bibi (una bimba del nord)

Bibi3di karin michaëlis è uno dei pochi libri danesi che ho letto, sicuramente il primo – ora in effetti non me ne vengono in mente altri, a parte smilla –, sul quale tendono a fondarsi tutt’ora certe mie idee sulla danimarca, a dispetto di solide suggestioni posteriori (che so, dreyer, il regno di lars von trier).
da piccola avevo in casa questo volume vallardi 1958 – con otto tavole a colori ed oltre cento disegni «di edvig collin e bibi»; la prima edizione sembra essere del 1931, la versione – dal tedesco – è di emilia villoresi.

un po’ di anni fa ho trovato su una bancarella altri 4 volumi (che non ho letto) delle avventure di bibi, appartenenti alla prima edizione:
bibi e il suo grande viaggio, 1932,
bibi ha un amico, 1932,
bibi e le congiurate, 1935 (III ristampa), appartenuto alla biblioteca dell’istituto tecnico commerciale «nicola moreschi» di milano,
bibi si fa contadina, 1942. questo non è telato come i precedenti e ha conservato la sovracoperta sul cui retro spicca la pubblicità della collana di libri «giovinezza italica». poiché è il sesto volume, me ne manca uno, presumibilmente anteriore a bibi si fa contadina. non so se fosse stato tradotto anche l’ultimo (ho scoperto oggi che sono sette).

p come psicoanalisi, palle

oggi giaccio malata, ma mi trascino al computer per pubblicare un «doppio» nell’abbecedario del giardiniere: una p controversa, in partenza autocensuratasi in favore di p come potature – ma c’erano altre possibilità: p come pratoline; p come progetti, per sapere che cosa faccia nella vita questo giardiniere… finché non è riemersa dall’inconscio e dall’archivio di s. l’immagine che cercava, con quelle belle palle borchiate e quella gemma lucida che fa capolino in mezzo. a ognuno susciti pure le associazioni che si merita!
io come al solito ringrazio per il contributo, che contiene un suggerimento bibliografico e un’immagine complementare a queste. (comunque oggi, avendo la febbre, non dico che ho delle visioni mitologiche ma quasi… e sono reduce da notti in cui il Sogno si è scatenato alla sua massima potenza.)

Palle

è un fatto che il mondo vegetale ha sempre affascinato gli umani per le sue infinite possibilità di trasformazione e trasfigurazione. «dèi andavano un tempo», dice il poeta, e la vista degli uomini a quei tempi era come dilatata: apollo insegue dafne e lei si trasforma in alloro per sfuggirgli; zefiro spacca la testa a giacinto e apollo lo trasforma in un fiore (giacinto, di cui già si è detto un lunedì); narciso… be’ di narciso sappiamo fin troppo bene come è andata; ma forse non tutti conoscono la storia di come un cinghiale – o era marte in false sembianze? – lascia adone stecchito e venere lo trasforma in anemone, il fiore tinto dal suo sangue. e filemone e bauci? furono trasformati in cipressi? e chi si ricorda? il mondo vegetale è un mondo fluttuante come il nostro subconscio. non so se conoscete groddek: il giardiniere ha un debito nei suoi confronti e dedica alla sua memoria questa p del suo abbecedario, strizzando un occhio anche ad avi sul cui tavolo della cucina un giorno ha trovato questo.

cari miei rocker e musicisti del cuore,

volevo dirvi: piantatela di venire a milano a fare showcase pomeridiani e piccoli concerti in locali intimi dove vi si vede da vicino e vi si può persino parlare. basta, è troppo. dopo julian cope che fa canzoni da peggy suicide sul palco della feltrinelli, liverpudlian vestito da cowboy tenebroso spalleggiato da una gigantografia dei beatles che bevono caffè, intento a ipnotizzare il pubblico battendo sul pavimento, mi ritrovo emotivamente provata.

