bacon a palazzo reale

ieri, ultimo giorno della mostra e per noi di turismo culturale milanese, fingendo di essere ancora in vacanza.
mostra bella, che fa venir voglia di andare subito a dublino dove lo studio londinese di fb è stato trasportato, alla hugh lane gallery.  bel documentario della bbc.  non troppi quadri, per lo più da musei lontani e collezioni private. 
la questione del vetro: «I feel that, because I use no varnishes or anything of that kind, and because of the very flat way I paint, the glass helps to unify the picture. I also like the distance between what has been done and the onlooker that the glass creates; I like the removal of the object as far as possible». 
la struttura geometrica delineata come sfondo di quasi tutti i dipinti, come un palcoscenico (allora il vetro ne è il quarto lato) o un simulcro della prospettiva classica da infrangere sistematicamente.
non trovo online lo scritto di sgarbi; mi piaceva, specie quando dice dell’influenza filosofica di bacon (al di là dello specifico artistico), affine a quella di beckett.

risatina:  la frase del dépliant di palazzo reale «La sua opera, dai piccoli intensissimi ritratti ai monumentali trittici, risulta contraddistinta da valenze simboliche del tutto personali, ricche di allusioni cinematografiche, letterarie e religiose […]»
ne ricalca una del dépliant della mostra di lugano del 1993: «Dai piccoli intensissimi ritratti ai monumentali trittici, la sua opera è contraddistinta da un simbolismo del tutto personale con di allusioni cinematografiche, letterarie, religiose.»
ma del resto il curatore è lo stesso – e neppure io butto via niente…

le letture propedeutiche newyorkesi

continuano – dopo l'isola delle colline di maffi, corrado augias che devo dire serve sempre, pezzi e bocconi di american gangster di mark jacobson, i primi 2 gialli di nero wolfe (ho questi splendidi omnibus mondadori di stout trovati su ebay, ma i romanzi sono noiosissimi, non ci si può credere!), chiamalo sonno di h. roth e washington square di h. james – con underworld di delillo.
ora, prima che lo leggessi il volo era stato prenotato, e si dà il caso che cada il giorno dello shot heard 'round the world intorno a cui ruota tutto il libro (a cui aggiungere, se vogliamo, il fatto che sono nata il giorno 13 e la somma delle ultime due cifre del mio anno di nascita dà 13).
sono circa a tre quarti, e a questo punto trovo rigenerante un libro in cui si segue il destino della spazzatura e di una palla da baseball, non dei personaggi.

non andavo in sardegna

dal 1998, una delle prime vacanze con p.: era un campo di legambiente a guspini, vicino alle miniere di montevecchio.

questa volta invece, giro in tenda della costa settentrionale, da olbia ad alghero con escursioni all’interno.  ho ripreso da poco a fare campeggio e mi stressa il nuovo problema – non so se tipicamente sardo; in corsica per esempio non sussiste – di evitare i «campeggi-villaggio» carissimi, pieni di animazione, chiasso, tessere club ecc ecc.
vibrazioni positive a marina delle rose: fitta pineta, bel litorale nordico, kitesurfers.

il punto più ridicolo della rough guide: segnala un dolmen alto 6 metri (neanche stonehenge, temo).  sì, benché privi della guida di julian cope abbiamo fatto un po’ di tappe archeologiche: vicino ad arzachena i siti di li muri e li lolghi (questa sembra proprio la tomba dei giganti della copertina di the megalithic european), il suddetto dolmen ladas a luras (ci siamo andati col preciso scopo di ridicolizzare la rough guide) e, quanti ai nuraghi, santu antine.

sono stata ad alghero, ma non in compagnia di uno straniero.
la mia ricerca su internet dà come controversa la ricetta degli spaghetti all’algherese. comunque, se si può aggiungere della bottarga, perché non farlo.

il penultimo giorno siamo finiti a berchidda, sede del festival di paolo fresu, dove suonava steve coleman.

la strana deportazione su traghetti moby (penso sia per l’enormità della nave e della gente, ma l’esperienza del traghetto è brutta) ha consentito perlomeno di leggere un bel po’.

post-movie stress disorder

visto batman, il cavaliere oscuro, e non ho molto da dire che già non dica la recensione del new yorker.
(da cui si apprende anche che i panorami di gotham city sono girati a chicago – attenzione, è vero che in alcuni punti vengono le vertigini!)*
il senso di fare un film così lungo e incasinato mi sfugge; l’atmosfera da film catastrofico predomina sui pur apprezzabilissimi dilemmi morali e bisogna aggrapparsi a heath ledger, michael caine e gary oldman per resistere fino in fondo.

alla collega c. non è piaciuto in quanto l’eroe che «è uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo» e rapisce gente all’estero le sembra proprio un agente della CIA.

in questa prima parte dell’anno ho visto troppo poche commedie – forse solo sex and the city, che non ho particolarmente apprezzato, forse anche per lo straniamento del vedere le protgoniste così invecchiate (ehm, suppongo di essere invecchiata altrettanto anch’io, dai primi anni della serie).

ps commenti in moderazione fino al 19, ciao!

