anfibi

oggi in un negozio mi ha parlato una rana da giardino.

arrivata a casa ho trovato la mia copia di globe of frogs di robyn hitchcock, A&M 1988 (sì: pur non volendo darmi al completismo o a un impossibile collezionismo, ho deciso di colmare alcune lacune della discografia hitchcockiana. maledetto ebay.)

rosso floyd

sono passati già una decina di giorni da quando il fluido viscoso del romanzo nuovo di michele mari , finito con grande concentrazione durante un fine settimana, mi ha risputato in un mondo in cui se vai in centro a cercare un libro non trovi il libro ma ti prendi un gran raffreddore, poi guarisci, poi devi installare un videoregistratore, poi ti stranisci per il caldo improvviso, poi non trovi il tempo di ripensare a quello che hai letto, poi se hai tempo preferisci cercare pennelli per il trucco su ebay eccetera.

il secondo libro comunque l'ho fatto arrivare da ibs (primo acquisto da ibs in vita mia), era milano fantasma, volume illustrato di edt dove il testo di mari naufraga un po' nelle tavole eterogenee e spesso (stranamente?) molto colorate di velasco vitali. un libro secondo me non tanto riuscito, ma non capisco se è solo il progetto grafico che non mi aggrada o se proprio nel loro senso quel testo e quelle immagini sono poco compatibili.

resta però un fatto inquietante: finché michele mari continua a scrivere di cose che mi interessano – mitologia del rock, parigi e benjamin, la stazione centrale, l'infanzia – non capirò mai se i suoi libri mi piacciono sul serio o se non faccio che inseguire il suo metodo nel rapporto con la realtà, questo precisare una folla di dati per poi vederne emergere un senso occulto e delirante ma a quel punto inequivocabile.  la smetta, mari, al limite faccia come del giudice, che mi è sempre piaciuto perché scrive di cose di cui non so un accidente…  la mia prova del nove sarà leggere filologia dell'anfibio, che dovrebbe essere sul servizio militare (ma siccome temo sia ambientato dalle mie parti, ancora una volta non concluderò granché).

per tornare al libro – il primo – mi sa che ci siamo giocati l'unica chance da qui all'eternità di veder comparire robyn hitchcock come personaggio di un romanzo (italiano, per di più). sì, nell'intreccio di testimonianze idiosincratiche che dovrebbero comporre una sfuggente, oscura verità sul rapporto fra syd barrett e i suoi ex colleghi (e qui devo dire che speravo il libro esagerasse un po', alla fine, invece lascia il lettore alle sue più o meno soprannaturali intuizioni) appare per ben due volte l'uomo che, da cambridge allo spazio profondo fra dylanismo, verdura e insetti, più di ogni altro ha tenuto accesa la torcia barrettiana. (se siete in vena potete ascoltarlo cantare dominoes.)  c'era a suo tempo anche una certa somiglianza fisica: barrett più bello, ma confrontare la foto dei cipollotti che si vede nel booklet di barrett e quella dei ravanelli, per esempio, fa una certa impressione.
ah, pure rh, come i pink floyd, ha scritto una canzone su vera lynn (youtube, lyrics).

e per tornare proprio ai pink floyd: approfondendo i temi di the wall, il libro con me sfonda una porta aperta. il film, visto al ginnasio, mi devastò abbastanza; nella mia classe poi c'era una delle sorelle c., adoratrici della band (della musica ma soprattutto di david gilmour, ai tempi incontestabilmente belloccio), che probabilmente mi registrarono i dischi.  segue nella mia mente lo stemperamento del rancore rivoluzionario di the wall nella malinconia di when the wind blows.  stacco fino alla notte in cui ho sentito per la prima volta alla radio l'urlo di careful with that axe eugene.  dissolvenza del mio episodico interesse per i pink floyd. ritrovamento la settimana scorsa fra i vinili di una copia di atom earth mother non mia. riascolto dei dischi di barrett indotto dal libro. alla fine – come sempre, maledizione – ti tocca ammettere che è vero, il modo migliore per restare è scomparire.

