Varianti d’autunno

Fra ottobre e novembre, un paio di traduzioni stagionali.

Anna George Meek
Il gatto di Dracula

Più agile sono, e vivo,
di lui che pure caccia nella notte.
Frusciamo i campi dove le cince tremano;
sorbiamo l’acqua nera dalle prede.
Salto le lame d’erba, sguainata l’aria,
la luna della forma del mio occhio. È svelto
per un pipistrelletto, ma io pranzo per primo:
ho la mortalità che scatta nelle anche.
Mangio e scopro il ventre nella sanguinaria
a scherno dell’aquila magra che mi vuole.
Succhia tuttora la sua salma, il pipistrello.
Gli strapperei le ali e rotolerei
l’anima sua in eterno fra le zampe,
ma lui solo mi fa entrare prima dell’alba
a scalare le tende del castello. Dopo,
mi solluchero al sole mentre dorme
nella sua cassa – che solo una volta gli ho imbrattato.
Amo il vibrare del mio corpo caldo.
Amo la mia deliziosa vita breve.

Thank you Anna George Meek – grazie all’autrice per aver gentilmente concesso la pubblicazione.
Testo originale


Montague Rhodes James
C’era un uomo che abitava vicino a un camposanto

Questo, come sapete, è l’inizio della storia su spiriti e folletti che Mamilius, il più bel bambino di Shakespeare, stava raccontando alla regina sua madre, e alle dame di corte, quando arrivò il re con le sue guardie e la portò via in prigione. La storia non prosegue; Mamilius muore poco dopo, senza aver avuto l’opportunità di finirla. Ma come sarebbe stata? Shakespeare lo sapeva, senza dubbio, e avrò l’audacia di dire che lo so anch’io. Non doveva essere una storia nuova: doveva essere una che con molta probabilità avete già sentito, e persino raccontato. Ognuno può metterla nella cornice che preferisce. Questa è la mia:
C’era un uomo che abitava vicino a un camposanto. La sua casa aveva un piano inferiore di pietra e un piano superiore di legno. Le finestre della facciata davano sulla strada e quelle del retro sul camposanto. Una volta la casa apparteneva al prete della parrocchia, ma (siamo al tempo della regina Elisabetta) il prete era un uomo sposato e aveva bisogno di più spazio; inoltre, a sua moglie non piaceva vedere il camposanto di notte dalla finestra della camera da letto. Diceva di vedere… ma non importa quel che diceva; comunque, non diede pace al marito finché lui non acconsentì a traslocare in una casa più grande nella via principale, e quella vecchia fu presa da John Poole, che era vedovo e ci viveva da solo. Era un uomo anziano che stava molto per conto suo, e la gente diceva che era un po’ un taccagno.
Era molto probabilmente vero: di certo costui era morboso per altri aspetti. A quei tempi era comune seppellire la gente di sera, alla luce delle torce: e fu notato che tutte le volte che era in corso un funerale, John Poole stava sempre alla finestra, o al pianterreno o di sopra, a seconda che riuscisse ad avere una visuale migliore dall’una o dall’altra.
Giunse una sera in cui doveva essere sepolta una vecchia. Era piuttosto benestante, ma in paese non era amata. Si diceva di lei la solita cosa: che non era mica cristiana, e che in notti come San Giovanni e Ognissanti non si trovava mai in casa. Aveva gli occhi rossi e un aspetto orribile, e nessun mendicante bussava mai alla sua porta. Eppure quando morì lasciò una borsa di denaro alla Chiesa.
Non ci fu tempesta la sera della sua sepoltura; il tempo era bello e calmo. Ma ci fu qualche difficoltà a trovare necrofori e tedofori, nonostante la defunta avesse lasciato compensi più alti del solito per chi faceva quel lavoro. Fu sepolta nel sudario di lana, senza bara. Non c’era nessuno a parte le persone strettamente necessarie – e John Poole, che guardava dalla finestra. Appena prima che la tomba fosse riempita, il curato si chinò e gettò qualcosa sul corpo – qualcosa che tintinnò – e a voce bassa disse parole che suonavano come «Il tuo denaro perisca con te». Poi si allontanò rapidamente e così fecero gli altri uomini, lasciando solo un tedoforo a illuminare il becchino e il suo garzone mentre spalavano la terra nella fossa. Non fecero un lavoro molto accurato, e il giorno dopo, che era una domenica, chi andò in chiesa fu piuttosto brusco con il becchino, dicendogli che era la tomba più in disordine del cimitero. E in effetti, quando venne a guardarla anche lui, gli parve che fosse peggio di come l’aveva lasciata.