* pare anche che alcune sequenze siano state girate alla Battersea Power Station: vedi, e pure qua.

è il 21 luglio e ho appena fatto un bagno caldo

non più improbabile, in teoria, dell’arrivo a milano di tom waits, verificatosi peraltro la scorsa settimana. era diventata così leggendaria la sua assenza in italia dal premio tenco dell’83, che non ricordavo neanche fosse stato a firenze nel 99.
nel frattempo avevo quasi cominciato a volergliene un po’, a tom waits, per aver involontariamente istigato troppa gente a imitarlo, ma alla fine è andato tutto bene. insomma, è stata l’occasione per ricordarmi che tom waits mi piaceva follemente (prima che smettessi di ascoltarlo, ma questa è un’altra storia).
ci sono andata venerdì 18, concerto favoloso, teatralissimo nonostante gli effetti misurati (luci belle, giacca con la fodera rossa, nuvole di polvere sotto le scarpe, oggetti vetusti sul palco), peccato che agli arcimboldi non ci siano i palchi e le poltrone di velluto rosso. trovo strano andare proprio alla bicocca, tra il nuovo che avanza, a certi concerti in cui si tenta di ritrovare emozioni familiari.
abbiamo avuto intatte le atmosfere a tutti care di rain dogs, ma anche varietà di ritmi, storielle al pianoforte e professionismo u.s.a., ma non esagerato, tranne forse per il chitarrista (si sa, i chitarristi… poi, insomma, per il biglietto esoso avrei voluto  marc ribot. e magari un programmino di sala, no? stampato bene… macché).
tra splendore e disgrazia prevale il primo, eppure il personaggio non delude: whimsical, quirky, quel che volete.  pronuncia il milanese meglio di me (non che io sia milanese).  e comunque non ho ancora capito come fa a produrre quella voce; quando parla è tutta diversa.
sulla locandina ufficiale la pioggia glitter del finale luccica veramente, ma non l’ho comprata.

dubbi sulla setlist. (nemmeno io ricordo che cemetery polka sia finita in medley con big black mariah, ma tant’è.)
su flickr ci sono un po’ di foto, nonostante la security nervosa e sniffosa.
un inventario: tom waits confessions.
non so se tom waits sia un marziano del rock; a me sembra forse la forma più evoluta del bluesman, rassegnato all’amplificazione della popolarità (la sua scenografia, sin dallo scorso tour, è un assemblaggio di vecchi altoparlanti a cornetta), e a utilizzarne al meglio l’inevitabile distorsione.

il fine settimana ha portato due risultati

notevoli nella mai sopita ricerca di «evasione ma non troppo» ovvero «tormentato ma non troppo»:
– in bruges di martin mcdonagh, ed è già culto (dico, mi è piaciuto persino colin farrell! e persino ralph fiennes!). la musica è di carter burwell, il compositore dei folm dei coen.
anansi boys di neil gaiman, benché (o proprio perché) incredibilmente douglasadamsiano.

errata corrige

dunque, ho casualmente ritrovato le prove di aver già visto gli EN (a differenza di quanto frettolosamente sostenuto qua).
a cosa attribuire l’orrenda falla mnemonica?
dubito che sia stato un concerto così dimenticabile, specie per la mia psiche venticinquenne.
eppure l’analogia con un ipotetico tentativo di ripescare dati da un disco ottico (il supporto d’archiviazione dati in uso allora) è preoccupante.(altro concerto che non mi ricordo affatto: i rem nel 95. bah.)
quesito: ma quando si sono estinti i biglietti illustrati?
l’ultimo in mio possesso è del 2003.
purtroppo non ne ho conservati molti (adesso invece mi sa che comincio a tenere pure quelli ticchettone, metti che servano.)

lezioni di vero

un pochino al cinema ci si è andati, ma senza sprecarsi a verbalizzare molto.

gomorra di garrone
il divo di sorrentino
il resto della notte di munzi
entre les murs di cantet

nel sofferto confronto con il reale, garrone primeggia. ma anche gli altri si difendono.
la stilizzazione di sorrentino è una scorciatoia? può darsi, ma mi pare che funzioni.

4 notti con anna di skolimowski (rassegna di cannes) è un film dell’est, si potebbe dire, vintage.
a tratti quasi un cartone polacco di una volta – eppure fabbriche e kolchoz dismessi c’entrano non poco. piaciuto molto, speriamo che esca in sala.