emily e rosamund

emily the strange è un personaggio carino ma piuttosto ovvio e innocuo – perciò, benché sia nato in un ambiente di skaters, appiccicargli l'etichetta di «controcultura» fa alquanto ridere, soprattutto adesso che ci gira intorno un piccolo impero di merchandising… e non mi stupisce molto che sia stato oggetto anche di un'accusa di plagio.

è una storia vecchiotta, comunque eccola qua, io non la sapevo:

prima segnalazione imbarazzante in rete (2006)

sviluppi (2008)

un interessante commento del san francisco weekly sulla querela preventiva (?) (2009)

accordo legale (2009)

ora mi è venuta curiosità di vedere questi libri di nate the great, magari me ne compro un paio…

che bella la mostra su arcimboldo a milano

i quadri ovviamente sono sempre quelli, ma se piacciono l'illustrazione scientifica, le raccolte naturalistiche, i disegni leonardeschi, i libri antichi, vale la pena di andare di corsa a palazzo reale: immersione nel ’500 garantita.  riuscito l'allestimento che crea, anche se sobriamente, ambienti veri e propri da visitare (con musica d'epoca).
non proprio immediato trovare il sito della mostra

marco rostagno e il giallo dei ragazzi

mi sono decisa a procurarmi su ebay certe vestigia di questa storica collana, che da piccola ho amato (ma non mi pare di averne più alcun volume mio – forse me li prestavano? poi magari un giorno li ritroverò da qualche parte)

l’illustratore di queste copertine
noto anche in francia

nancy drew (1970; ristampe del 1975)

hardy boys (1971-72, ristampe del 1976)

(ora il dubbio è se rileggerne uno per vedere se fosse robaccia o no)

e per il nostro bollettino degli scomparsi

man mano che invecchio mi toccherà dotare il blog di una pagina di necrologi (e in ogni caso fare più post per separare un necrologio dall'altro). l'ultimo sarà il mio, postdatato come i coccodrilli.

oggi mi ha intristito la scomparsa a 63 anni di silvano cavatorta, fondatore del festival milanese filmmaker, con cui avevo collaborato anni fa; abitava qui vicino.
anche a conoscerlo poco si sapevano delle cose di lui: spiritoso, fumatore, colto, ex (o mai) architetto, di origini della provincia di parma come dice il nome, collezionista di libri e di ceramiche. magari mi sbaglio, ma amo pensare che fosse suo il delizioso titolo del libro ti conosco mascherino.

loretta strong di copi

sono andata a vederlo ieri all'outoff nella messa in scena di marcido marcidorjs e famosa mimosa – non avevo mai visto né loro né copi (pare che a teatro ultimamente io riesca a vedere solo spettacoli en travesti). 
l'immobilità dell'attore letteralmente legato alla sua astronave e una performance tutta gridato parossismo sono le caratteristiche di questa versione: interessante, ma forse un po' della leggerezza del testo così svanisce…
loretta strong appartiene allo stesso universo del rocky horror, tanto che sarebbe interessante sapere se copi lo conosceva (il musical è del 1973, la sua pièce del 74, il film del 75) o comuunque approfondire le ricognizioni sulla fantascienza come scenario della sessualità più anarchica.

«Cosmonaute intrépide, cannibale, tour à tour tortue et femme du monde, sa vision de l'extérieur du satellite coïncidera toujours avec son intérieur: même enceinte, elle sera toujours à l'intérieur et a l'intérieur de quelqu'un. de qui? Mais n'en disons pas trop: la mémoire est le privilège du seul spectateur.  Loretta Strong, c'est peut-être vous.»
Copi

«Nu et vert, nu comme un ver, beau comme un ange du Greco, il boitille sur un seul escarpin, et ses cheveux dansent. Sous les pas de Copi, le sol se dérobe. Depuis longtemps, Copi a quitté notre terre ferme; il l'a quittée partiellement. Il n'est jamais en un seul endroit à la fois, il est avec nous, et sur la planète qu'un jour il a découverte, que depuis il explore, il décore sa planète intérieure, son île au trésor.»
Colette Godard, Le Monde, 1974

