portano sorprese. e invece stavolta, se già ero contenta di un sabato pomeriggio come di vacanza e di novità, in cui non mi sembrava neanche di essere a/di milano (be’, comunque io in effetti non sono di milano), tornare a casa e trovare un’email che mi annuncia un insperato concerto dei legendary pink dots domenica non poteva che rendermi più contenta (oltre a inquietarmi un po’, ma è normale).
dunque, la stessa giornata in cui ho dovuto recarmi al paesello e andare a messa (sì, ho dovuto) si è conclusa con edward kaspel a strillare «our lady’s selling tissues for the tears, for all the years of blessed rape in the name of our sweet lord» – davanti a cento persone se contiamo anche i baristi, i venditori di cd e la cassiera. ma tra costoro, totalmente imprevisto, si è manifestato il bel viso del cultore di suoni strani a cui devo molti dei grilli che ho per il capo: non ci vedevamo da sei o sette anni, neanche a metterci d’accordo ci saremmo riusciti. L’abbiamo lasciato ad aspettare di parlare con kaspel e silverman mentre noi correvamo a prendere la novanta, con in mente l’ultima bottiglina di birra rossa rimasta nel frigorifero.
Autore: alba
con steinlen

dichiaro chiusa questa settimana piena di gatti sul weblog e di salvaged books.
tra i libri salvati questa settimana da un triste destino in un seminterrato umido c’era un opuscolo della solita dover che raccoglie disegni di téophile-alexandre steinlen tratti dai volumi chats et autre bêtes. dessins inédits, eugène rey, paris 1933 (edizione di 545 copie), da cui vengono disegni come questo, e des chats. images sans paroles, flammarion, paris s.d., storielle stilizzate così.
steinlen è famoso come illustratore dello chat noir ed evidentemente considerava i gatti il suo manifesto, ma ha fatto anche illustrazioni a tema sociale per lo chambard socialiste (ma ce ne sono altre qui) e umoristiche per le rire, oltre a tanti affiche.
gira per casa mia anche un certo magnete da frigo con un particolare dal gatto sulla poltrona del musée d’orsay, visibile nella galleria di dipinti e opere grafiche originali della rmn (micio non dissimile dal gatto sulla balaustra).
gatti alla finestra

è un altro buon suggerimento del giardiniere (mai più senza, ma prima come facevo?) che mi manda uno scatto di un elusivo avi nascosto dietro le sue gatte – e c’è proprio tutto in questa foto: il dentro e il fuori, osservatori e osservati, riflessi…

io invece ho ripescato una foto di un soleggiato sabato scorso in cui miss m. si era messa sul suo sedile preferito davanti alla portafinestra, appena un po’ schermata dalla tenda blu.
qui vedo in nuce la possibilità di un inopinato e impegnativo filone «i gatti degli altri»; per arginarlo, facciamo così: mandatemi pure foto, se gradite, ma… soltanto di gatti alla finestra.
a grande richiesta
perlomeno del mio guest blogger, s. il giardiniere, che ha praticamente dichiarato la settimana del gatto (vorrei far notare che io cerco di non indulgere troppo a frivolità e svenevolezze, ma qui mi si forza la mano!)
dunque, le immagini dal finale felino di colazione da tiffany: pensavo di aver preso il dvd insieme ad altri di audrey hepburn, e invece no, per l’ottimo motivo che ho vhs originali sia in italiano sia in inglese (però, se trovo qualcuno a cui darle quasi quasi lo prendo, il dvd – andiamo ad alzata di mano, fatevi avanti).
pertanto quelle che metto qui sono delle tenere foto da video, tutte belle sgranate e supersature.



