa.
Il poliziotto lo superò con appena una reazione scorbutica al suo «Buonasera». I ciclisti gli passavano accanto come fantasmi grigi dotati di sirene da nebbia; ed erano quasi le dieci, e lei non era venuta.
Si strinse nelle spalle e si diresse verso il suo alloggio. La strada lo portò davanti alla casa di lei – desiderabile, spaziosa, bifamiliare – e si avvicinò a passo lento. Lei avrebbe potuto uscirne in quello stesso momento. Ma non accadde. Non c’era nessun segno di movimento nella casa, nessun segno di vita, neppure luci alle finestre. E non era gente che andasse a letto presto.
Si fermò vicino al cancello, incerto.
Poi notò che la porta d’ingresso era aperta – spalancata – e che il lampione mandava un po’ di luce nell’atrio buio. C’era qualcosa in tutto ciò che non gli piaceva – anzi, che lo spaventava un po’. La casa aveva un’aria cupa e abbandonata. Era chiaramente impossibile che ospitasse un ricco zio. Il vecchio doveva essere partito prima. Nel qual caso…
Risalì il vialetto di mattonelle dallo smalto lucido, e ascoltò. Nessun segno di vita. Passò nell’atrio. Non c’era luce da nessuna parte. Dov’erano tutti, e perché la porta era aperta? In salotto non c’era nessuno, la sala da pranzo e lo studio (due metri e mezzo per due) erano ugualmente deserti. Erano tutti fuori, evidentemente. Ma la spiacevole sensazione di non essere, forse, il primo visitatore casuale a varcare quell’uscio aperto lo spinse a esplorare la casa prima di andare via e chiuderselo alle spalle. Quindi salì di sopra e alla prima porta che incontrò accese un cerino, come aveva fatto nelle stanze di soggiorno. Proprio mentre lo faceva sentì di non essere solo. Ed era preparato a vedere qualcosa; ma a quel che vide non era preparato. Perché quel che vide giaceva sul letto, in un ampio abito bianco – ed era la sua innamorata, e la sua gola era tagliata da un orecchio all’altro. Egli non sa cosa sia successo poi, né come arrivò al pianterreno e in strada; ma in qualche modo uscì, e il poliziotto lo trovò in preda alle convulsioni, sotto il lampione all’angolo della strada. Quando lo prelevarono non riusciva a parlare, e passò la notte in cella, perché il poliziotto di ubriachi ne aveva visti tanti, ma mai uno con le convulsioni.
Il mattino dopo stava meglio, sebbene ancora molto pallido e malfermo. Ma la storia che raccontò al magistrato fu convincente, e mandarono un paio di agenti con lui alla villetta.
Non c’era folla intorno come aveva immaginato di trovare, e le tende avvolgibili non erano abbassate.
Mentre stava, frastornato, davanti alla porta, questa si aprì, e ne uscì lei.
Lui si appoggiò allo stipite per sostenersi.
«La signorina sta benissimo, vede» gli disse l’agente che l’aveva trovato sotto il lampione. «Ce l’avevo detto che era ubriaco, ma non sentiva ragione…»
Quando fu solo con lei le raccontò – non tutto – perché quello non tollerava d’essere raccontato – ma come era entrato nella spaziosa villetta bifamiliare, e aveva trovato la porta aperta e le luci spente, ed era stato nella lunga camera sul retro di fronte alle scale, e aveva visto una cosa – cercando di accennare alla quale si sentì male e crollò e dovette farsi dare del brandy.
«Ma, mio caro» disse lei, «credo bene che la casa era buia, perché eravamo tutti al Crystal Palace con mio zio, e senza dubbio la porta era aperta, perché le cameriere scappano sempre fuori quando restano sole. Ma non puoi essere stato in quella stanza, perché quando sono uscita l’ho chiusa a chiave, e la chiave l’avevo in tasca. Mi sono vestita in fretta e ho lasciato tutte le mie cose sparse in giro.»
«Lo so» disse lui; «ho visto una sciarpa verde su una sedia, e dei lunghi guanti marrone, e una quantità di forcine e nastri, e un libro di preghiere, e un fazzoletto di pizzo sulla toilette. Ecco, ho persino notato l’almanacco sulla mensola del caminetto – 21 ottobre. Questo almeno non può essere, perché siamo in maggio. Eppure era così. Il tuo almanacco è sul 21 ottobre, non è vero?»
«No, ovviamente no» disse lei, con un sorriso piuttosto ansioso; «ma tutte le altre cose erano proprio come dici. Devi aver avuto una visione, un sogno o qualcosa.»
Lui era un giovanotto della City molto normale e ordinario, e non credeva nelle visioni, ma non ebbe un giorno o una notte di quiete finché non ebbe portato la sua innamorata e la madre via dalla spaziosa bifamiliare, facendole stabilire in un sobborgo piuttosto lontano. Fra l’altro nel corso del trasloco si sposarono, e la madre andò a vivere con loro.
I nervi del giovanotto dovevano essere rimasti parecchio scossi, perché per molto tempo fu stravagante e continuò a informarsi se qualcuno avesse preso la villetta desiderabile; e quando la prese un vecchio mediatore di borsa con famiglia, arrivò al punto di fare visita al vecchio signore e implorarlo, per tutto ciò che aveva di più caro, di non vivere in quella casa funesta.
«Perché?» disse il mediatore, prevedibilmente.
E allora lui diventò così vago e confuso, tra il tentativo di dire il perché e il tentativo di non dirlo, che il mediatore lo accompagnò alla porta, e ringraziò il suo Dio di non essere così stupido da permettere che uno squilibrato gli impedisse di prendere quella residenza bifamiliare così conveniente e desiderabile.
Ora, la parte curiosa e del tutto inesplicabile di questa storia è che quando lei scese a colazione la mattina del 22 ottobre, trovò il marito di un pallore mortale, con il giornale del mattino in mano. Lui afferrò la sua – non riuscì a parlare, e indicò il giornale. E lei vi lesse che la notte del 21 ottobre una signorina, la figlia del mediatore di borsa, era stata trovata, con la gola tagliata da un orecchio all’altro, sul letto della lunga camera sul retro di fronte alle scale di quella desiderabile villetta bifamiliare.

