l’estate dell’85

[per ernesto de pascale, 1958-2011]

l’estate dell’85, dunque, avevo diciassette anni.  davo l’esame di maturità.  andavo per la prima volta a londra, sola con un’amica, con l’alibi conservatore di un viaggio studio.  vivevo in un paese piccolo, terminavo il liceo in una città piccola, non avevo una vita sociale degna di questo nome.  attendevo di cominciare l’università in un concentratissimo buco nero di aspettative, frustrazioni, estasi adolescenziali.
ascoltavo la radio.
scoprivo tutta la musica che c’era perché me la raccontavano.  non esisteva a priori, nella vita quotidiana non ne sentivo da nessuna parte.  se la prima storia musicale a catturarmi era partita dalla morte di john lennon e la seconda narrazione sul tema era uscita dalla stilosissima scatola sonoro-visiva di mr fantasy, la terza affabulazione musicale ad agganciare qualcosa dentro di me monopolizzando emozioni cavate da un nucleo inesplorato fu raistereonotte. [e qui scusate se divido il post ma ho intenzione di dilungarmi.]

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quanto poco mi è piaciuto il museo del 900 di milano

fatta una piccola coda durante la quale abbiamo debitamente acquistato un libro di ricette africane, venerdì pomeriggio io e p. ci siamo addentrati in un museo ancora affollato dall’ingresso gratuito. la collezione l’ho vista volentieri, ci mancherebbe – in particolare, direi, i boccioni – ma la delusione riguardo a spazi e allestimento è stata grande: capisco che il palazzo è lungo e stretto, ma sembra di aggirarsi tutto il tempo in corridoi, sottoscala e disimpegni dai loschi tramezzi imbottiti, dove le opere sono disposte senza grandi idee, a parte alcune nicchie scure che valorizzano meglio certi pezzi. il discorso metastrutturale (conservazione delle colonne, scala pseudo-guggenheim) risulta goffo e angusto. si tira un po’ il fiato solo nel grande spazio dedicato a fontana, che da corridoio assurge perlomeno a foyer (peraltro funestato da scale mobili da centro commerciale che meglio starebbero state alla stazione centrale, dove invece, com’è noto, si sono quasi estinte).  bello il panorama sulla piazza e gli scorci di palazzo reale dalle vetrate laterali, ma non proprio una ristrutturazione godibile e/o moderna, secondo me.

berlino secondo zamboni

e chi lo sapeva che massimo zamboni scriveva libri, se non ci fosse stata venerdì una piccola pigna di il mio primo dopoguerra al libraccio (remainder, temo). l’ho preso irresistibilmente incuriosita dalle gesta del nostro nella kreuzberg delle case occupate, 1981, e devo dire che non sono stata delusa. ci sono, la curiosità urbana e storica, lo spiazzamento dell’italiano all’estero, il fascino delle rovine e del cambiamento, l’occhio critico e affettuoso insieme. nella scrittura qualche tentazione lirica, qualche tentazione criptica, ma non esagera quasi mai (esagera un po’ con la pizzeria, ma questa è un’altra storia). musica c’è, ma non sovrabbondante. lo metto nello scaffalino sulle città.

the children’s book di a.s. byatt

è un libro ambizioso, lungo e deludente: corale al punto da smarrire i protagonisti per strada disorientando il lettore, salta da un periodo storico all’altro con enciclopedici riassunti  di anni di vita sociale e politica inglese, è afflitto da preziosismi stilistici fastidiosi e per di più dà al suddetto lettore già stanco una cruenta mazzata finale sprofondandolo nelle trincee del 15-18.
d’altro canto è un libro ambizioso, lungo e interessante: si addentra negli ambienti fabiani e artistici di fine ottocento, spazia dall’era vittoriana alla prima guerra mondiale con tanto di suffragette (che ben mi ricordavo da un appassionante sceneggiato tv inglese, penso fosse shoulder to shoulder), racconta l’esposizione universale di parigi che ti pare di esserci, la nascita della letteratura per ragazzi e del victoria and albert museum, e fornisce ulteriori motivi per gite da effettuarsi a monaco di baviera e a dungeness.
(se però vi secca dover aprire un atlante per rendere leggibile la fuga di un personaggio nel sud dell’inghilterra, questo romanzo non fa per voi.)

daniele formica

scomparso due giorni fa, amo ricordarlo come elegantissimo presentatore delle comiche di buster keaton sulla rai; anche la vita in fondo è breve – non due rulli, ma poco più.
non avevo idea che fosse mezzo irlandese, cosa che me lo rende ancor più caro.

la sua notorietà televisiva fu passeggera, ma continuava a recitare e di recente teneva un blog (dalla scrittura evidentemente impari rispetto alla vulcanicità del suo flusso pensiero/parola).
in rete c'è anche c'è la trascrizione di una trasmissione tv in cui incontra degli studenti.

amabile merce

che il tè sia la mia sostanza-rifugio si sa, e dunque l’accumulo di provviste del genere ha una sua giustificazione.  l’altra settimana però ho comprato queste bustine di cui non avevo assolutamente bisogno, solo perché clipper mi instupidisce totalmente con il suo packaging.
il tè peraltro è molto buono e l’azienda impegnata a tutto campo su prodotti biologici e/o da commercio equo.

sembra però che i loro grafici, big fish (già artefici dei pacchetti di dorset cereals, di cui sono caduta vittima numerose volte), abbiano un mio identikit da usare come profilo del consumatore ideale e ciò mi mette a disagio: faccio bene a premiare la bellezza del loro lavoro e la qualità dei prodotti che riveste, oppure sono solo un’altra psicolabilità nel grande sistema del commercio?
in altri termini: resistere al richiamo della teiera rétro (con rosellina incorporata, l’avete vista) sarebbe un saggio atto di spirito critico o un inutile atto di automortificazione?

(prego di andare a guardare la serie di pacchetti «drink me», ispirati ad alice nel paese delle meraviglie, prima di rispondere.)

l’avaro del teatro delle albe

all’elfo-puccini non c’ero ancora stata, è uno spazio sobrio, gradevole (appena appena contorto), che sa di nuova ristrutturazione, con un atrio dove mette allegria vedere l’animazione di una multisala a scopo teatrale e non cinematografico (senza i popcorn, per esempio).  la cavernosa galleria di corso buenos aires ne viene solo in parte riscattata – speravo meglio – forse anche per i lavori in corso sul marciapiede.

martedì sera, l’arpagone interpretato da ermanna montanari ha dilettato senza troppi traumi anche una mezza scolaresca di adolescenti.  ma sì, perché dopo un inizio veramente cupo e disturbante – lei torva come una rockstar incazzata in diabolici stivaletti margiela, il continuo rimescolamento della scenografia da parte della servitù, i personaggi giovani dal viso malaticcio e i gesti di meccanica marionetta – la commedia prende il sopravvento.  pur grottesca e amara, ovviamente: la casa ridotta a forziere per il denaro, la famiglia a dinamica economica, un lieto fine che non riscatta la mediocrità dei personaggi.
il testo è proprio quello di molière nella traduzione di garboli ma de-enfatizzato (come ci si può aspettare) dalla continua messa-in-discussione, messa-in-evidenza e mise-en-abîme della messa in scena.
che poi a volte lo trovo un pochino triste, che non si possa più fare uno spettacolo di prosa innocente, con un allestimento tradizionale, ma è la nostra condanna. e comunque, a vedere l’inizio dello spettacolo con i finti tecnici di scena che tirano i tendaggi, arriva il brivido.

(altri accenni alle albe: 1, 2, 3, 4.)