nel salotto dei residents

[teatro leonardo da vinci, milano, 15.05.10]

una poltrona con i centrini, un caminetto con fuoco artificiale e sulla mensola altre fonti luminose: una vecchia abat-jour, un televisorino acceso su una nebbia grigia.  scenario lynchiano come i personaggi che appaiono nei 3 schermi rotondi a raccontare le loro storie di fantasmi.
i residents ora sono in 3: si presentano come randy alla voce, chuck alle tastiere e bob alla chitarra, mentre del quarto residente si parla come di un tale carlos tornato in messico a curare la mamma, stanco di 40 anni di vita rock’n’roll. l’attuale travestimento è il seguente: frontman mascherato da anziano in vestaglia (e questo, fra le strategie di sopravvivenza sul palco delle rockstar attempate, mi pare un vero colpo di genio), i muti strumentisti in tight con giacca di lamé rosso, maschere e parrucche dread nere, occhiali da saldatore (sembrano un po’ degli insettoni). 
lo spettacolo procede più o meno così, inquietante ma colorato, stridente ma senza perdere il ritmo, una specie di miracolo gradito da un capo all’altro della nostra fila (da m., ascoltatore esperto che afferra le storie in americano e la bravura dell’allampanato chitarrista, all’altra m., bambina di dieci anni al suo primo concerto rock): sarà merito della sintesi residenziale – perfettamente messa a punto, suona sempre attualissima – fra elettronica, rumorismi, narrazione, sinistre filastrocche, citazioni pop (la canzone della coca-cola all’inizio, all I have to do is dream degli everly brothers) e western (six more miles di hank williams, bury me not on the lone prairie).  cronologicamente devono essere i genitori di tutte le cose che mi piacciono nello spettro: legendary pink dots <—-> stan ridgway.

ps: ho provato ha inserire il cd-rom di gingerbread man nel computer. viene visualizzato come un’applicazione classic: riposi in pace (non mi ricordo assolutamente più cosa ci fosse dentro).

i gatti persiani

il film di bahman ghobadi non sarà quel capolavoro che si dice ma è a tutti gli effetti il commitments iraniano (con finale iraniano però, sigh – tra l'altro c'è un'immagine che ricorda tanto donne senza uomini, sarà un caso).
si disperde un po' nei ritratti delle varie band, però questo aspetto documentario (e forse anche quello un po' videoclipparo) a me è piaciuto. sia pure per costrizioni produttive, risulta film di genere misto, poco definibile, che nel seguire i personaggi nei più improbabili anfratti cittadini ha un suo fascino anche al di là dell'argomento interessante/straziante (la vita quotidiana giovanile a teheran).  e la realizzazione ruvida nasconde sentiti omaggi al Cinema (il prologo autobiografico, le 2 citazioni di al pacino/de palma).
hanno ragione quegli snob degli inglesi a dire che la musica è derivativa, comunque io mi sono un po' affezionata ai take it easy hospital, forse proprio per la fragilità della loro musica in quel contesto poco accogliente. chissà in inghilterra cosa combineranno… auguri.

(nel frattempo, di panahi ancora nessuna notizia)

sight and sound aprile 2010

strano fenomeno, forse mi sono rimessa a leggere riviste di cinema: un duel qua, un positif là, un filmtv se capita (segnocinema no, per adesso :o).

s&s dunque cosa ci proponeva nel penultimo numero:
– articolo di iain sinclair su fritz lang e M, abbastanza interessante
recensione dell’ultimo film di chris petit
– una mostra dei bellissimi poster polacchi a londra
– la scoperta che il regista di un film ufficialmente fra i più brutti del mondo, the howling II (memorabile però a suo modo la colonna sonora), ha più illustri precedenti
– struggimento per non aver ancora visto questo film su hitchcock
ottimo articolo sulle varie versioni cinematografiche di alice
[insomma, avrei potuto guardarmelo online, ma riesco a concentrarmi solo su carta, non ce n’è.]

e dopo aver letto pure la simpatica fanzine milanese gratuita fermoimmagine (seria come avrei potuto farne – e ne facevo – da giovane) mi trovo a voler leggere alice in sunderland di bryan talbot, che dite, mi può piacere?

