c'è stato il record store day 2010, ma io non me ne sono accorta prima di leggere qua (vedi a volte, a non essere su facebook), tuttavia proprio ieri ho ordinato – via internet – un disco in vinile. l'acquisto permette il download di una copia digitale dell'album, così stamattina ho potuto cominciare a sentirlo sull'ipod mentre andavo al lavoro. consapevole di desacralizzare l'agognato arrivo della copia, moltiplico almeno le occasioni di ascolto, cosa vitale nella mancanza di tempo… cronica. con tutto il mio atavico attaccamento al vinile e il bisogno che ho almeno della copia in cd di un album – se no mi pare di non riuscire ad assimilarlo veramente – devo dire che non scambierei l'accesso alla cultura attuale con i vecchi tempi. certo, c'è il rischio della dispersione, della superficialità, dell'appiattimento di parole e suoni e immagini in un continuum digitale ma insomma… in casa mia non si sentiva musica, a me invece cominciò a interessare e i primi approcci dovettero passare attraverso questo armamentario e i 45 giri al mercato ambulante del giovedì! pittoresco ma arduo.
ciò detto, mi propongo per il resto dell'anno di fare una piccola statistica su dove compro i dischi. perché la verità è che adoro i negozi di dischi come luogo, ma da troppo ormai: non ho tempo ad andarci; mi intimidiscono perché non sono più aggiornata come un tempo; se ci vado magari non trovo quello che mi serve. mi sono dunque disciolta nei tempi moderni? non so più se i metodi prevalenti della fruizione culturale risultano conformi alla mia attuale mancanza di concentrazione o viceversa.
Autore: alba
ezio anichini
«aveva gran talento, ma nel resto della vita era
così nullo, così sconclusionato, così inetto da parere
qualche volta deficiente, e da restare, pur sempre lavorando,
povero e come bambino e in miseria sempre.» (fonte)
oltre al peter pan bemporad, la bibliotechina conta 3 volumetti blu carabba degli anni 20 illustrati da anichini: leggende spagnole di gustavo ad. bequer, favole nazionali inglesi vol. II (dagli annali del re oberone) e lucciole di mamine sibiriak (nell’introduzione dato per disperso nella barbarie della rivoluzione russa).




shutter island (con spoiler ovviamente)
sono così d'accordo con la recensione di exit che la pigrizia mi spinge a non aggiungere granché.
per esempio che sto ascoltando la colonna sonora, e anche il disco merita (specie per me alquanto ignorante di musica contemporanea). dettaglio dei
compositori: cliccando sui nomi nell'internet movie database, si scopre che ben 3 compositori e 2 brani figurano anche nella colonna sonora di shining.
dunque cos'abbiamo: citazioni di shining, citazioni hitchcockiana a iosa (in particolare vertigo), un'aria di finzione molto riuscita che aleggia in tutto il film e che si può spiegare sia con gli stilemi del film di genere sia con la trama stessa, eppure secondo me va oltre – non so se volontariamente, magari no.
p. il cameraman, per esempio, attribuisce a un film piuttosto scontato e raffazzonato il fatto che lo scioglimento sia poco plausibile, mentre io trovo inquietante l'accumulo di ulteriori assurdità: l'implausibilità della messa in scena terapeutica (e poi: l'uragano mica era programmato, allora le orribili segrete del manicomio sono vere o finte? sui maltrattamenti – se non sugli esperimenti – aveva ragione il protagonista?); il fatto stesso che teddy sia detenuto in un manicomio criminale pur essendo impazzito a causa del crimine che ha commesso e non abbia commesso un crimine in quanto pazzo; la meccanicità della storia che ricomincia da capo…
non so, saranno cose da horror manicomiale anche i medici che sembrano più matti dei pazienti, ma il tutto risulta piuttosto disturbante, anche se con lungaggini e discontinuità (il primo sogno fa sperare ancora in quei grandi momenti romantici di scorsese, mentre la scena madre finale – cioè iniziale – mi è parsa girata in maniera banale; le scene di dachau sono troppe); e mi è rimasta voglia di rivederlo.
essendo il cinema già onirico per se, un film letteralmente onirico – o psicotico, sempre d'inconscio in primo piano si tratta – bisogna saperlo fare, e in un modo o nell'altro scorsese secondo me ci è riuscito.
(su di caprio non mi esprimo; lo trovo molto funzionale alle cose che gli fa fare ms, ma che mi piaccia come attore non si può dire.)
sabato sera alla triennale
per il festival teatrale uovo, i dewey dell (rampolli di castellucci della societas) vestiti così
nel grande atrio buio sembravano proprio rendere omaggio al periodo d’origine del museo.
I am 1984 di barbara matijevic e giuseppe chico ovviamente mi è piaciuto, con la sua natura di percorso pseudoscientifico generazionale fra le olimpiadi, guerre stellari, la nascita della apple e il balletto classico.

