john martyn al joe’s pub

alla fine è stato l’unico concerto che siamo riusciti a vedere a new york – causa cattive notizie ricevute da casa, non eravamo tanto dell’umore di andare a cercare i clubbini trendy, mentre con il maliconico set di un sessantenne in città per farsi cambiare una protesi ero perfettamente in sintonia (scoperto la mattina stessa da un volantino sulla porta di other music).

è stato un concerto breve ma intenso: lieti di aver contribuito un pochino anche noi alla gamba nuova, caro john martyn, e di averti visto da vicino benché un po’ da dietro una colonna, a causa di quell’assurda abitudine dei luoghi da concerto alla blue note, di mettere sempre la gente a tavola a mangiare e bere. che diamine.

milano in settembre

presenta ormai una infruibile stratificazione di panoramica dei film di venezia/milano film festival sempre più esteso/festival musicale MITO/ripresa di concerti vari.
però non mi sono scoraggiata e ho visto:
il primo giorno d'inverno di mirko locatelli e ballast di lance hammer
fujian-blue di weng shou-ming e slow mirror dei bucharov (grazie al cielo per i titoli in «inglese internazionale»)
and now for something completely different dei monty python (contenente lo sketch sulla barzelletta che uccide)
il concerto dei killing joke che prevedibilmente era bello
il concerto degli afterhours che meno prevedibilmente – per me – era bello (su afterhours e scerbanenco: vedi)

ah, dopo terry gilliam è arrivato pure vincent gallo, che  mi piace sempre di più dopo averlo visto live (ma che folla c'era… perché?), e persino dopo aver visto the brown bunny, forse per la tenerezza che mi fa l'esistenza di un film così improponibile, con un titolo del genere (da vedere, però, almeno il trailer).
si potrebbe anche approfondire l'argomento dibattendo non sulla famigerata scena di brown bunny, ma magari se sia vero che, come dice un commento di youtube, vg sembra il figlio di david lynch e woody allen; se la sua sfida al senso dell'umorismo americano – v. il sito, le dichiarazioni politicamente scorrette, le bizze da star – abbia un senso; se gli effervescenti aneddoti autobiografici abbiano un fondamento o no… non adesso però, perché ho festeggiato l'equinozio d'autunno pigliandomi un'infreddatura colossale e desidero solo raggomitolarmi da qualche parte (è per questo, in realtà, che mi do a in treatment).
vincent gallo mi ricorda un'altra faccia inquietante, quella di stefano cassetti.

in treatment

è una serie che io ovviamente devo guardare, non perché sia hbo né per il suo valore di esperimento televisivo à la 24, bensì perché contiene la maggior quantità di gabriel byrne che si sia mai vista (più dei film in cui faceva il protagonista, a occhio e croce).
e la serie è guardabile, come no, ma del fatto che ci abbiano abbinato un forum di psicologia, che dobbiamo pensare? evidentemente che la tv ci tiene a proporsi come guida esistenziale/morale – il che già sarebbe abbastanza orribile – proprio dopo aver perso nei contenuti qualsiasi valore culturale/pedagogico… incomprensibile, no?

scaffali: veronelli

«scomparsi i gigi della gnaccia.  chi di noi non li ricorda, noi dico, noi ripeto, noi che amando la vecchia milano non riusciamo ad amare la nuova?
venuti dal monte amiata in cento, in mille, i gigi della gnaccia, a battere le vie cittadine; in cento, in mille ad affollare le uscite delle scuole e delle fabbriche.  uscivi e avevi allegria dal gigi, dalla gran teglia di rame stagnato sui trespoli, dalla sottile brace di legno di castagno nello scaldino sotto, dall’umile torta con quella superficie piena di grinze e righe a far contrasto con la grassezza della pasta dentro.
il «mio» gigi attendeva noi bambini – taciturno, sbracato ed aggressivo – all’uscita delle elementari in piazza archinto, nell’isola (a quei tempi, ripeto; oggi quell’al di là di porta garibaldi è tutt’altro che un’isola).  riempiva i sogni dei miei pomeriggi, gni poco a tastare, irrequieto, nel banco, quei 10, 20 centesimi per il gran pezzo di bronzeo castagnaccio.  la felicità era certo una facile conquista.»

luigi veronelli, guide veronelli all’italia piacevole: lombardia, garzanti 1968.

mi sembra un passo opportuno da trascrivere oggi che l’autunno sembra effettivamente arrivato nella piazza suddetta.
dopo aver trovato questo volumetto tra i libri di mio padre, mi sono appassionata alla prosa del mai troppo rimpianto anarcoenologo e ho fatto qualche ricerca: a questo punto lo scaffale è così composto.

alla ricerca dei cibi perduti, ristampa di deriveapprodi, 2004
guide veronelli all’italia piacevole:
liguria
piemonte e valle d’aosta
umbria e marche
lazio
lombardia
campania
sardegna
toscana
bere giusto, rizzoli 1971 (bur 1981)
i cocktails, rizzoli 1963 (ristampa 1975)

accidenti, proprio la mattina in cui uscivo con in spalla la sportina con le matrioske ho incontrato le signore russofone che cercavano la chiesa del quartiere (chiesa cattolica, ma che ospita periodicamente altre funzioni).
gli incontri domenicali sono proseguiti con il gruppo di canadesi in treno e il loro affascinante/respingente miscuglio di francese strano e inglese americano (intrecciati senza soluzione di continuità).
al ritorno, nella devastazione della stazioncina lacustre semiabbandonata ho aiutato due intraprendenti signori britannici a decifrare l’orario ferroviario dietro il vetro pasticciato di scritte vandaliche.
(con tutte queste persone ho avuto l’impressione di capirmi meglio che con mia madre, ma questa è un’altra faccenda.)

sulla donna e la siringa,

lying figure with hypodermic syringe, bacon dice – intervistato da melvyn bragg per la bbc nell’85 –che non pensava specificamente alla droga ma voleva inchiodare la figura al letto («mica potevo usare un chiodo»).

Un paio di giorni dopo aver visto la mostra di cui sotto, ho portato a casa dal libraccio un piccolo  carico di libri SE, tra cui luogo eventuale di ingeborg bachmann, che – a parte rientrare nelle eventuali bibliografie berlinesi di cui si diceva – dice in uno dei suoi spaccati «ospedalieri»:

L’infermiera di notte ha daccapo indovinato ogni cosa, conosce questa storia del balcone, interviene come sa e pratica una puntura che passa da parte a parte e rimane infilzata nel materasso, perché non ci ci possa più alzare.

(trad. di bruna bianchi, con 13 disegni di günther grass, milano 1992)