volevo dirvi: piantatela di venire a milano a fare showcase pomeridiani e piccoli concerti in locali intimi dove vi si vede da vicino e vi si può persino parlare. basta, è troppo. dopo julian cope che fa canzoni da peggy suicide sul palco della feltrinelli, liverpudlian vestito da cowboy tenebroso spalleggiato da una gigantografia dei beatles che bevono caffè, intento a ipnotizzare il pubblico battendo sul pavimento, mi ritrovo emotivamente provata.
Autore: alba
link del giorno:
new york city walk (via babsi jones – se, come me, la cercavate invano, sappiate che è riemersa dal blackout proprio qui su typepad).
ice fishing at night



è una canzone di john paul jones e peter blegvad che ventiquattr’ore fa, sentendola per la prima volta, mi sono trovata ad acclamare con le lagrime agli occhi come un capolavoro. perciò stasera mi sono fatta due sane risate trovandola definita in rete «la peggior canzone della storia della musica» nonché un brano «penalizzato da un testo non esattamente eccezionale» o, per bene che vada, «francamente strano»… di certo, dunque, ci fosse stata più gente a sentire blegvad e hitchcock ieri a milano, sarebbero potuti volare dei fischi; invece il posto era piccolo e i presenti parevano in solluchero come me davanti alla calda intelligenza e ai fascinosi capelli grigi dei due.
ci si è un po’ rifatti di quella volta che blegvad venne alla milanesiana ma riuscì a suonare solo una canzone e mezzo prima che si scatenasse il diluvio (gli inconvenienti di ieri sera si limitavano ad altoparlanti pronti a rumoreggiare per conto loro), e di sicuro, se avessi saputo che l’omone si sarebbe seduto a un metro da noi, nella ristrettezza del locale, per finire il suo bicchiere, avrei portato il libro di leviathan da fargli firmare.
ma, se l’omone con le canzoncine minime mi è piaciuto parecchio, che dire di un uomo appena più basso che da solo riesce a non far rimpiangere una band?
hitchcock, dal vivo con la sua chitarra e basta (e la camicia con i papaveri e un piccolo sennheiser da fissare con il nastro adesivo), è di un’intensità tale che non osi quasi immaginarti come debba essere con un gruppo, o come dovesse essere da giovane. oppure, ancora meglio, ti immagini che sia più bravo ora che da giovane. insomma, io già dopo chinese bones ero innamorata del suo colorito britannico teneramente arrossato (riflettori? timidezza? quel grande calice di vino italico?) e lo vedevo trasfigurato. poi è uno di quei casi in cui chi se ne importa della scaletta: scrive solo canzoni belle o bellissime, costui. (il meno che si possa dire di una canzone di rh, al limite, è che sia solo divertente.)
io stessa, per la verità, mentre l’altro giorno cercavo di trovare un po’ di tempo per sentire luxor – l’ultimo suo disco che son riuscita a procurarmi – mi lasciavo andare a sbuffi di «che palle, un album acustico». sbagliando di grosso, naturalmente, perché è un disco molto bello. per cui vorrei tentare di riscattarmi dichiarando hitchcock il più grande autore di testi del pop mondiale, almeno nella mia testolina, perché davvero oggi non mi viene in mente nessun altro all’altezza del titolo.
p come potature
questa settimana, oltre al consueto post alfabetico, mi giunge da s. la notizia che il giardiniere ha trovato un amico: ma certo, il contadino di voglia di terra (e anche lui ha parlato di potatura), ottimo sito che in effetti conoscevo ma non avevo mai linkato nel monday bud blogging – dovrei fare un post di navigazione con un po’ di link a tema vegetale, uno dei prossimi lunedì.
stiamo potando. armati fino ai denti con motoseghe, trattori, cestelli, soffiatori, cartelli, tute, guanti, elmetti. c’è qualcosa di più stressante di un cantiere di potature su strada? richieste, uffici, permessi, autorizzazioni, divieti. e poi pareri opinioni: e il tecnico, e l’assessore, e il politico, e l’uomo della strada. state tagliando troppo, troppo poco, bene, male, certo che i contadini di una volta loro sì che, possiamo prendere un po’ di legna? e tutto in dialetto… devastante.
e io sogno lei. noi stavamo «facendo un giardino» secondo la consolidata quanto detestata formula tutta italiana che vuole il giardino come somma di siepe, tappetino e aiuolette, acero giapponese, cedro del libano e magnolia sempreverde. ed ecco lei, di là dalla recinzione. non so da dove sia comparsa coi suoi attrezzi semplici. assorta nel lavoro, precisa nei tagli, rapida ma mai sbrigativa – e non escludo che al contempo avesse qualche pentola sul fuoco… – lavorava sicura. come qualcosa che sapesse fare da sempre. non avevo mai assistito alla potatura di un pesco come a un esercizio zen.