(c’è anche il bacio, nascosto in un pop up perché s. non vuole vederlo, se no si commuove.)
quanto al film, be’, è la perfetta commedia hollywoodiana di cui si nutriva insaziabile la nostra televisione di vent’anni fa: colorata, ottimi interpreti, piena di musichette ammiccanti e frivolissimo jazz fitto di percussioni latine. qui si vede proprio all’opera lo stampo del genere: nessuna traccia della qualità nostalgica del libro di truman capote, che racconta una storia già finita (male) in una new york assai meno euforica e lussuosa (quella del 1943); il lieto fine e l’abolizione del flash back, anzi, ne danno una versione ottimistica, proiettata verso il futuro (it’s the sixties, baby). pur mantenendo buona parte dei dialoghi originali, il film, lungi dallo sposare l’amarezza del racconto, è meglio riuscito laddove non prova neppure a essere drammatico, ovvero melodrammatico (tutta la prima parte, con l’iperbolica sequenza del party).
Curiosa, in un soggetto dove la normalizzazione degli studios ha censurato ogni esplicito riferimento sessuale, l’aggiunta dell’arredatrice che mantiene lo scrittore: ma funzionale al moralistico assunto del film = paul & holly, giovani brillanti ma sostanzialmente sbandati e soli, trovano nel vero amore un’occasione di riscatto e un motivo per affrontare la vita con coraggio e rettitudine.
il racconto invece è ben deciso nell’additare il fatto che ognuno si tiene la vita che ha (e che, forse, si merita). eppure, la protagonista del film è perfetta anche rispetto al libro: la holly golightly di audrey hepburn è proprio quella che nel libro scrive «in transito» sul biglietto da visita al posto dell’indirizzo. sarà forse perché i personaggi del periodo d’oro della hepburn, quale più giudizioso o ingenuo, quale meno, sono tutti caratterizzati da un fermo desiderio d’indipendenza, artiste della rivolta senza provocazione (com’è giusto che sia prima del 68). e holly, il suo personaggio più spregiudicato, è anche la celebrazione di uno stile costruito con coerenza attraverso i film degli anni 50: vacanze romane, sabrina, funny face, arianna e persino guerra e pace. con l’indispensabile complicità, in un periodo in cui creare una moda aveva ancora un senso (sociale), dei suoi zigomi assolutamente fotogenici e degli immancabili abiti di givenchy.
postille
1. alcune altre immagini (in b/n) del film, la casa di holly e la crown imperial del 61 ferma davanti alla casa, un’opera d’arte contemporaneo-tipografica ispirata al libro di capote.
2. un’altra holly golightly
3. il post è così noioso perché sono appunti estratti da un vecchio articolo (road runner n. 2, s.d., ritrovato sabato scorso in fondo a un armadio)
a mezzanotte in punto
il gatto è schizzato via dal ginocchio di p. con un’unghiata feroce, si è sentito uno strano rombo, la cornice della finestra ha tremato e la piantana dell’alogena ha oscillato. stamattina ho trovato che il castello di eymerich di evangelisti era caduto dalla libreria (giuro).
get out of the groove
dal times, la disintossicazione di un vinildipendente (metodo: traslocare spesso diminuisce l’attaccamento agli oggetti, l’età il bisogno di «appuntarsi saldamente la cultura al petto come un distintivo»).
g come gatto, giardino

qui il giardiniere punta il dito sul «selvatico nel domestico»: lo sguardo ipnotico del gatto pantera, al posto della foresta un giardino, sì, ma sotto forma di un tappeto appena nato (si doveva ancora procedere al primo taglio) e dall’aspetto un poco arruffato (l’erba alta e già ricca di erbette indesiderate dai maniaci del manto verde).
ovvio che lo trovo molto interessante – avevo già adocchiato qualcosa di simile tempo fa, e con il post di oggi friday cat blogging e monday bud blogging slittano fino a sovrapporsi, come in un lungo fine settimana che in effetti non potrebbe avere, per me, ingredienti più riposanti.
com’è sua abitudine, il giardiniere non tralascia le suggestioni letterarie – pensa in particolare a elsa, ai suoi alibi. alle sue storie di gatti: minna la siamese, canto per il gatto alvaro, il gatto all’uccellino e la poesia alibi.
…
ma dove vai? che mai cerchi? invano, gatta-fanciulla,
il passaggio d’edipo, sul tuo cammino aspetti.
…
povero come il gatto dei vicoli napoletani
come il mendico e il povero borsaiolo,
e in eleganza sorpassi duchi e sovrani
…
e da elsa a interno di penna:
dal portiere non c’era nessuno.
c’era la luce sui poveri letti
disfatti. e sopra un tavolaccio
dormiva un ragazzaccio
bellissimo.
uscì dalle sue braccia
annuvolate, esitando, un gattino.
è chiaro che, lasciando i giardini, l’excursus letterario sui gatti sarebbe lunghissimo, anche mantenendo una certa severità nella scelta. allora mi limito a rimandare a pavese e a un bigino.
fate farfalle
ero rimasta indietro con i compiti di lunedì: il mio contributo iconografico sulle farfalle riguarda non la mitologia classica ma le fate, soprattutto le fate vittoriane, che spesso volano sulle farfalle o hanno le ali da farfalla (oppure trasparenti – un po’ da falena o libellula – nel peter pan di rackham).



la prima immagine è proprio vittoriana, una cartolina che mi è molto cara per motivi che non c’entrano niente con le fate e di cui poi ho ritrovato l’origine – il quadro di naish con il suo bel geranio – in un apposito libro (catalogo di una mostra che non ho visto). victorian fairy painting ospita anche le fate di richard doyle e il sogno dell’entomologo di edmund dulac.
la seconda immagine è un’illustrazione di ezio anichini da un peter pan bemporad, 1920 circa.
la terza è una cartolina che riproduce un’illustrazione da the fairyland di ida rentoul outhwaite.
(ah, anche mackintosh ha disegnato delle fate, ma coprendole delle sue solite rose. cartolina della glasgow school of art.)
UPDATE è arrivata da superqueen una farfalla estiva.
altro aggiornamento: il nuovo ufficio ha una sua fata in cima alle scale.