Nel frattempo John Poole si aggirava con un’aria strana, in parte esultante, per così dire, e in parte nervosa. Più di una volta passò la serata alla taverna, il che era del tutto contrario alle sue abitudini, e a coloro che si mettevano a parlare con lui lasciò intendere che era venuto in possesso di un poco di denaro e stava cercando una casa leggermente migliore. «Be’, non mi meraviglio», disse una sera il fabbro, «a me non piacerebbe quel posto lì. Passerei la notte a immaginarmi delle cose.» Il locandiere gli chiese che genere di cose.
«Be’, magari qualcuno che si arrampica fino alla finestra della camera, o simili», disse il fabbro. «Non so – la vecchia Wilkins l’hanno seppellita giusto una settimana fa, eh?»
«Suvvia, potresti anche avere rispetto dei sentimenti di una persona, secondo me», disse il locandiere. «Non è tanto piacevole per padron Poole, no?»
«Padron Poole mica ci bada», disse il fabbro. «Ci ha abitato abbastanza per saperlo. Dico solo che io non la sceglierei. Con la campana a morto, e le torce quando c’è un funerale, e tutte quelle tombe che stanno lì in silenzio quando non c’è in giro nessuno: però dicono che c’è delle luci – lei non vede mica delle luci, padron Poole?»
«No, non ne vedo di luci», disse scontroso padron Poole, e chiese ancora da bere, e rincasò tardi.
Quella notte, mentre stava di sopra nel suo letto, un vento lamentoso cominciò a girare per la casa, e lui non riusciva a addormentarsi. Si alzò e attraversando la stanza andò a un piccolo armadio a muro: ne estrasse qualcosa che tintinnava e se lo mise in seno alla camicia da notte. Poi andò alla finestra e guardò fuori nel camposanto.
Avete mai visto in chiesa una vecchia targa con la figura di una persona in un sudario? In cima alla testa forma una curiosa increspatura. Una cosa del genere spuntava dal terreno in un punto del camposanto che John Poole conosceva molto bene. Sfrecciò dentro il letto e lì rimase completamente immobile.
Poi qualcosa fece un debolissimo rumore al telaio della finestra. Con una tremenda riluttanza John Poole volse gli occhi da quella parte. Ahimè! Tra lui e la luna c’era il profilo nero della curiosa testa increspata… Poi ci fu una figura nella stanza. Del terriccio secco ticchettò sul pavimento. Una bassa voce spezzata disse: «Dov’è?» e dei passi andarono da una parte all’altra, passi esitanti come di qualcuno che cammini con difficoltà. Ogni tanto si riusciva a vedere la figura che scrutava negli angoli, si chinava per guardare sotto le sedie; infine la si sentì armeggiare agli sportelli dell’armadio a muro, che si spalancarono. Ci fu un raspare di unghie sui ripiani vuoti. La figura si voltò di scatto, si fermò per un istante a fianco del letto, alzò le braccia e con un urlo rauco: «CE L’HAI TU!» –
A questo punto sua altezza reale il principe Mamilius (che, secondo me, la storia l’avrebbe fatta molto più breve) si gettò con un alto grido sulla più giovane delle dame di corte presenti, che reagì con uno strillo altrettanto acuto. Lui fu immediatamente afferrato da sua maestà la regina Ermione, che, reprimendo una propensione a ridere, lo scosse e lo schiaffeggiò con gran severità. Tutto rosso, e piuttosto incline a piangere, il ragazzino stava per essere spedito a letto; ma per intercessione della sua vittima, che ormai si era ripresa dallo shock, alla fine gli fu permesso di restare fino all’ora solita in cui ritirarsi; e a quel punto anche lui si era ripreso al punto da affermare, nell’augurare la buonanotte alla compagnia, che sapeva un’altra storia anche tre volte più spaventosa di quella, e l’avrebbe raccontata alla prima occasione che si presentava.