ice fishing at night

Candelaè una canzone di john paul jones e peter blegvad che ventiquattr’ore fa, sentendola per la prima volta, mi sono trovata ad acclamare con le lagrime agli occhi come un capolavoro. perciò stasera mi sono fatta due sane risate trovandola definita in rete «la peggior canzone della storia della musica» nonché un brano «penalizzato da un testo non esattamente eccezionale» o, per bene che vada, «francamente strano»… di certo, dunque, ci fosse stata più gente a sentire blegvad e hitchcock ieri a milano, sarebbero potuti volare dei fischi; invece il posto era piccolo e i presenti parevano in solluchero come me davanti alla calda intelligenza e ai fascinosi capelli grigi dei due.
ci si è un po’ rifatti di quella volta che blegvad venne alla milanesiana ma riuscì a suonare solo una canzone e mezzo prima che si scatenasse il diluvio (gli inconvenienti di ieri sera si limitavano ad altoparlanti pronti a rumoreggiare per conto loro), e di sicuro, se avessi saputo che l’omone si sarebbe seduto a un metro da noi, nella ristrettezza del locale, per finire il suo bicchiere, avrei portato il libro di leviathan da fargli firmare.
ma, se l’omone con le canzoncine minime mi è piaciuto parecchio, che dire di un uomo solo un poco più basso che da solo riesce a non far rimpiangere una band? 
hitchcock, dal vivo con la sua chitarra e basta (e la camicia con i papaveri e un piccolo sennheiser da fissare con il nastro adesivo), è di un’intensità tale che non osi quasi immaginarti come debba essere con un gruppo, o come dovesse essere da giovane. oppure, ancora meglio, ti immagini che sia più bravo ora che da giovane. insomma, io già dopo chinese bones ero innamorata del suo colorito britannico teneramente arrossato (riflettori? timidezza? quel grande calice di vino italico?) e lo vedevo trasfigurato. poi è uno di quei casi in cui chi se ne importa della scaletta: scrive solo canzoni belle o bellissime, costui. (il meno che si possa dire di una canzone di rh, al limite, è che sia solo divertente.)
io stessa, per la verità, mentre l’altro giorno cercavo di trovare un po’ di tempo per sentire luxor – l’ultimo suo disco che son riuscita a procurarmi – mi lasciavo andare a sbuffi di «che palle, un album acustico». sbagliando di grosso, naturalmente, perché è un disco molto bello. per cui vorrei tentare di riscattarmi dichiarando hitchcock il più grande autore di testi del pop mondiale, almeno nella mia testolina, perché davvero oggi non mi viene in mente nessun altro all’altezza del titolo.

p come potature

questa settimana, oltre al consueto post alfabetico, mi giunge da s. la notizia che il giardiniere ha trovato un amico: ma certo, il contadino di voglia di terra (e anche lui ha parlato di potatura), ottimo sito che in effetti conoscevo ma non avevo mai linkato nel monday bud blogging – dovrei fare un post di navigazione con un po’ di link a tema vegetale, uno dei prossimi lunedì.

stiamo potando. armati fino ai denti con motoseghe, trattori, cestelli, soffiatori, cartelli, tute, guanti, elmetti. c’è qualcosa di più stressante di un cantiere di potature su strada? richieste, uffici, permessi, autorizzazioni, divieti. e poi pareri opinioni: e il tecnico, e l’assessore, e il politico, e l’uomo della strada. state tagliando troppo, troppo poco, bene, male, certo che i contadini di una volta loro sì che, possiamo prendere un po’ di legna? e tutto in dialetto… devastante.

e io sogno lei. noi stavamo «facendo un giardino» secondo la consolidata quanto detestata formula tutta italiana che vuole il giardino come somma di siepe, tappetino e aiuolette, acero giapponese, cedro del libano e magnolia sempreverde. ed ecco lei, di là dalla recinzione. non so da dove sia comparsa coi suoi attrezzi semplici. assorta nel lavoro, precisa nei tagli, rapida ma mai sbrigativa – e non escludo che al contempo avesse qualche pentola sul fuoco… – lavorava sicura. come qualcosa che sapesse fare da sempre. non avevo mai assistito alla potatura di un pesco come a un esercizio zen.