alla fine stasera non sono andata al cinema

perché c’erano delle zucchine da utilizzare – quindi ho fatto la zuppa e ho cenato – ma anche perché ero già andata:
– sabato a vedere l’uomo nell’ombra di polanski, di cui ho goduto assai la cornice editoriale oltre al thriller isolano (come shutter island ma con le dune – polanski ama le dune, o forse tecnicamente in cul-de-sac non c’erano dune, ma il paesaggio è simile). può sembrare un normale giallo uomo-comune-in-una-storia-più-grande-di-lui, ma il tocco di polanski per l’ambiguità e certi tocchi comici… ineguagliabile.
adesso p. non fa che citare la battuta: «non ho mai capito a cosa serve il vino bianco».
– domenica a vedere fantastic mr fox di wes anderson. a milano si può vederlo solo andando al plinius di pomeriggio, ma ci sono più occhialuti fan di wes anderson che bambini. qui mettiamo una foto a beneficio dell’archivio miniature:

e un’altra a memoria della mia identificazione con l’opossum:

 

ora non mi rimane che leggere il libro di roald dahl (in italiano furbo, il signor volpe). 
questi 2 film, nonché il film precedente che ho visto in sala, l’impressionante profeta di audiard, hanno tutti la colonna sonora di alexandre desplat, che prima non avevo mai sentito nominare. capita sempre così.
– lunedì pensavo di andare a teatro e sono finita di nuovo al cinema.  fanny & alexander in questi giorni stanno facendo, al teatro i,  2 spettacoli del loro lavoro sul mago di oz: emerald city e him, entrambi ispirati a questo cattelan. ci sono arrivata ignara del fatto che stavo per rivedere quasi tutto il film di fleming con l’audio doppiato in diretta (in lingua originale) da marco cavalcoli vestito da hitler, in ginocchio davanti allo schermo. la cosa mi ha segnato.
(ah, forse vado al cinema anche domani)

la provincia colpisce ancora

annullata anche l'annuale rassegna dei film di cannes a milano.

negli ultimi giorni peraltro mi è completamente sfuggita, al centro culturale francese, questa rassegna (qui sostegno del comune). 
restano, oggi, ben 4 film con hippolyte girardot. io potrei arrivarci alle 9, ma non me la sento di affrontare 168 minuti di una lady chatterley in cui lui fa il marito paraplegico…  pare quasi inevitabile andare a rivedere un mondo senza pietà.

varie musicali

• ci sono mica notizie di suoni e visioni, gloriosa rassegna musicale curata ogni primavera da enzo gentile per la provincia di milano? con l’aria che tira nelle istituzioni, vero… (il consiglio di zona 6 si è dimenticato di patrocinare il 25 aprile, per esempio.)
non solo mi accorgo solo adesso del vuoto, ma ho perso un incontro da cui si poteva forse dedurre qualche informazione. chi sa, parli (toccherà mica telefonare in provincia o pedinare il curatore).

UPDATE 5.5: ora il sito dice esplicitamente «sospesa per motivi di bilancio».

il nuovo materiali resistenti mi pare poco impressive, però c’è un pezzo degli offlaga e la voce di mara redeghieri svetta.

• va be’, ammetto che l’ultimo acquisto discografico non è che l’ennesimo disco di robyn hitchcock, cari ascoltatori, propellor time, neopsichedelico e jingle-jangle e ironico come te l’aspetti (dunque tutto bene), un robyn più classico di goodnight oslo, direi. tocchi americaneggianti come sempre con i venus 3, vari ospiti, qualche ottimo pezzo tra cui quello scritto con johnny marr, ma non ho ancora in mano l’agognata copertina con relative note di copertina.
avrei pure potuto risparmiare una decina di dollari e un po’ di tempo se avessi saputo che ci si poteva rivolgere in uk all’oscura sartorial records,* come apprendo ora da questa intervista che raccomando caldamente, al di là dell’informazione discografica, in quanto divertente (almeno se non vi disturba sentir parlare ampiamente di morte) e illuminante (anche sulle questioni paratecnologiche di cui sotto) come ogni verbo pronunciato da rh.
«Meanwhile up in Cambridge my old hero Syd Barrett lay dying as we were
writing Propellor Time, though we didn’t know it», e non aggiungo altro.

*ma c’era da temere che mi mandassero l’album su cassetta. questo non lo voglio, neanche autografato.

ps  solo per fan di rh e/o del barbican centre: robyn hitchcock’s black cab session.