Testo originale

Fata Nix

Cerco di chiudere – aperte da mesi – le finestre delle indagini su questo nome misterioso, trovato fra i libri che cita Cristina Campo nel bellissimo scritto «La noce d’oro» (sul mondo che si sviluppa fra le letture dell’infanzia, vedendo i grandi da lontano), letto nel volume Racconti italiani a cura di Jhumpa Lahiri pubblicato quest’anno da Guanda.

Fata Nix è lo pseudonimo di Attilia Morando, «scrittrice del liberty nostrano» che pubblicò fiabe e libri per ragazze con l’editore genovese Donath, editore di Salgari.

Ma ecco spuntare una curiosa notizia: la scrittrice era la moglie di Luigi Montaldo, segretario comunale di Genova, a casa del quale si svolgevano settimanali sedute spiritiche. E lei era la medium, a quanto pare abbastanza dotata.

La copertina descritta da Cristina Campo ricorda vagamente quella riprodotta qui per il libro di Fata Nix Madonna Luna, mentre le figure con gli occhi vuoti cui allude mi ricordano altro: certe illustrazioni di Duilio Cambellotti.

scaffali: traduzione II

A distanza di parecchi anni mi sono decisa ad aggiornare lo scaffale, dove c’è un po’ di tutto – translation studies, testimonianze di traduttori, manuali, storia e storie…

PS era bello tenere vicini in bibliografia i libri di Susan Bassnett e Susanna Basso, ma poi li ho divisi per argomento 🙂

Raccolte di saggi

aut aut 334, Compiti del traduttore, aprile-giugno 2007

Angela Albanese e Franco Nasi (a cura di), L’artefice aggiunto. Riflessioni sulla traduzione in Italia: 1900-1975, Longo editore 2015

Gianfranco Petrillo (a cura di), Tradurre – pratiche teorie strumenti. Un’antologia dalla rivista, 2011-2014, Zanichelli 2016

Sergio Portelli, Bart Van den Bossche e Sidney Cardella, Traduttori come mediatori culturali, Franco Cesati 2016

Saggi e manuali

Susan Bassnett, La traduzione. Teorie e pratica, Bompiani 1993 (rist. 2015)

Antoine Berman, La traduzione e la lettera o l’albergo della lontananza, a c. di Gino Gometti, Quodlibet 2003

Silvana Borutti, Ute Heidemann, La Babele in cui viviamo, Bollati Boringhieri 2012

Andrea Di Gregorio, Il vademecum del traduttore, Società editrice Dante Alighieri 2014

Bruno Osimo, Manuale del traduttore, Hoepli 2011

Bruno Osimo, Propedeutica della traduzione, Hoepli 2010

Daniele Petruccioli, Le pagine nere. Appunti sulla traduzione dei romanzi, La Lepre 2017

Peeter Torop, La traduzione totale. Tipi di processo traduttivo nella cultura, a c. di Bruno Osimo, Hoepli 2010

In particolare sulla traduzione letteraria dall’inglese in italiano

Susanna Basso, Sul tradurre, Bruno Mondadori 2010

Franca Cavagnoli, La traduzione letteraria anglofona, Hoepli 2017

Franca Cavagnoli, La voce del testo, Feltrinelli 2012

Massimiliano Morini, Tradurre l’inglese. Manuale pratico e teorico, il Mulino 2016

Massimiliano Morini, La traduzione. Teorie strumenti pratiche, Sironi 2007

Tim Parks, Translating Style (second edition), Routledge 2014

In particolare sulla traduzione di poesia

Franco Buffoni, Con il testo a fronte, Interlinea 2007

Valerio Magrelli, La parola braccata, Il Mulino 2018

Poesie sulla traduzione

Nicola Gardini, Tradurre è un bacio, Giuliano Landolfi 2015

scaffali: inventari di vite

Gli scaffali sono minibibliografie (o a volte anche discografie) compilate a posteriori, prendendo atto del contenuto delle mensole domestiche.

