è ok per me

sono in una fase di afasico quanto intenso apprezzamento del cinema americano degli anni 70. dopo dieci ore a una scrivania, sono stata su una spiaggia di malibu con elliott gould. the long goodbye.
non ho particolari apporti critici in questo momento – tra l’altro, se sugli anni 60 e gli 80 due idee in croce mi vengono, sui seventies faccio discretamente fatica, forse perché ne ho una nozione estremamente lacunosa – ma il gatto non sarà mica una citazione di colazione da tiffany?

i fantasmi di boltanski

parlano dell’identità nella massa, del persistere dell’unità nell’incommensurabile numero dei viventi e dei morti.  chi può negarsi un frisson nel pensare, davanti al grande scaffale pieno di guide telefoniche di tutto il mondo (fine del secondo millennio circa): lì c’è anche il mio nome?
b. setaccia gli archivi, illumina le foto della sua collezione della rivista «détective», esplora la disarmante testimonianza della fototessera, della striscia di provini a contatto, la necessità e l’inutilità della memoria, il bianco e nero delle facce, ognuna ostinatamente diversa dall’altra. dice: conservare è inutile, se metto sotto vetro questo accendino, non è più un accendino.

(ultime notizie di christian boltanski, al pac di milano fino al 19 giugno, gratis il giovedì sera)

vicino al chiosco del fioraio

di via canova si vede, se ci si passa nel tardo pomeriggio, un camion con la cabina piena di rose. finte, immagino. devo controllare in altri orari. chiedere al fioraio?  di fronte c’è un fruttivendolo-gioielliere, che esibisce anche alcune piantine di erbe aromatiche al traffico infernale di quell’incrocio. al di là dell’incrocio, il parco, dove i cagnetti del centro di milano possono fingere di avere una vita normale. just another manic monday.

alfabeto di mario de biasi

(istituto di propaganda libraria, 1971) raccoglie scatti con cui de biasi ha collezionato una serie a-z di lettere incise sulle piante, alcune ben riconoscibili come tali, altre la cui immagine appare quasi costruita, astratta, in particolare le lettere intagliate sulle foglie delle agavi.
l’unico testo è una breve introduzione di nantas salvalaggio in cui è riportata una dichiarazione del fotografo: «è curioso, ma gli autografi arborei scompaiono una volta varcata la manica. gli inglesi non firmano i loro sentimenti sulle cortecce degli alberi. non sanno manovrare i temperini? oppure hanno delle piante un rispetto che i latini ignorano?»
(ma forse ora, trent’anni dopo, anche da noi latini l’abitudine si sia un po’ estinta.)

se si è un po’ in fuga da questa estate precoce

va bene andare a vedere last days. non che si debba per forza desiderare un’estate fredda e piovosa in un paese freddo e piovoso, e men che meno di avere degli amici così bastardi, benché ascoltino venus in furs ad alto volume.  ma è chiaro che in quel silenzio, in quella casa, in quel verde si sarebbe anche potuto star bene, che da quelle chitarre poteva uscire qualcosa di bello, che le sorprese esistono, come vedere un bambino amish diventare un rocker occhialuto (chiedo scusa, era un pezzo che non mi aggiornavo sulla carriera di lukas haas). le mie cognizioni sullo stato di washington e la foresta pluviale rimangono scarsissime, affidate soprattutto a un thriller di nora roberts letto per lavoro anni fa, ma potrebbero tornarmi utili ora che devo uscire per commissioni in questa calura.

partita per la riunione della rete vendita

con la deprimente idea di limitarmi al tragitto stazione-albergo-stazione, e gravata dell’unica responsabilità di portare un paio di libri voluminosi, avevo tolto dalla borsa la macchina fotografica. così non posso dimostrare l’esistenza delle distese di papaveri sulla linea ferroviaria milano-genova, e neppure che la mattinata si è conclusa a sorpresa sulla terrazza del museo del mare (un’improvvisa esperienza di luce e odore di porto, un caldo già estivo da cui difendersi, in testa l’arrivo di artemisia a genova, 1638, come lo scrive anna banti).

i cavoli a merenda

qui si torna sempre a parlare di crocifere, prima o poi (e magari ti dicono, a cosa serve un blog: ricordo che così ho rimediato un’ottima ricetta del caldoverde, più volte sperimentata quest’inverno).
delizia del fine settimana, i cavoli a merenda di sto, con la principessa che ha una voglia di cavoli strascinati sulla guancia.

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