berenice abbott.
changing new york @ the new york public library.
new york changing by douglas levere (via design observer).
Autore: alba
santa lucia
era ieri, lo so. (1700° anniversario del martirio, pare.)
tiepolo, bassano, dolci.
caravaggio.
altra iconografia.
particolare di veronese.
neologismi
i come interni
sulle piante d’appartamento io ho già detto la mia; mi rimane solo da stilare il famoso elenco di «piante che ho ucciso» (con la complicità dei gatti).
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ben diversa la situazione a casa del giardiniere e del bibliotecario, che immagino allietata da vita verde in tutte le sue forme. particolarmente verde «l’ultima passione (orticola) del bibliotecario: si chiama bauhinia e ha foglie che ricordano nella sagoma l’impronta degli zoccoli di un cammello sulla sabbia… (o almeno questo ci vide un botanico quando la descrisse dall’oriente nel 1908). d. è affascinato da un fenomeno che si ripete ogni sera quando scompare la luce del giorno: in quest’ora le foglie di bauhinia si ripiegano su se stesse come ali di farfalla e pendono dagli esili rami come medaglioni incantati per distendersi il mattino seguente.»
le mie domande in merito sono: ma la bauhinia (costata, al giardiniere che mi ha mandato le foto, tre liriope muscari e un jasminum officinalis, roba da società dei giardinieri pazzi) viene dall’oriente? e in primavera farà i fiori?
bing
(il signor siegfried bing) amava munch e le tappezzerie di william morris; le stampe giapponesi e i vetri di tiffany. con buona pace di p. che quando gli si parano davanti troppi esemplari di arti applicate decreta iniziato lo smarronamento – parole sue; a questa mostra son riuscita a portarlo perché stavamo già dentro il museo van gogh.
comunque, il fatto è che, come siamo entrati, bing! mi sono trovata davanti i due quadri di rippl-rónai di cui mi ero infatuata in agosto alla galleria d’arte ungherese di budapest (e di cui, per continuare con gli scarabocchi, avevo annotato scrupolosamente i titoli).
ma cosa vuole da me rippl-rónai? che mi metta il cappello con la veletta? che tenga un canarino in una gabbia verde? lo dica, per favore.
c’era una volta la grafomania
dopo aver curiosato tra i campioni di grafia raccolti da ale e babsi, mi sono accorta con un certo raccapriccio di non avere un campione recente della mia scrittura, se non scarabocchi deformi buttati giù in treno o in piedi. insomma, sono anni che non scrivo su carta, se non promemoria e liste della spesa: c’è quasi sempre un computer.
questo l’ultimo reperto utile – 1999. fuga dall’inchiostro.
in un impeto nostalgico, allora, ho passato allo scanner qualche vecchia paginetta. (volendo si possono anche leggere. con indulgenza.)
le finestre di amsterdam (e nuovi gatti degli altri)
non so se in nederlandese vi sia differenza tra «finestra» e «vetrina», ma nella pratica del centro della capitale non c’è. c’è invece la messa in scena dei ristretti spazi interni, e non sembra fare molta differenza che il passante veda con lo stesso nitore la cucina di un appartamento, la vetrina o l’interno di un negozio, il salotto di un palazzo sui canali, un ufficio, un laboratorio, gli avventori di un caffè o le signorine sotto le lampade rosse. personalmente trovo più spudorato pelare le patate in pubblico che non esporre per uno scopo dichiarato le proprie grazie, ma agli autoctoni, che tanto passano veloci in bici, penso non faccia né caldo né freddo nessuna delle due cose. sugli stretti davanzali delle finestre che non si aprono, tra vari soprammobili messi apposta per l’osservazione dall’esterno, capita spesso di vedere dei gatti. se ne incontrano molti anche in giro – poco sorprendente, immagino, in una città d’acqua – e amichevoli, come la gatta del bar che ti si accoccola vicino mentre sorbisci la tua bokbeer o il gatto del cortile.
per fortuna però non sono l’unica a incontrare con preoccupante frequenza gatti alla finestra nei paesi nordici: stefano ne ha portato le prove da riga e da san pietroburgo.
questa finestra invece, presumiblimente italica, arriva da una delle guest star del mio blog (le ormai note sorelle materassi) che l’ha estorta a una sua collega. a tanto siamo arrivati.
i soliti anacronismi
forse non è proprio il massimo della furbizia andare ad amsterdam quando le giornate sono corte e i maggiori musei in ristrutturazione, né arrivare al pijp quando il mercato è già finito, i negozi stanno chiudendo e in mezzo ad albert cuypstraat c’è solo un grosso uccello semitrampoliere in cerca di cibo.
in questi casi si finisce per dilettarsi fotografando le vetrine indiane e magari gli ascensori industriali e il panorama del palazzo delle poste sede temporanea dello stedelijk.
gli scaffali degli altri/4
travolta dal trasloco dell’ufficio al punto di non aver fatto quasi alcun preparativo per la partenza di domani (sei giorni un po’ più a nord di qui), mi consolo con l’ordine che regna sugli scaffali della maestrina dalla penna rossa, uno a tema queer studies, l’altro linguistica e traduzione. come venerdì, è il giardiniere a immortalare la casa del fratello – il «centro del mondo» – (e io a fare l’inventario delle immagini, ma è ormai attesissimo il weblog delle sorelle materassi).
an alphabet book project
letters of desire di yuko shimizu (via efímera).









