sono di questi giovini del nord abbastanza fortunati da avere a disposizione tutta la musica inglese dai beatles al punk alla new wave, per scrivere i loro pop single. e una bella attitudine per il gioco dell’esprimere quel tanto di disperazione sublimabile nell’arco di una canzone. (il che per me è sufficiente a lasciarmi perseguitare da apply some pressure per tutto il fine settimana – conoscevo già the coast is always changing, ma mi aveva colpito meno.)
Autore: alba
fa un po’ secret garden metropolitano
la presenza dell’ex vivaio tra via gioia e via galvani a milano, circondato da muri di mattoni rossi e da un edificio in rovina, con il suo sentiero nel bosco visibile solo da un cancello chiuso. quando ci sono passata davanti, ieri, c’era ancora il camper della campagna di protesta (blog) contro i progetti della regione per l’area verde, con rocco tanica che arringava un gruppo di vecchietti.
perché non sono vegetariana
mi scuso per il titolo pomposo alla bertrand russell, questa cosa che ogni post deve avere un titolo, per motivi d’archiviazione, mi fa impazzire.
comunque, penso d’averlo capito: razionalmente non avrei nulla in contrario, tant’è vero che di carne ne mangio pochissima. però non sopporto di impormi da sola un divieto che diventi una norma assoluta (molto simile a quelle religiose che aborro), dal momento che sono ben lungi dall’averlo interiorizzato in modo che sia un comportamento spontaneo e non un’autoimposizione. questo anche senza contare il trauma del distacco da una tradizione cultural-alimentare che valuto come positiva (per la verità, uno dei pochi casi in cui valuto una tradizione come positiva).
dunque, per ora il principio del piacere continuerà a prevalere ogni volta che mi si parerà dinanzi una fetta di salame buono – perché se è cattivo, invece, ovviamente va boicottato, e mangiarlo sì che sarebbe immorale.
tormentone
per il fine settimana mi sono fatta una doll da sera, con un naso più azzeccato, ma anche con un principe azzurro.
the time traveler’s wife
di audrey niffenegger: mi arrendo all’evidenza, lo sto abbandonando a p. 120. che delusione: non ricordo più dove avevo letto pareri entusiasti, ma è così melenso…
film degli anni 90 che varrebbe pur la pena di avere in dvd
dolls
è un film, naturalmente. ma sono anche le icone personalizzabili che si usano per darsi un corpo in rete. questo link, provato da superqueen e garnant (ma eccone un altro, meno ricco), mi ha fatto nei giorni scorsi l’effetto di un videogioco (ai videogiochi non mi sono mai appassionata, ma forse devo ancora trovare il mio). insomma, in cerca di un momento di pausa senza lasciare il computer, mi veniva da tornarci e giocare: non tanto per creare un’immagine di me il più possibile simile a come sono ma per provare qualcuna delle n combinazioni realizzabili, mantenendo il vincolo di una certa somiglianza (zitti, voi che potreste obiettare: la bambola è lusinghiera per definizione, oppure caricaturale, ma certo non realistica).
in pratica, sono regredita ai mesi dell’infanzia passati col naso contro il vetro di una finestra per ricalcare la sagoma di una bambola di carta, allo scopo di disegnarle vestiti che poi coloravo coi pennarelli – ne facevo a decine. la bambola l’avevo ereditata dalle cugine; era in una serie vecchiotta (anni 60 massimo) di due o tre, ma io avevo scelto quella e i vestiti li facevo solo per lei. il meccanismo dev’essere quello solito per cui ci si appassiona alle riproduzioni in miniatura: distanza soddisfacente, facilità di possesso, possibilità di collezionare. era già un po’ che ne volevo parlare perché in rete, guarda un po’, le paper dolls abbondano:
the original paper dolls artists guild.
gothic paper dolls.
belle.
altri personaggi storici, letterari, cinematografici.
questi e altri link.
un deprecabile aggiornamento: celebrity dress up games.
quanto a quelle di carta vera, com’è noto ne pubblica moltissime la dover; io ho questo libro, ma de gustibus…
z come zafferano
l’ultima lettera dell’abbecedario del giardiniere è più primaverile che mai… di una primavera nordica (danese) e corredata di poesia di cummings, anch’essa più primaverile che mai (a proposito di fiori: ma era questa la poesia di e.e. citata in hannah e le sue sorelle di woody allen?)
per tutti gli ammiratori delle foto del giardiniere, appuntamento là; quanto al monday bud blogging, seguiranno altri più prosaici spunti… adesso per esempio, se avessi tempo, andrei in giro a cercare una ricetta per fare i biscotti allo zafferano, che sono buonissimi.

in time of daffodils (who know
the goal of living is to grow)
forgetting why,remembering how
in time of lilacs who proclaim
the aim of waking is to dream,
remember so (forgetting seem)
in time of roses (who amaze
our now and here with praise)
forgetting if, remember yes
in time of all sweet things beyond
whatever mind may comprehend,
remember seek (forgetting find)
and in a mystery to be
(when time from time shall set us free)
forgetting me, remember me
PS mi rispondo da sola: la poesia del film ovviamente è questa.
la mia vita da consumatrice
bene, la brutta sorpresa di questa settimana è che sky si è messa a trasmettere i canali di cinema solo con la codifica nds, pertanto ci toccherà accettare uno dei loro indesiderati decoder, cosa che faremo perché troppo pusillanimi per disdire l’abbonamento continuando orgogliosamente a guardare solo canali polacchi e sloveni.
delusioni anche dal giro fatto da h&m oggi pomeriggio: sono entrata perché pioveva, e mi sono trovata a constatare che il revival anni 80 è arrivato a livelli perniciosi. forse lo aborro perché è la prima volta che vedo il fatale ritorno storico di vestiti di quand’ero già adulta, ma trovo riprovevole il dilagare del BOLERINO come indumento di massa. (e non vedo di buon occhio neppure la scarpa scollata di jeans con wedge in sughero, né le magliette larghe di floscio poliestere lucidino.)
the shop around the corner
di lubitsch (scrivimi fermo posta) è un film pieno di… scatole. la scatola teatrale dell’unità di luogo (il negozio del titolo). la casella postale (p.o. box). la scatola per sigarette in similpelle con carillon, tormentone comico presente dall’inizio alla fine. le pile di scatole che i commessi spostano di qua e di là per il negozio. quando avrò capito che significa lo dirò; per adesso ho capito che è una commedia bella e cattiva, e che nel 40 si poteva ambientare un film di largo consumo in ungheria.