2 illustratori sconosciuti
(nel senso che in rete non ne trovo notizie, ed è improbabile che riesca a fare ricerche più serie)

g. rivolo: potrebbe essere il «pittore giuseppe rivolo» che risulta illustratore di senza famiglia per vallardi, di ettore fieramosca per mondadori, dei miserabili per utet. ecco alcuni tratti dal già citato teatro di bengodi.



maru: le illustrazioni più moderne e déco trovate nei libri blu carabba. potrebbe essere la maru cortini illustratrice della bibliotechina bietti, marù cortini-viviani su un altro titolo carabba (consigli a mia figlia bella di esther rosa).
pleniluni sereni di manfredo vanni, carabba 1932


mani che lavorano e anime che sognano di edward garrett, carabba 1933 (che poi sarebbe un romanzo vittoriano)


pinochi II
altri reperti dell’opera di pinochi, meno folgoranti ma pur sempre interessanti.
da piccoli racconti di autori vari, narrati da milly dandolo, la scala d’oro, serie II per i ragazzi di anni 7, vol. 2, utet 1932:
tavole di ambiente naturale e/o esotico graziosamente stilizzate (notare l’influenza orientale dov’è il caso), a me piacciono in particolare gli alberi del bosco.




piccole illustrazioni bicolori nel testo, soprattutto di animali.



da i tre moschettieri, romanzo di alessandro dumas narrato da riccardo balsamo crivelli, scala d’oro serie VI n. 6, utet 1933, efficaci tavole in bianco e nero e noiose (per me) tavole a colori:


in il teatro di bengodi, dialoghi e commediole per le recitazione dei fanciulli di a. cuman pertile, mondadori, s.d., pare 1926 (qui anche copertina di angoletta e illustrazioni di rivolo, su cui ritornerò): sono sue le uniche tavole a colori, che scandiscono le stagioni propizie alle recite (qui autunno e capodanno).


povera alice!
uh, ma quante recensioni negative ha avuto l’alice in wonderland di tim burton. così tanta gente si aspettava un approfondimento terorico di lewis carroll? non siamo mica negli anni 70… e tutta questa critica contenutistica: «bellissimo da vedere ma superficiale», «visivamente splendido ma freddo», «rutilante ma conservatore» (parafraso da rotten tomatoes).
io non sapevo che aspettarmi, e mi è piaciuto.
va be’, la disney ci ha messo i nomi italiani del suo vecchio film e infilato a forza qualche cucciolo, ma in compenso le creature sono meravigliose, la più inquietante illustrazione di tenniel prende vita, johnny depp è di nuovo un alieno di immensa malinconia, il 3d finalmente funziona (vera profondità e bell’effetto rilievo, non solo qualche interpellazione ogni tanto).
forse per la confusione delle dimensioni variabili di alice, spesso i personaggi risultano piccoli rispetto allo scenario, un mondo che per questo sembra ancora più vero. ecco, quel mondo mi è stato sufficiente in sé, non l’ho trovato una scatola vuota come dicono molti.
e il tornare da grandi nel paese delle meraviglie sarà anche funzionale all’edificante impostazione disney (e toglie lo sceneggiatore dall’imbarazzo di mettere una bambina in situazioni bizzarre), però… che questo film ce lo conceda non è poco. certo che è un film per grandi. un bimbo piccolo con chi si identifica, con il topo? un film per adulti spettatori abituali di film d’azione, ma che forse non sanno ancora bene chi sono. capita.
meno originale e bello dei suoi film più belli, eppure non rigido e spietato come sweeney todd, non buonista come big fish, comunque meno action movie di sleepy hollow, forse questo è il vero classico di tim burton.
in ogni caso ho voglia di rivederlo.

vi dirò poi che il ciciarampa viene dalla traduzione di milli graffi per garzanti, che rizzoli ha ristampato la da tempo introvabile edizione commentata da martin gardner e tradotta da masolino d’amico per longanesi, e che ho rinfrescato per l’occasione questi link (si era pure parlato brevemente di alice al cinema: qua – e prima o poi mi piacerebbe vedere la versione bbc del 66).
(and then, on to dark shadows)
grazie a dio per i circoli arci
ovvero: aggirarsi per il territorio nell'imminenza delle elezioni regionali.
venerdì alla casa 139: shearwater + david thomas broughton
al secondo posso solo rimproverare di cantare troppo come antony, ai primi di echeggiare suoni di sylvian (ma visto che sylvian non fa più canzoni, potrei anche evitare di lamentarmi) e che il susseguirsi di brani tutti con lo stesso crescendo stufa un po' .
una serata interessante, ma ma non mi addentro in dettagli perché ogni possibile reazione misticheggiante (per la quale in fondo sarei anche portata) mi è stata stroncata dall'icastica frase di p.: «tira un'aria fra gli anni 70 e cielle». una vera cattiveria, no?
sabato alla scighera: paolo botti in albert ayler memorial barbecue. questo fatto che paolo botti il jazz lo suona con viola, banjo e dobro mi rende appetibili anche faccende alquanto ostiche.
qualche settimana fa lo vedemmo, con altra formazione repertorio e con ospite betty gilmore, nella chiesetta del parco trotter; ulteriore occasione l'8 aprile, anche per andare a esplorare un posto qua sotto casa: la fonderia napoleonica.
(ps spero non sfugga la leggera ironia del titolo)