Traduzione di Alba Bariffi
Testo originale

Meet you at the cemetery gates

Viale del cimitero acattolico di Roma

Per le Varianti autunnali, quest’anno una breve antologia di poesie scritte in memoria di un altro scrittore, magari in occasione di una visita alla tomba. Dal classico al criptico, al meramente occasionale; prevalenza di motivi acquatici. Esiti disparati del pentametro inglese. Andiamo in ordine cronologico.

La tomba di Shelley
di Oscar Wilde (1881)

Come fiaccole estinte al letto di un malato
magri cipressi attorniano la pietra scolorita;
qui la piccola civetta fa il suo trono
e la lucertola mostra il capo ingioiellato.

Dove papaveri a coppa ardono di rosso,
nella camera immota di quella piramide
una sfinge del Mondo Antico certo si occulta,
cupa guardiana di questo giardino dei morti.

Ah! Dolce è riposare dentro il grembo
della Terra gran madre dell’eterno sonno,
ma assai più dolce per te una tomba inquieta

nella caverna azzurra di un abisso d’echi,
o dove grandi navi affondano nel buio
sugli scogli di un’erta rotta dalle onde.

(originale: sonetto “all’italiana” ABBA, ACCA, DED, EDE)

Alla tomba di Melville
di Hart Crane (1926)

Sotto l’onda sovente, via da questo scoglio
i dadi d’ossa di annegati vide tramandare
un’ambasciata. I numeri, sotto il suo sguardo,
battendo sulla riva polverosa eran confusi.

Passavano relitti senza suono di campane,
il calice della morte prodigo a ridare
un capitolo in frammenti, geroglifico livido,
il presagio avvolto in corridoi di conchiglie.

Poi nella calma orbita di una vasta spira,
placate le sferze e sopito il rancore,
furono occhi gelati ad innalzare altari;
e risposte mute impresse sulle stelle.

Bussola, quadrante e sestante non evocano
più maree lontane… Giù negli azzurri abissi
il canto funebre non sveglia il marinaio.
Solo quest’ombra favolosa serba il mare.

(originale: quartine con rime occasionali)

In un appartato cimitero di Providence ove si recò Poe
di H.P. Lovecraft (1936)

Eterne le ombre covano su questo suolo
Da secoli sognando ciò che un tempo accadde;
Grandi olmi solenni svettano tra lapidi,
Alti guardiani di un mondo ormai nascosto.
Ristagna intorno una luce di memoria,
Alitano le foglie morte di quei giorni
Lontani e ne vagheggiano le viste.
Lo spettro triste si aggira per i viali
Allor calcati dai suoi passi vivi;
Non lo scorge uno sguardo comune, ma
Palpita nel tempo il suo canto misterioso:
Ode solo chi il segreto della magia imparò
E fra le tombe avvista lo spirito di Poe.

(originale: “sonetto” acrostico ABAB CCB DEDE FF)

Traduzioni di Alba Bariffi

Versi famosi e apparentemente semplici

Quanti modi ci saranno di tradurli in italiano? Addio, in questo caso, alla rima.

L’Adieu
di Guillaume Apollinaire (Alcools, 1913)

J’ai cueilli ce brin de bruyère
L’automne est morte souviens-t’en
Nous ne nous verrons plus sur terre
Odeur du temps brin de bruyère
Et souviens-toi que je t’attends

L’addio
Ho colto questo filo d’erica
l’autunno è morto tu ricordalo
non ci vedremo mai più in terra
odor del tempo filo d’erica
e tu ricorda che t’aspetto

Traduzione di Alba Bariffi

Un sonetto di Edna St. Vincent Millay

Fino a che dura questa sigaretta,
attimo breve alla fine di tutto,
mentre la cenere muta cade a terra
e alla luce del fuoco fatta lancia,

fondendosi alla musica ribelle,
l’ombra spezzata danza sopra il muro,
lascerò rievocare alla memoria
la visione di te, seguita dai miei sogni.

E poi adieu, – saluti! – il sogno è spento.
Della tua faccia so dimenticare
colore e tratti, l’uno dopo l’altro,

non le parole, i sorrisi non ancora;
ma nel tuo giorno questo attimo è il sole
su una collina, dopo il suo tramonto.

Traduzione di Alba Bariffi

Testo originale

Sonetto lo era prima che ci mettessi le mani io; «all’italiana» come schema, se non ovviamente come metro. Ma in traduzione la rima dà troppe costrizioni rispetto al senso del testo (anche se la prima strofa mi era riuscita), e alla fine pure la ricerca di un metro unico; non so se valga la pena. Benché al senso dell’originale si possa fare un po’ la tara di cosa fosse stato evocato dal metro e dalla rima, senza voler tenere ossessivamente ogni dettaglio…