«In Copi, nel suo teatro che solo gli accademici possono ancora definire semplicemente “surrealista”, … c'è non solo l'insegnamento di Alfred Jarry, ma la trasgressione, ben più profonda, di tutto ciò che il ’68 ha rappresentato: la psichedelia, l'utopia, l'erranza, la rivolta contro ogni limitazione della fantasia, l'eccentricità dei riferimenti culturali, la follia come regno dell'immaginazione.»
Tondelli, ora in un weekend postmoderno

in questa monografia, loretta è «l'opera più infantile di Copi».

enrique vila-matas va a mangiare le ostriche con copi in parigi non finisce mai.

una chitarra color pistacchio, due native digitali e il bello della new wave

oggi riso in bianco e streaming del disco nuovo dei wire dal sito del guardian.

martedì 22 al bloom di mezzago (dove non andavo da quasi vent’anni, me lo ricordavo tutto diverso e mi sa che era diverso – uno spazio tipo capannone mentre ora è molto più accogliente) il concerto è stato si può dire complementare a quello che vedemmo nel 2003 (agli albori delle mie ricerche sulle rockstar attempate): allora più breve, tiratissimo, con ancora bruce gilbert alla chitarra (implacabile seppur veramente anziano); stavolta con più spazio per collegare le varie anime della musica dei wire (punk, dark, divagazioni strumentali, pop: kidney bingos!) la compresenza delle quali – nonostante ci siano ancora, decenni dopo, critici bacchettoni che non lo capiscono – è la sostanza stessa di quel che si suole chiamare new wave.
stavolta ero abbastanza vicino per vedere la luce vispa negli occhietti azzurri di colin newman (da queste parti amato anche in quanto produttore di if I die… I die dei virgin prunes).
come da manuale, buzz in the eardrums alla fine (non la canzone, il rumore che ti accompagna fino a casa).

ah, i «bambini» cui accenna la recensione di rockol erano in realtà due toste dark lady della prima media (la piccola m. l’avevamo già incontrata nel salotto dei residents), presissime dal concerto senza mollare mai i loro telefonini. il pubblico è stato gentile e, su richiesta del nostro amico zio di m., le ha lasciate passare davanti. ma diciamo pure che c’era una platea di posapiano: non che sia nostalgica del pogo, ma neanche un saltello durante i pezzi più veloci… bah.

utile ricerca su youtube: la band al rough trade east lo scorso gennaio (con lo stesso chitarrista di questo tour, tale matt simms)

la compagnia della fortezza in hamlice

«saggio sulla fine di una civiltà» che ieri sera a milano si è accalcata all’hangar bicocca (1200 persone secondo gli organizzatori – e secondo la questura?  ci sarà pur stata, essendoci i carcerati…) provocandomi anche qualche piccolo attacco d’ansia da folla, durante l’attesa nell’atrio e poi nel prologo allo spettacolo, in un’anticamera ancora con le luci accese dove il pubblico era disgustosamente costretto a guardare se stesso mentre veniva perseguitato dalle risate di un amleto isterico e intanto cominciava a conoscere i personaggi della recita: molti issati su stivaletti fetisciosi, a cominciare dal coniglio (invece non trovo foto del bellissimo ragazzo con la gonnellina di cartapesta), altri in pianelle da servitore di corte. la corte è una corte settecentesca da amadeus, broccati pizzi e belletti rammentano in effetti le fiabe impolverate alla lindsay kemp. ma quando si aprono le porte dell’hangar vero e proprio dove si innalzano i palazzi di kiefer, ogni spettatore può trovare il proprio teatrino – più amleto, più alice, più amleto –, assembrarsi attorno alle attrazioni maggiori riprendendole pazzamente con il telefonino o vagare sperduto sotto le macerie. parole e musica rimbombano in un frastuono effettivamente apocalittico, ti rassegni a coglierne lacerti (magari leggendo parole di shakespeare sotto i tuoi piedi) e alla fine anche quelli si sbriciolano – restano le facce.
tutto molto nelle mie corde, ma viene il dubbio che se anche gli spettacoli dei detenuti oggi parlano di alice nel paese delle meraviglie… siamo davvero alla frutta?

recensioni di rappresentazioni precedenti (ci trovate pure i discorsi sensati sul potere e sulla libertà):
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