alice nel monolocale

antefatto: circa un mese fa ho messo da parte il fascicolo di casa più «il monolocale», 1974, con l’intento di fare qualche scansione.
fatto: poco dopo ho letto qua dell’alice illustrata da ralph steadman e me ne sono infatuata. su ebay c’era pure l’edizione dell’86 con alici+snark a un prezzo appetibile ma ho scordato l’asta, andata peraltro deserta. c’è però stata, come raramente accade nella vita ma come a volte accade nello shopping, una seconda occasione, e qui ho puntato l’ebay alert. per la cronaca, anche stavolta il libro lo volevo solo io; è arrivato ieri (o, diciamo, è tornato ieri: risulta stampato dalla new interlitho a milano).
perché siamo qui stasera: per ammirare una copia dell’alice di steadman nell’edizione italiana (milano libri 1967) mollemente adagiata sul tavolino di un monolocale del 1974, vicino a 3 pacchetti di marlboro.

Monolocale+alice

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la compagnia della fortezza in hamlice

«saggio sulla fine di una civiltà» che ieri sera a milano si è accalcata all’hangar bicocca (1200 persone secondo gli organizzatori – e secondo la questura?  ci sarà pur stata, essendoci i carcerati…) provocandomi anche qualche piccolo attacco d’ansia da folla, durante l’attesa nell’atrio e poi nel prologo allo spettacolo, in un’anticamera ancora con le luci accese dove il pubblico era disgustosamente costretto a guardare se stesso mentre veniva perseguitato dalle risate di un amleto isterico e intanto cominciava a conoscere i personaggi della recita: molti issati su stivaletti fetisciosi, a cominciare dal coniglio (invece non trovo foto del bellissimo ragazzo con la gonnellina di cartapesta), altri in pianelle da servitore di corte. la corte è una corte settecentesca da amadeus, broccati pizzi e belletti rammentano in effetti le fiabe impolverate alla lindsay kemp. ma quando si aprono le porte dell’hangar vero e proprio dove si innalzano i palazzi di kiefer, ogni spettatore può trovare il proprio teatrino – più amleto, più alice, più amleto –, assembrarsi attorno alle attrazioni maggiori riprendendole pazzamente con il telefonino o vagare sperduto sotto le macerie. parole e musica rimbombano in un frastuono effettivamente apocalittico, ti rassegni a coglierne lacerti (magari leggendo parole di shakespeare sotto i tuoi piedi) e alla fine anche quelli si sbriciolano – restano le facce.
tutto molto nelle mie corde, ma viene il dubbio che se anche gli spettacoli dei detenuti oggi parlano di alice nel paese delle meraviglie… siamo davvero alla frutta?

recensioni di rappresentazioni precedenti (ci trovate pure i discorsi sensati sul potere e sulla libertà):
krapp’s last post
delteatro

agosto è finito e fin qui tutto bene

cioè, la gente d’estate muore come mosche, il polline d’ambrosia è arrivato e in questo momento ho uno strano dolore intercostale, ma insisto nella leggerezza estiva sentendo il podcast del dottor djembé di david riondino (l’ho scoperto in macchina il 15 agosto – a dire la verità, nelle vacanze mi sembra di non avere quasi fatto altro che sentire radiotre).

finora è stato abbastanza facile: milano ancora vuota, il nuovo tragitto per andare al lavoro che me la fa sembrare meno brutta, prendendo il tram davanti ai nanetti e passando davanti al lotto un po’ alla lower east side del piccolo circo, dove abitano dei coniglietti bianchi e neri (giuro, non è il doping antiallergia, recherò prove fotografiche).

Piccolo_circo

peraltro le gite agostane mi hanno visto contemplare commossa cani, pecore, capre, mucche e persino la fugace visione di un cervide non meglio identificato sul sentiero (capriolo femmina?) che ora mi ritrovo quasi identico sulla copertina del disco nuovo di david sylvian (opera di ruud van empel).

life along the borderline a ferrara

Palco e così abbiamo avuto la fortuna di vedere in italia la replica di un evento londinese di cui si favoleggiava l’autunno scorso… non vorrei che john cale mi diventasse come certi musicisti stranieri che arrivano in italia un giorno sì e uno no, perderebbe il suo fascino!
ma per ora non c’è pericolo. nella scatolina di legno dipinto del teatro all’italiana cale sedeva – uomo d’azione e non di vane parole, nonostante la circostanza commemorativa – al centro di una macchina musicale potente, che irradiava la sua leggendaria abilità di produttore.  alle canzoni di nico è successo questo: hanno acquistato strumenti, calore, energia, pur mantenendo la loro qualità spettrale grazie a un particolare lavoro sulle voci.  john cale ha il vocione splendido di sempre (sempre più sorprendente per me con l’avanzare degli anni) che avvolge le canzoni di intensità e distacco (o rimpianto, non so cos’è, una cosa caratteristica sua).  sarei contenta se qualcuno di questi pezzi continuasse a eseguirlo nei suoi tour (sempre ottima la band).  a peter murphy, pure col vocione, ma più ieratico, il ruolo di citare atmosfere teutoniche, teatrali, decadenti come solo lui sa fare (love you peter, nonostante il diradamento tricologico – ma perché nel finale avevi la borsetta a tracolla e poi sei sparito? avevi un altro impegno?).  a soap&skin, la più giovane, donna e di lingua tedesca, il compito di avvicinarsi senza rimpianti all’originale.  mark linkous ha esordito con una voce pesantemente filtrata e lisa gerrard l’ha seguito invadendo il teatro con l’effetto eco (non l’avevo mai vista dal vivo ma ho avuto l’impressione che la voce non l’abbia tirata fuori tutta, e mi è un poco dispiaciuto l’atteggiamento da diva svampita; comunque un appropriato pendant femminile a peter murphy).  mark lanegan: altra declinazione del vocione, bravo, senza smancerie (saranno questi i jim morrison che ci toccano oggi? uno se lo chiede).  più incisiva la partecipazione dei mercury rev, soprattutto  per jonathan donahue (qui ritratto con contorno di conigli), che con mark linkous era la voce maschile-ma-fragile della serata e si è esibito in splendide imitazioni di david tibet (qui ritratto con contorno di gatti) in una versione di evening of light che potremmo definire, se l’aggettivo non fosse abusato, ipnotica.  questo è stato anche il peregrino momento star trek della serata – considerato che si era parlato di star trek nel pomeriggio (e io di solito non parlo mai di star trek, non vedo star trek, non penso a star trek)  la cosa, devo dire, mi ha colpito.

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