un’altra poesia di hart crane

molto frustrante, cimentarsi con «at melville’s tomb»… afferrare la lettera è abbastanza arduo da impedire tendenzialmente di andare oltre. cercare dei versi, per esempio, sembra diventare secondario, e non è il caso di aggiungere ambiguità (per esempio, non sono sicura che sia meglio «via da questo scoglio» del più chiaro «al largo di», ammesso che voglia dire questo – e, invece, banalizzare bequeath in «recare»?). già sottolineando una sfumatura sembra di forzare.

Al di sotto dell’onda, al largo di questo scoglio
i dadi d’ossa di annegati vide sovente
tramandare un’ambasciata. I numeri, davanti ai suoi occhi,
battevano sulla riva polverosa e s’oscuravano.

E relitti passavano senza suono di campane,
il calice generoso della morte
a ridare un capitolo in frammenti, geroglifico livido,
il presagio avvolto in corridoi di conchiglie.

Poi nella calma circolare di un’unica vasta spira,
placati i suoi colpi e sopito il rancore,
vi furono occhi ghiacciati ad innalzare altari;
e risposte mute attraversarono le stelle.

Bussola, quadrante e sestante non evocano
più maree lontane… Giù nel profondo color lapislazzuli
il canto funebre non desterà il marinaio.
Solo il mare conserva quest’ombra favolosa.

leggendo questa versione, per esempio, che reazione prevale?
a) che fatta cosa!
b) che brutta traduzione
c) non si capisce un tubo

Mi piacerebbe leggerne una fatta con un approccio diverso, se possibile…

i romanzi di diego marani

potrei a buon diritto tenerli nello scaffale traduzione: quelli che ho letto, nuova grammatica finlandese (bompiani 2002) e l’interprete (bompiani 2004), sembrano esorcizzare i pericoli della professione dell’autore con le loro storie estremamente inquietanti sull’inconscio linguistico; nell’ultimo ci sono addirittura personaggi che vengono «parlati» non dico dalla lingua del capro ma da un idioma parimenti primordiale e pre-umano.

una lingua estranea iniettata nella nostra mente porta il contagio di suoni sconosciuti, la visione di mondi a noi incomprensibili, la vertigine di altre verità e il desiderio diabolico di possederne la conoscenza.

(l’assunto o artificio narrativo, allora, è che questo desiderio cui normalmente si indulge potrebbe essere molto molto pericoloso.)

nella categoria «traduzione»

non scriverò mai niente di serio, ormai l’ho capito – servirà invece come stupidario…
oggi ero in tram, e su un autobus che mi passava accanto ho visto ciò che si poteva ben temere:  con tutti i titoli di film che ormai si lasciano in originale (anche roba lunga e impronunciabile per l’italiano medio come me and you and everyone we know), questo l’hanno dovuto tradurre. e come l’hanno tradotto? V per vendetta.

scaffali: traduzione

torno a compilare le mie bibliografie casuali (pseudobibliografie derivanti da osservazione delle presenze libresche in casa). squaderno questa – libri letti consultati piluccati di cui volendo potremmo discutere nello specifico l’utilità – a proseguimento di un consiglio di miss brodie (cioè, ella ci prescrive un solo titolo aureo, io colgo l’occasione per citarne un po’ a vanvera).

• michael cunningham, mr brother, traduzioni di rossella bernascone, ivan cotroneo, II seminario internazionale del collegio dei traduttori grinzane cavour, bompiani 2002
• jean delisle, hannelore lee-jahnke, monique c. cormier, terminologia della traduzione, a c. di margherita ulrych, trad. it. di caterina falbo e maria teresa musacchio, hoepli 2002
• umberto eco, dire quasi la stessa cosa, bompiani 2003
• fruttero & lucentini, i ferri del mestiere, einaudi 2003
• georges mounin, teoria e storia della traduzione, trad. it. di stefania morganti, einaudi 1965 (1999)
• laura salmon, teoria della traduzione, vallardi 2003
• george steiner, dopo babele, trad. it. di ruggero bianchi e claude béguin, garzanti 2004

attese

a me pareva che firefox in inglese dicesse «waiting for…» e il nome del sito che stava caricando.
ora, in italiano dice «attendere per» (al posto di «in attesa di» o roba del genere).
mi dà un fastidio tale che quasi quasi lo reinstallo in lingua originale.

una poesia di hart crane

la smemoratezza è come una canzone
che, libera da metro e ritmo, vaga.
la smemoratezza è come un uccello
dalle ali piane, tese, immobili –
un uccello che plana sul vento senza sforzo.

la smemoratezza è la pioggia di notte,
o una vecchia casa in un bosco – o un bambino.
la smemoratezza è bianca – bianca come un albero bruciato,
e può dare alla sibilla l’estasi profetica,
o seppellire gli dei.

tanta smemoratezza mi ricordo.

Traduzione di Alba Bariffi