sul binario

battuto da pioggia e vento, in attesa di un treno che non arriva e non dà segno di sé (niente campanella, passaggio a livello aperto), mi chiedevo dove fosse il ferroviere. a vederlo arrivare dal parcheggio della stazione sotto la pensilina male illuminata, una scatola di cartone sopra la spalla e un ombrello leopardato nell’altra mano, sembra un’entrata in scena da teatro dell’assurdo. la stazione, perso con la chiusura della biglietteria il fascino ordinato dei particolari in legno e ferro primo novecento, è un deserto devastato di macchine che non funzionano, graffiti e arredi sopravvissuti a stento al vandalismo, tocco finale un inutile e orrendo sottopassaggio tra gli unici due binari. lui è rimasto da solo, è rimasto perché abita con la famiglia al piano superiore del fabbricato. deve controllare che il personale addetto ai servizi di manutenzione e pulizia faccia il suo lavoro, e basta. la notte sente i rumori dei teppisti che passano a scassinare il distributore di biglietti, oppure la mattina trova i rifiuti di chi si è fermato a dormire lì. lo si può vedere che dà una passata di candeggina al pavimento, perché gli addetti non puliscono abbastanza e lui ha paura che la bambina si prenda «un virus». quasi tutte le domeniche c’è qualche disservizio che dà adito a infinite lamentele del ferroviere, se gli si dà corda, contro la privatizzazione prodiana che ha moltiplicato la selva degli appalti moltiplicando le occasioni di corruzione e disfunzioni. ora tutti i treni passano sul secondo binario, quello lontano dall’edificio, perché a deviare sul primo perdevano tempo, e trenitalia, che paga alle ferrovie il pedaggio «sul ferro», avrebbe avuto il diritto di chiedere i danni per il ritardo. così almeno dice il ferroviere della stazione abbandonata, col suo accento del centro-sud che suona sempre stranamente caloroso, lì tra la montagna incombente e il lago. (e non ci vuol molto a capire che è un po’ un nostalgico di «quando i treni arrivavano in orario».)

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