
fatti come:
dover prendere un pomeriggio di permesso per motivi familiar-burocratici
aver appena letto che le tavolette biologiche di green and blacks sono fatte dalla icam
hanno congiurato a evocare una falla spaziotemporale in cui, con le vesciche ai piedi causa scarpe quasi nuove, leggevo una notifica del tribunale in un luogo manzoniano mangiando del cioccolato con pezzetti di ginger. (il cioccolato fatto per gli inglesi è molto strano: l’assortimento nella busta dello spaccio prevede ingredienti come menta, butterscotch e mandorle caramellate, tutti da assaggiare per interesse scientifico.)
Autore: alba
link del giorno
the soviet bus-stop (via unpopular)
memorize the city
mentre in irlanda del nord c’erano le elezioni, la settimana scorsa, mi dibattevo ancora nella lettura di the star factory di ciaran carson.
come shamrock tea – dove ogni capitolo ha il nome di un colore, e dentro le storie di famiglia si mescolano alle vite dei santi e all’esplorazione dei coniugi arnolfini , ma con un bizzarro filo narrativo – è un libro che si dà una struttura rigida, nominalista (in questo caso i capitoli son quasi tutti intitolati a luoghi e strade di belfast) per potersi poi permettere il massimo della soggettività e della libertà.
consultazione (magari in ordine alfabetico) di vecchi stradari e mappe, ricordi d’infanzia, sogni, storia materiale ricostruita partendo da vecchi oggetti casalinghi-libri-indumenti, storie etimologiche tra inglese e irlandese, una lunga disamina del film odd man out (che conferma che è tutto girato in studio) e di alcune fotografie d’epoca, storie di modellismo, radio, francobolli, lo spettro del titanic e molti altri ingredienti lievitano in una specie di biografia (molto autobiografica) di una città. libro bello, arduo, pedante.
la prosa di cc non risulta tradotta in italiano – e per la verità si capisce anche il perché – però sarebbe bello provarci…
the world atlas 1967
ero in ufficio che ridevo da sola, a leggere il post di mirumir sull’incresciosa abbondanza di diacritici sbagliati in un libro di recente pubblicazione: l’incubo del redattore comune – disarmato sia davanti all’alfabeto cirillico sia davanti alle deliranti trascrizioni che l’italiano spesso si trascina dietro dai libri in inglese e francese – si è trasformato in un ipercorrettismo che distribuisce a piene mani pipette sulla pagina tipografica.
da queste parti non si licenzierebbe una ciano del genere senza aver scomodato almeno uno pseudoslavista, ma confesso che nei casi di emergenza ci si trastulla con un bigino di provenienza non sospetta.

trattasi dell’utile tabella di confronto cirillico/trascrizione scientifica/trascrizione anglosassone presente nel volume dell’indice di uno dei miei possessi più cari: la seconda edizione dell’atlante mondiale russo, quella dedicata al cinquantesimo anniversario della rivoluzione (consultabile su richiesta, escluso dal prestito).
about blogging
sul concerto di john cale
di lunedì scorso al rainbow, ho da dire che mi è piaciuto di più rispetto all’ultima volta; ne ho apprezzato la compattezza, la mancanza di nostalgie e insieme quegli elementi sonori che in una certa prospettiva sembravano comporre una summa degli anni 70, quelli belli.
ma forse ero io senza nostalgie, senza aspettative di questa o quella canzone (a parte venus in furs ovviamente), senza nemmeno flashback alla primavera di 15 anni fa in cui L – era lei la fan di cale, non io – mi trasportò a bologna a vedere un concerto del tour immortalato in fragments of a rainy season.
io ero qui, a quasi 40 anni, lui era qui, appena compiuti i 65, andava tutto bene.
e alla fine (quando solo io, g. e un dandy dal foulard a pois eravamo rimasti davanti alla transenna, increduli della mancanza di un bis) è apparso sul palco il burbero benefico tecnico del suono ora fidanzato con quella nostra amica dalla quale, parecchi anni fa, comprai gli stivali che avevo ai piedi lunedì sera. non sarà proprio per questo che è stato detto tout se tient, eppure…
la recensione l’ha fatta spider
l’aria l’ha imbottigliata garnant
gli altri presenti potrebbero compilare la set list, così, la mandiamo a hans, no? (ma quella cartacea chi se la sarà presa, alla fine?)
baudrillard è morto
a 77 anni; l’ho saputo il 7 marzo 2007.
nel 1987 feltrinelli pubblicava l’unico libro di baudrillard che ho, l’america. gli altri suoi libri precedenti li si consultava per motivi studio (allora il pensiero francese «andava»), questo invece lo si leggeva – alla ricerca di una chiave interpretativa nostra, europea – mentre si cavalcava con l’immaginazione tra cinema e musica statunitensi, in fuga dall’edonismo reaganiano. anzi, forse lo presi proprio dietro suggerimento di qualche trasmissione musicale, di stereonotte o radiotre. oggi ne trovo citati dei brani sul blog di platinette (altre citazioni citabili qui, sicuramente anche altrove – io mi ricordo solo: «modrrni si nasce, non si diventa») e il libro è stato riedito da SE. bel libro.
(intanto sono passati vent’anni, e in america non ci sono ancora stata.)
onirico
il cinema di fiction lo è per sua natura. bizzarro però aver visto nel giro di pochi giorni the art of sleep, che tematizza il sogno in una commedia, e inland empire, ancora un lynch capace di scaraventarti a capofitto negli incubi di qualcun altro, e anche questa volta con una donna protagonista di odissee (conoscitive) che di solito cinematograficamente sono maschili.
(io intanto mi sveglio la mattina sognando che provo a lavorare a maglia e non sono più capace, o che mangio un dolce buonissimo di cui so la ricetta e poi nel sogno mi sveglio e la dimentico, e solo scrivendolo in questo momento mi rendo conto che deve averci a che fare il libro di cui sotto.)
dalla parte delle bambine,
lo storico libro di elena gianini belotti, l’ho letto con estremo interesse – l’unica cosa che sono riuscita a fare questa settimana oltre a coltivare la collezione dei fazzoletti printex di calolziocorte – non solo perché, malgrado i tempi siano cambiati, fa impressione quante cose siano rimaste uguali ancora oggi nell’imposizione dei ruoli di genere (viene voglia di obbligare alla lettura tutte le amiche madri), ma anche perché è stato scritto proprio quando ero piccola.
insomma parla di cose che non posso ricordare anche se c’ero, di altre che ricordo (quell’asilo noioso e un po’ repressivo dove non volevo andare, non credo di essermelo inventato), e mi permette di capire meglio la mia strategia di sopravvivenza di bambina (che consisteva perlopiù nello stare per conto mio a leggere: avevo un carattere che lo consentiva e la libertà di farlo. sono stata fortunata.)
