sto ascoltando la musica nelle strade

allo scopo di far tornare in qualche modo la temperatura percepita vicino alla serata di sabato scorso, in cui les anarchistes hanno suonato a cassano d’adda circondati da un freddino che (complice anche, forse, un inconfessato sentimento «siamo tutti londinesi») induceva a nutrirsi di pesce fritto, patatine e birra.  il disco è molto interessante, a dispetto – mio snobismo alquanto gratuito – della presenza di collaborazioni illustri e della ballad of sacco e vanzetti. a chi poi, come me, cercasse nei cd degli anarchistes più che altro tracce dei loro bellissimi concerti (non viceversa, ma non credo sia per forza una cosa riduttiva)  va segnalato che sono qui immortalati a las barricadas e, finalmente, l’inno a oberdan

la casa di a.

è nel settimo (dalla parte di boulevard saint-germain).  insomma, si arriva lì, e dopo anni di ostelli fuori mano e sordidi alberghi vicino alla gare du nord ci si ritrova con tutto – musei, cinema del quartiere latino – raggiungibile a piedi, sempre.
ha il suo bello: se c’è qualcosa di cui lamentarsi, è l’imbarazzo di essere circondati da tutti quei negozi di design italiano e lussi babilonici, quando ci si sentirebbe più a proprio agio in un mercato del ventesimo.  è la sensazione di essere come una puntina da disegno piantata prevedibilmente sul metrò di rue du bac, tracciate due direttrici che andando, per dire, dalla tour eiffel alla bibliothèque, da montparnasse a montmartre si incontrerebbero proprio lì.

si ha un bel volersi sottrarre ai luoghi comuni, ma persino p., alieno da prevedibili sentimentalismi, si lascia scappar detto che «il métro ha odore di parigi» (perdonabile, lui perlomeno in gioventù si è esercitato al salto dei tornelli, mentre più disciplinatamente io al massimo collezionavo i biglietti gialli – ora sono viola).  e non vogliamo forse prenderci qualcosa seduti alla terrasse di un caffè? in quei caffè no, non ce la faccio, pur passandoci davanti più volte al giorno, non so se per giusta repulsione o, in fondo, per negarmi qualcosa – mi merito forse di stare a casa di a.? no – ma del resto basta qualsiasi altro bar a causare il salasso di cifre improponibili per la terribile broda che sono diventati i café-crème montati a cappuccino, e dunque a far rinsavire qualsiasi aspirante parigino.

eppure si torna ad aspirare a qualcosa, quando dal divano del piccolissimo appartamento si vedono proprio quei tetti a incorniciare un quadrato di perfetto cielo di francia.  quando si impara a tenere il passo sulla strettissima scala a chiocciola del vecchio palazzo, e a far scattare nel modo giusto la serratura del portone. 

quando si impara quando e dove sono i mercati della zona, anche se ci si va sapendo di non poter comprare troppa frutta, perché in verità, per quanto si aspiri o addirittura si faccia finta, il frigo va tenuto sgombro: dopo qualche giorno si va via.

(illustrazioni di autore ignoto da le français langue 2, ghisetti & corvi 1979 – colorate a mano da  una me stessa tredicenne)

libri doppi

disponiamo di una copia regalabile dei seguenti titoli:

john berger, sul guardare
juan goytisolo, le settimane del giardino
joseph moncure march, the wild party illustrato da spiegelman
kurt vonnegut, ghiaccio nove

chi gradisse riceverne uno, lasci un commento o mandi un messaggio.

se a un diario di navigazione togli la navigazione

che cosa rimane? il tempo. il tempo non può che passare, è una banalità, anche se la tentazione di trattenere il respiro nel folto di un bosco per provare la sensazione che sia fermo è forte (ma inutile: se provi la sensazione, non è fermo).
dunque, mancando la navigazione a scandire alcuni percorsi, c’è per esempio il fatto che ho cambiato la foto dello sfondo scrivania in ufficio, quindi vuol dire che è passato del tempo, quella precedente mi ha stufato.
ci sono spostamenti nei giorni festivi e prefestivi, cene, birre estive, per lo più di infima qualità ma a volte no, persone che non si vedono spesso, bambini piccoli, decidere cosa mettersi ché il tempo (l’altro, cioè lo stesso) è cambiato ancora. tutto ciò non deve lasciare traccia, non è previsto, inutile pretenderlo. sbagliato anche pensare che per questo non abbia senso (o che debba averne uno).
certo il mondo in rete, pur caotico, può aspirare ad avere un ordine semantico, forse per questo mi piace, forse per questo mi manca quando la vitareale™ (ma da che blog veniva il trademark? è di antonio?) prende il sopravvento.

ipotesi

sul perché a me, musicalmente incoltissima, piacciano tanto (e dico proprio tanto), all’interno della musica seria, solo la musica antica, la musica barocca e la musica minimalista: trattasi di strutture il cui uso della ripetizione è in qualche modo affine all’unica musica che conosco un po’, il rock, con la sua commistione di primitivismo e ossessività contemporanea.
(mi frullava per la testa tempo fa, e poi magari è ovvio, ma mi è tornato in mente leggendo oggi un post di cadavrexquis in tema. avevo anche appena sentito da radio3, tornando dalla val seriana, un’esecuzione in cui bach conviveva con un semplice battito di mani, credo provenisse da questo disco – dai pareri di amazon pare un album brutto, e io di solito odio queste operazioni, ma il brano che ho sentito non lo era affatto).