forse

«forse, come si dice, le anime di coloro che abbiamo perduto vanno davvero a rinchiudersi nelle cose inanimate.  assenti, finché non avvertono la nostra vicinanza e ci chiamano per farsi riconoscere, per farsi liberare dalla morte.  forse, davvero, il tempo non può essere ritrovato con un ordine dato dalla memoria, ma rivive solo attraverso la sensazione strana, spontanea, che proviamo ritrovando l’odore, il gusto, il sapore di un qualsiasi accessorio inerte del passato.»

(norman manea, «il tè di proust» in ottobre, ore otto, il saggiatore 2005)

pasta improvvisata

perché nel cespo di catalogna non c’erano abbastanza puntarelle da mangiarle da sole.
mettere su l’acqua per la pasta (direi corta). far soffriggere in poco olio uno spicchio d’aglio, peperoncino, un paio di acciughe (se siete vegetariani, peggio per voi). buttarci un po’ di catalogna – foglie e germogli – tagliata a pezzetti piccoli.  aggiungere poche olive (le mie erano: taggiasche sott’olio) e qualche cappero. coprire fino a cottura della catalogna. cotta la pasta al dente, farla saltare in padella con la verdura. veramente non pensavo venisse così buona.
ps
usare il resto delle foglie per fare un erbazzone e battezzarlo «omaggio alla catalogna».

cos’è?

è un biglietto di un concerto, sì.  l’ho trovato pochi mesi fa per strada, non lontano da casa; l’ho raccolto non solo perché è di nick cave ma perché sapevo di averne uno uguale da qualche parte, e di essere quindi in grado di ricostruire di quando fosse.  stasera ho ricostruito: 24 maggio 1992 (dietro c’è lo stesso timbro, di un organizzatore milanese). 
caro qualcuno che hai perso questo caro ricordo (ci sono i segni delle puntine usate per tenerlo appeso), nonché nostalgica prova che una volta i concerti costavano 27.000 lire, se lo rivuoi, scrivimi. se no, lo tengo io. (è vero che il mio è più pulito e ha un numero molto più basso, ma devono avermi strappato male la matrice, perché a nick manca un pezzo di testa.)

la mano (de profundis rock)

riporta lo spettatore del teatro delle albe alla gloriosa alcina – ermanna montanari e le sue multiple personalità/voci protagoniste di una scena allucinata dove ogni altra presenza è fantasma. bene. un po’ meno bene, questa volta, l’intervento sonoro del maestro ceccarelli: pardon, ma il rock, dov’è?*  ho avuto questa reazione un po’ contenutistica (certo di scarso interesse drammaturgico), un po’ fanzinara, da finta specialista, ma insomma, per spiegarmi perché lo spettacolo non mi abbia del tutto compreso (a teatro faccio così, di comprendere io m’importa poco, il viceversa è necessario): la musica non è bella. non è «spiritualmente» rock, e nemmeno rock sperimentale come vorrebbe. forse è rock abbastanza per scandalizzare l’anziano spettatore del teatro grassi che ha pensato bene di inveire ad alta voce nella prima parte dello spettacolo (prima di andar via), ma certo non per me.  dico, vogliamo essere devastanti, come minimo – dico minimo – ci voleva thurston moore (ma dai, ci accontentavamo anche delle officine schwarz). non quella cosa tendente al metal, che contribuisce assai a rendere monocorde uno spettacolo molto intenso ma senza climax (forse per reazione, per me la parte più bella rimane quella meno esasperata, il primo monologo e lei che gira gira su se stessa, emergendo dal buio, immaginando… le clarisse col mascara).

* nello spettacolo è usato assai meglio un altro oggetto pop: la testa di topolino.

la memoria

facoltà tanto disprezzata dai tempi di lalberoacuitendevilapargolettamanoilverdemelogranodaibeivermiglifior, tanto utile tornerebbe invece ora, quando l’utopia dell’enciclopedia dei morti di danilo kiš conforta solo a pensarci, a pensare che qualcun altro l’abbia pensata. quanti anni sprecati ad ascoltare ricordi altrui – quei ricordi del tempo di guerra cui mi attacco morbosamente, i ricordi di un’infanzia negli anni trenta, di una giovinezza negli anni cinquanta – senza scriverne una riga, ascoltando e dimenticando, ascoltando e dimenticando. (vedendo morire chi racconta.)
stasera a. mi ha raccontato di sua mamma piccola figlia di una famiglia belga nell’america di inizio novecento, nonché della mucca daisy e dei serpenti della virginia (che succhiavano il latte dalle tette della mucca); delle ragazze ebree sefardite – italiane nel senso di rodi – sopravvissute a buchenwald e conosciute in congo dopo la guerra, dove ancora potevano sperare in matrimoni combinati, quelle che non impazzivano.
aneddoti, storie, cose che da tanti anni sono cristallizzate in racconti. che nessuno ha ancora scritto, ma forse quando il narratore ha 77 anni bisognerebbe farlo, anche se può sembrare un epitaffio, se non è facile decidere come. (oppure rassegnarsi al tutto scorre, all’effetto non poi così effimero del racconto orale, alla natura transitoria dell’esperienza.)

percezione del piombo

cominciare a vedere un film che si chiama piombo rovente. (chiedersi perché, visto che in originale è sweet smell of success.) dover guardare sul mereghetti per riesumare la nozione che alexander mackendrick è il regista della signora omicidi. (avendo però perfettamente presente che è un regista inglese e dunque cosa ci fa in america?)
arrivare alla fine del film chiedendosi, in effetti, quand’è che cominciano a sparare. rendersi conto solo dopo la fine che il piombo del titolo,  dal 1957 con furore, era senz’altro quello della tipografia dei giornali su cui scrivono i velenosi protagonisti della storia. sfido chiunque…
(musica e luci di ny grandiosi, vicenda amarissima, quasi insopportabile.)

vedendo la neve

mi ricordo il giorno dopo, quando i. mi ha accompagnato in montagna per vedere se fosse andata lì. c’era la neve e il posto dell’estate era diverso, mai visto prima. per non rischiare  di slittare con la macchina abbiamo fatto a piedi l’ultimo pezzo, dalla scorciatoia, con scarpe non adatte, l’aria che pungeva. la casa era sola, ad arrivare così sembrava di disturbare. non mi aspettavo di trovarla. non aveva le chiavi. (tracce non ce n’erano. ho pensato alla lepre morta che una volta mio papà ha trovato sotto il terrazzo, d’inverno.)