Eugenio Baroncelli, Mosche d’inverno. 271 morti in due o tre pose, Sellerio 2010.
Norman Douglas, Biglietti da visita. Un viaggio autobiografico, trad. di J. Rodolfo Wilcock, Adelphi 1983.
Giorgio Manganelli, Centuria. Cento piccoli romanzi fiume, 1979; ed. accresciuta Adelphi 1995.
J. Rodolfo Wilcock, La sinagoga degli iconoclasti, Adelphi 1972.

scaffali: james joyce – finnegans wake

Gli scaffali sono minibibliografie (o a volte anche discografie) compilate a posteriori, prendendo atto del contenuto delle mensole domestiche.

Chester G. Anderson, Joyce, tr. it. di Maria Teresa Marenco, Leonardo, Milano 1989 (breve biografia con molte illustrazioni)

Anthony Burgess, Re Joyce, Norton 1968, reiss. 2000

Joseph Campbell and Henry Morton Robinson, A Skeleton Key to Finnegans Wake, edited and with a new foreword by Edmund L. Epstein, New World Library 2013

Umberto Eco, Le poetiche di Joyce, Bompiani 1982 (da biblioteca, altrimenti irreperibile)

Gisèle Freund, Tre giorni con Joyce, Abscondita 2001

James Joyce, Finnegans Wake, Oxford University Press 2012

James Joyce, Anna Livia Plurabelle, tr. it. di Joyce e Frank, tr. fr. di Beckett et al., Einaudi 1996 (da biblioteca, altrimenti irreperibile)

James Joyce, Finnegans Wake H.C.E., tr. it. di Luigi Schenoni, Mondadori 1982 (libro primo, capp. 1-4)

James Joyce, Finnegans Wake libro primo, capitoli 5-8, a cura di Luigi Schenoni, Mondadori 2017

James Joyce, Finnegans Wake libro secondo, capitoli 1 e 2, a cura di Luigi Schenoni, Mondadori 2017

James Joyce, Finnegans Wake libro secondo, capitoli 3 e 4, a cura di Luigi Schenoni, Mondadori 2017

James Joyce, Finnegans Wake libro terzo, capitoli 3 e 4, a cura di Enrico Terrinoni e Fabio Pedone, Mondadori 2017

James Joyce-J. Rodolfo Wilcock, Finnegans Wake, Giometti & Antonello 2016

Philip Kitcher, Joyce’s Kaleidoscope. An Invitation to Finnegans Wake, Oxford University Press 2007 (Kindle edition)

Roland McHugh, Annotations to Finnegans Wake, fourth edition, Johns Hopkins University Press 2016

Edmund Wilson, «Il sogno di H.C. Earwicker», in La ferita e l’arco, tr. it. di Nemi D’Agostino, Garzanti 1956, 1973

le coincidenze fra danza classica e yoga

Forse possono colpire solo chi ha praticato queste due discipline e nessuno sport (cioè me). Non so se ci sia bibliografia; in rete trovo solo poche note occasionali.*  Nato dal déja vu di certe asana che ricordano gli esercizi preparatori, il parallelo fra due pratiche diversissime (l’una innaturale, quasi punitiva e dominata dall’intelletto, l’altra organica, liberatoria e tesa a sviluppare un «pensiero del corpo») si giustifica forse con la qualità estremamente soddisfacente del lavoro sulla forma.
Non penso invece che ci siano derivazioni dirette, essendo il balletto codificato nella Francia del Seicento e Settecento, dove l’influsso della cultura indiana sembra improbabile.
Ogni contributo è benvenuto…

*Ho dovuto ricorrere alla Wayback Machine perché le pagine erano sparite mentre il post rimaneva in bozza (quei cinque o sei anni).