visitando la mostra dei libri d’artista della collezione consolandi, un po’ di tempo fa (qui lo slow blogging si fa spinoso al punto che purtroppo, nel frattempo, il noto collezionista milanese è mancato), davanti ad alcune delle opere più recenti ho avvertito un ostinato senso di disapprovazione: dove un libro preeseistente viene usato come materia prima, blocco scultoreo, senza alcuna relazione con il contenuto del libro stesso, l’operazione mi colpisce come superficiale e di una brutalità gratuita; insomma, io non ci sto.
(inserirò esempi qui* appena ripesco il catalogo dal riordino delle scartoffie domestiche; durante il quale, ieri sera, ho ritrovato questo intervento di annie françois, autrice di la lettrice, per poi scoprire che è morta l’anno scorso.)
su come dall’opportuno apprezzamento dell’estetica dell’oggetto libro si sia passati all’exploitation, al libro oggetto – ben oltre i mobilieri che a scopo esposizione rilevavano vecchi libri di un editore per cui lavoravo – ho trovato oggi questo articolo (dalla rubrica consumed di rob walker, sul new york times).


