come sempre, il problema è togliere i peli di gatto.

come sempre, il problema è togliere i peli di gatto.

sulle fonti del famoso in my end is my beginning di eliot, ho lietamente trovato una pratica sintesi sull’argomento in un weblog (scendere al 9 febbraio, il permalink non funziona).
mi risulta invece infondato che, come ho visto su una raccolta di citazioni online, il motto sia anche in una favola di la fontaine (III, 5).
di antonietta de lillo, tratto dal romanzo di enzo striano che in effetti fa venir voglia di leggere, ti porta nel settecento in carrozza e te ne fa uscire camminando verso il patibolo. nel frattempo tornano in mente un po’ per volta altre visioni di settecento cinematografico: non tanto abel gance quanto kubrick, greenaway (che però era ambientato un secolo prima), e soprattutto rohmer, e quindi anche il rossellini della presa del potere da parte di luigi XIV (ma c’entra un po’ anche lo spirito delle spoglie ambientazioni storiche di jarman). il teatrino della storia si anima grazie ai disegni di oreste zevola e alla musica di daniele sepe, maria de medeiros è tanto «figura di scena» che il suo accento portoghese autentico non introduce realismo ma un ulteriore straniamento. a me è piaciuto.

(sto cercando di confinarli su flickr)
non fosse per i racconti – tra i quali questo – del librino legami familiari di clarice lispector (feltrinelli). li ho proprio letti con gusto, in piedi, seduta, camminando, in ascensore. temo anche di essermi un po’ identificata con la gallina, non so chi ha presente.
ps appena ho tempo sostituisco questo banner luttuoso, c’è qualcosa che non va.
altro poscritto: nel disinteresse generale, la risposta di domenica era la b.
per il pomeriggio a milano: nuvoloso, ma non dovrebbe piovere. massima 18 °C.
mi capitano cose bizzarre. stamattina, complice la giornata piovosa, all’edicola della stazione mi sono concessa un acquisto particolarmente voluttuario (e, confesso, blog-indotto). salita in carrozza, dunque, sono sprofondata nella lettura di dampyr finché, verso la fine dell’albo – forse perché il treno si era fermato – ho alzato gli occhi. e invece del piatto familiare paesaggio che mi aspettavo ho visto una gola verde invasa da una nebbia spettrale e un fiume, in basso, sotto il ponte di ferro su cui il treno sostava.
– che era successo?
a. mi ero addormentata e stavo sognando
b. il treno aveva cambiato inopinatamente percorso
c. avevo sbagliato treno.
negli alfabeti di joseph reed (pittore padre di mack reed, l’autore del bellissimo weblog heavy little objects – la cui collezione purtroppo si è fermata in febbraio).
se oggidì mi ritrovassi a fare radio, trascriverei le liste migliori dell’ipod lasciato in «casuale – brani» e metà del lavoro sarebbe già fatto.

starlight da songs for drella
that new song di badly drawn boy
moving the river dei prefab sprout
low expectations di edwin collins
qui est in, qui est out di serge gainsbourg
paradiesseits degli einstuerzende neubauten
(a proposito, di chi è questa bocca? a me sembrava ovvio, ma pare non lo sia così tanto, dunque cimentatevi.)
questo avrei dovuto scriverlo ieri, ma comunque: non ho trovato in rete ricette di biscotti allo zafferano italici, farò io un esperimento.
intanto:
thin almond saffron cookies.
biscuits au safran.
galletas al azafrán
e le brioscine allo zafferano svedesi.
colgo l’occasione per rimandare a uno stupendo link già suggerito in passato: il risotto patrio secondo carlo emilio gadda.