

(and more, via coudal)
tales of ordinary sadness degli electrocute? siamo sicuri che ce l’ho messa io? comunque, mi piace tantissimo.
partendo da qui e cliccando next release si possono vedere tutte le copertine degli smiths in ordine cronologico, with plenty of artwork information.
oggi mi sono addentrata per meandri inesplorati di splinder, soprattutto. via inventario (che c’è da più tempo del mio) e frenetica fannullona: sonetti, giorno cancella giorno, critica dell’interfaccia, foglie di vite.
continua l’abbecedario del giardiniere. (intanto ieri mi sono chiesta se dovrei leggere i sillabari di parise.)
ho dichiarato guerra all’inverno.
e mentre oggi, sul mio terrazzo, fanno scorribande i merli – hanno mangiato quasi tutto il mangiabile, ma non pensavo esattamente a loro quando ho scelto il sorbo e l’agazzino per il piacere degli occhi e del naso – e perfino un pettirosso è venuto a frugare la terra nei vasi dove riposano frementi i bulbi di narcisi e giacinti, ecco, oggi ripenso alle farfalle che mi hanno fatto visita durante la stagione.

sono passate di qui la bianca cavolaia e l’icaro azzurro e il buffo e bellissimo macroglossum stellatarum che fa impazzire il bibliotecario: chissà da dove arriva, puntuale ogni anno, di generazione in generazione un rappresentante di questa famiglia ci onora di una sua visita: “andiamo a trovare i gemelli” si dirà, quelli di cui gli parlava suo nonno… il bibliotecario e il giardiniere di cui deve avere fatto un sogno quando stava nel bozzolo… “ecco, ecco il caprifoglio che sa di zagara ed ecco la verbena…” e lì si perde nell’estasi e nell’oblio del dolcissimo nettare.
c’è la parola “farfalla”, che in tante lingue evoca imita cerca di riprodurre un battito di ali.
e poi ci sono i nomi delle farfalle, altrettanto suggestivi: inachis io, la bella farfalla che ha occhi di pavone; polyommatus icarus, l’argo azzurro, la farfalla della nostra infanzia; parnassius apollo, che ama le vette… di quale olimpo stavolta?; papilio machaon, il festoso arlecchino che posa sulla lavanda della foto; e ancora melanargia galathea, nera e bianca come il latte, come la ninfa di cui si innamorò il ciclope, come un pierrot. e questo solo per fare il nome delle più comuni: l’elenco potrebbe continuare, in un’orgia di entomologia e mitologia…
e i poeti, che ci dicono al riguardo? il malinconico il disincantato l’ebbro il giovanissimo rimbaud: a lui mancava “l’europa dai parapetti antichi”:
Si je désire une eau d’Europe, c’est la flache
Noire et froide où vers le crépuscule embaumé
Un enfant accroupi plein de tristesses, lâche
Un bateau frêle comme un papillon de mai.
ma ecco inverno e farfalle, rimpianti e desideri. non invitava il re inghirlandato di fiori a condividere la sua follia?
Lear: No, no, come lets away to prison
We two alone will sing like birds it’h cage,
…………………………………………
And pray, and sing, and tell old tales and laugh
At guilded butterflies…
o signora che spazzi le foglie
io non so di chi tu sia la moglie
né se covi colpevoli voglie
o signora che spazzi le foglie
penuria di fazzoletti tempo nei supermercati.
letto il post di superqueen sul film tratto da jane eyre, ho ripensato un attimo a cime tempestose come libro che mi è sempre sembrato difficilissimo da illustrare* o da riutilizzare – ma dovrei rileggerlo per poter spiegare perché – nonostante la sua popolarità coronata addirittura dalla pop song di kate bush, e dal quale difatti il cinema non mi pare abbia ricavato niente di memorabile (certo non la versione di wyler né quella di buñuel; non ho visto le più recenti – ce n’è una di rivette e un’altra con juliette binoche e ralph fiennes, bah).
per ritrovare l’inquietudine del libro conviene tornare ai disegni di balthus, che com’è noto l’ha illustrato in parte e al libro era molto legato (altre due immagini qui e qui). il che è interessante perché lo stile di balthus non ha proprio niente di gotico, non gioca a fare period pieces; scavalca insomma le suggestioni più ovvie per rintracciare del testo quello che gli interessa di più. ma del resto quello che suscita più disagio in balthus è sempre il contrasto tra certe rigidità dei tratti, certe schematicità della rappresentazione e le implicazioni tutt’altro che convenzionali del soggetto.
(si dice che questo balletto ne sia stato in qualche modo ispirato.)
* paradossalmente, quindi, si potrebbe considerare appropriata l’assurda copertina di questa mia vecchia copia.
è davvero perfetto come slogan per splinder. è lì a un passo, ma ci arriva solo… «appena possibile».
assodato un interesse ormai abbastanza pronunciato (per quanto superficiale ed eterodosso) per la cucina, assisto perplessa al sorgere di improvvisi impulsi verso il cucito – ho tagliato dei jeans per farci una gonna, ma devo ancora finirla e son passati mesi – la maglia – almeno una sciarpa sarò in grado di farla, credo, ma ho tenuto il modello di un poncho – e ora persino il ricamo.
però l’uncinetto no, non l’ho mai potuto soffrire. invece mi attira morbosamente l’idea di riutilizzare dei maglioni vecchi per fare del feltro, già.