de oliveira allo spazio oberdan

per la serie (non esiste, ma potrebbe) «che cosa fecevo un anno fa»: continuo l'immersione nelle bozze di post mai pubblicati.

12.10.2009

ho visto il principio dell'incertezza e francisca, entrambi tratti da romanzi di agustina bessa-luís; il secondo risulta in commercio in edizione italiana e davvero viene un po' curiosità di vedere come siano i testi da cui de oliveira riesce a trarre i suoi apologhi antinaturalistici.

cambellotti, seconda e ultima puntata

ecco qualche scansione ripescata dall’estate e da una bozza negletta (altro clima e persino altro scanner): con questi 2 libri raggiungiamo il fondo del piccolo fondo cambellottiano ereditario (prima puntata).
unico rappresentante in nostro possesso della bibliotechina della lampada mondadori è raggi di sole di hedda. la cosa più spettrale dei bimbi cambellottiani (nei risguardi della collana) stavolta non è l’occhio trasparente ma il fatto che i volti delle 2 pagine sono solo leggermente diversi.

questo libro di fiabe bemporad ha la copertina morbida veramente malridotta.  la cosa bella è che è tutto stampato in nero e rosso (a pensarci bene, un po’ come i risguardi della bibliotechina), con illustrazioni al tratto.

ps  imminente una mostra romana su DC illustratore.

inception di christopher nolan

dopo matrix, existenz, dodici scimmie (tutti più belli), ecco un altro film con una tecnologia che permette di entrare e uscire da un mondo parallelo. stavolta quello del sogno.  l’invenzione del «sognare insieme a qualcun altro» è bellissima, davvero, e il film dà per scontato che quella certa valigetta esista e funzioni.  però, visto che lo scenario dei sogni può essere costruito a piacere… perché farne un grande omaggio ai film di 007? l’inconscio americano non sarà mica tale da poter sognare solo stereotipati set di film d’azione, no?
leonardo di caprio fa un personaggio straordinariamente simile a shutter island di scorsese, quando appare michael caine si fa fatica a non pensare che sia il suo maggiordomo, ellen page spiegazza parigi (e in qualche modo, su quel ponte, mi è parsa rievocare qualcosa di ultimo tango) ma alla fine ha poco spazio, marion cotillard prigioniera di un personaggio un po’ tedioso, e nel complesso si sta tanto nel sogno che a questo film manca un mondo… reale.
in compenso mi è piaciuto proprio tanto ken watanabe e ho riconosciuto tom berenger dopo un secolo che non mi capitava di vederlo al cinema.

sense and sensibility

molto buffo vedere la «tecnologia semantica» di liquida attribuire un «umore» ai miei post:

il post di ieri, infatti, avrà pure il difetto di essere poco emotivo ma per la cronaca – casomai  qualcuno si fosse preoccupato – vi dirò che è di ottimo umore, come del resto ero io quando l’ho scritto (to’, metto pure una faccina :o) mentre in questo post l’umore è un po’, come dire, perplesso… quand’è che lo studio dei significati nella comunicazione in rete è finito in collisione/collusione con lo studio dei sentimenti?
ma non tutto il male vien per nuocere, riflettiamo sull’aggettivazione (ciò che va in pasto alla «tecnologia semantica»): se avessi detto «solenne» invece di «seria e severa», e avessi precisato che l’effetto del marmo era «sereno» nel pomeriggio «limpido» di fine settembre, forse in effetti il post sarebbe stato più chiaro… e probabilmente meno bad.
(oppure, sopprimo proprio gli aggettivi e non se ne parla più)

a fresh start

fra la tinteggiatura dell’appartamento (e relativo salasso monetario) e la tazza dell’upim (1,99) ha preso piede, mio malgrado, un irresistibile processo di revisione domestica che non ha lasciato libro indisturbato, disco trascurato, calzino non rivoltato, bioccolo di polvere intatto. il grande dio acaro si è vendicato potentemente, ma sta per tornare in riposo (spero). mai capitata una cosa del genere: dove mi si posano le dita, ribalto l’esistente. non ricordo da quanti anni non avevo una simile sensazione di spazzar via ragnatele dalla testa (perché di questo alla fine si tratta). ho persino affrontato il cassetto delle garanzie degli elettrodomestici e il ripostiglio degli stracci. e continuo a ritoccare, scartare, sistemare come se avessi in testa un qualche ordine che va assolutamente realizzato. qualcuno mi fermi… ps del resto il gomasio era scaduto nel 2007.

viaggio dell’altro giorno: tilt-shift photography

dopo essere inciampata in questo video su berlino, volevo riflettere un po' sulle immagini ottenute con obiettivi tilt-shift (così di moda che c'è addirittura un'applicazione per iphone per applicare un effetto simile a una foto normale), dove il gioco di fuoco e prospettiva restituisce ai soggetti fotografati proporzioni alterate (mi pare di notare, ma potrei sbagliarmi: i palazzi sono più grandi delle persone, ma non quanto nella realtà; sono a fuoco solo i dettagli più piccoli e la profondità è drasticamente ridotta).

ecco una pagina di link (alcuni purtroppo scaduti; pare comunque che abbia iniziato olivo barbieri), a cui si si possono aggiungere per esempio jeffrey richard stockbridge e vincent laforet.

non ho trovato però molti commenti sull'estetica della finta miniatura:
qui si ipotizza che «attraverso tali distorsioni ci viene regalato un momento in cui possiamo renderci conto di quanto siamo piccini, di quanto minuscole possano apparire persino le strutture più grosse, e questo momentaneo cambiamento di prospettiva è liberatorio»; 
che «a volte si proietta un'immagine del nostro mondo molto più grande di quanto dovrebbe essere… questo tipo di fotografia […] è una riflessione sul fatto che a volte abbiamo bisogno di ridurre la dimensione delle cose e osservarle come se non fossero poi così importanti. immagini di questo genere ci aiutano a guardare ciò che ci circonda con un po' di tranquillità in più, dovuta al sapere che le cose non  devono necessariamente essere tanto grandi».

ci si ritrova insomma nel solito rassicurante senso di dominio dello spazio dato dai plastici, con il loro «effetto giocattolo» grazioso per definizione.
ma sul bisogno di fingere la finzione, che vogliamo dire? non è un po' regressivo, passato l'effetto sorpresa?
sarà perché ieri sera ho visto up in televisione, però mi sembra che il mondo là fuori sia davvero tanto grande e l'operazione di ridurlo proprio tramite immagini scattate dal vero sia un po'… riduttiva.

la manona di cattelan

davanti alla borsa di milano si inserisce perfettamente nella piazzetta dall'architettura marmorea d'epoca fascista: solo da vicino rivela come dettaglio spiazzante non tanto le dita mozzate (da un arto reminiscente delle gigantesche statue romane nasce un saluto fascista mutilato in sofferto gesto di scorno), quanto le linee quasi fumettistiche del disegno (vene, unghia).
sabato pomeriggio appariva molto più seria e severa della borsa stessa, bardata di striscioni di ferragamo e luci rosse sulle statue, per una sfilata di moda.
se si lasciasse in permanenza il cattelan e si togliessero le auto, secondo me la piazza ci guadagnerebbe assai.