quanto a mckean:
vista alfine la retrospettiva narcolepsy a milano. pensato troppo a jan svankmajer e stasys. pensato alquanto a john cale (per questi motivi, e perché tra video visibili nella mostra – tra l’altro mal allestita – non c’era il film), notati i bellissimi gatti.
link del giorno:
the big lebowski random quote generator.
poi, mi è tornato in mente ieri sera che ho una vhs di bullitt da regalare: chi la vuole alzi la mano e commenti.
segnalo
a simone, l’uomo lain, casomai ripassasse da queste parti, che gli eventi sulle rockstar più o meno perdute degli anni ottanta vanno promossi proprio fino allo sfinimento, a prova di fan attorno ai quaranta avviluppato dal suo day job, una o più famiglie, varie menate e crisi esistenziali.
ciò per dire che dopo essermi persa il concerto di nikki sudden in dicembre (ma del resto nessuno fra i conoscenti interessati l’aveva saputo), rischiavo di perdermi anche julian cope. ora invece so (che viene in italia per l’uscita dell’autobiografia), e giovedì 10 alle 18.30 cercherò di scapicollarmi alla feltrinelli di piazza piemonte. ma suona anche un pochino, oppure no?
poi, stamattina ho telefonato al numero di cellulare trovato fortunosamente sul tenerissimo flyer di robyn hitchcock (erano secoli che non vedevo una fotocopia su carta giallina): parli con un inglese che prende il tuo nome e ti farà trovare i biglietti, dice, quando martedì 8 attraverserai milano per raggiungere le scimmie – inteso come locale – alle 20.30.
bisogna forse evincere da tutto ciò che per rockstar e fan perduti degli anni ottanta è meglio andare a letto presto? (mannò, pensiamo piuttosto agli orari anglosassoni.)
attese
a me pareva che firefox in inglese dicesse «waiting for…» e il nome del sito che stava caricando.
ora, in italiano dice «attendere per» (al posto di «in attesa di» o roba del genere).
mi dà un fastidio tale che quasi quasi lo reinstallo in lingua originale.
di teatrino clandestino
ho visto qualche anno fa hedda gabler e ieri sera madre e assassina.
è incredibile quanto sia elastico il dispositivo teatrale, posta come unica condizione la presenza degli spettatori.
loro usano molto il video,* e qui la cosa è portata alle estreme conseguenze: dell'azione teatrale si vede un preciso simulacro videoproiettato e filtrato da un altro schermo, trasparente – le voci ci sono, invece, vere (alla fine dello spettacolo i due schermi si abbassano svelando gli attori e la scatola del teatro) – tranne quando, con un brusco scarto, ci si trova un attore in carne e ossa lì a un metro, in platea.
un meccanismo raffinato applicato a una materia cupa e viscerale: direi che serve, perché non si vuole spiegare ma far osservare, lavorare su piani diversi per esplorare diverse dimensioni dei personaggi (che prima di essere personaggi teatrali sono personaggi di un fatto di cronaca, personaggi televisivi, forse anche personaggi cinematografici, vista la citazione dell'ambientazione anni cinquanta). per questo, credo, il testo è ridotto all'osso – a una sceneggiatura che sa di esserlo, fatta salva la battuta finale «una cosa non sopporto: che di tutto si cerchi di fare poesia» – e giustamente banalizzata la tentazione di una spiegazione puramente sociologica del delitto.
uhm, sì, il tema dello spettacolo è una madre che uccide in puro stile film horror i due figli, ma nel parlare dello spettacolo a me veniva da dire – al posto di infanticidio, che comunque non andrebbe bene perché i figli non sono piccoli – matricidio: c'è materia per lo specialista, mi pare.
* «Quello che la cultura dell’immagine ci ha tolto, il teatro ce lo restituisce nella sua sola grande regola del qui e ora, ma trasfigurato, SPETTRO.» (tc)
invisible library
è un catalogo di libri esistiti solo nella finzione letteraria: imaginary books, pseudobiblia, artifictions, fabled tomes, libris phantastica [sic], and all manner of books unwritten, unread, unpublished, and unfound. (via ilike).
l’idea è quella dell’enciclopedico e italico mirabiblia di zanichelli (assaggio).
altri repertori del genere?