il libro oggetto

visitando la mostra dei libri d’artista della collezione consolandi, un po’ di tempo fa (qui lo slow blogging si fa spinoso al punto che purtroppo, nel frattempo, il noto collezionista milanese è mancato), davanti ad alcune delle opere più recenti ho avvertito un ostinato senso di disapprovazione: dove un libro preeseistente viene usato come materia prima, blocco scultoreo, senza alcuna relazione con il contenuto del libro stesso, l’operazione mi colpisce come superficiale e di una brutalità gratuita; insomma, io non ci sto.
(inserirò esempi qui* appena ripesco il catalogo dal riordino delle scartoffie domestiche; durante il quale, ieri sera, ho ritrovato questo intervento di annie françois, autrice di la lettrice, per poi scoprire che è morta l’anno scorso.)

su come dall’opportuno apprezzamento dell’estetica dell’oggetto libro si sia passati all’exploitation, al libro oggetto – ben oltre i mobilieri che a scopo esposizione rilevavano vecchi libri di un editore per cui lavoravo – ho trovato oggi questo articolo (dalla rubrica consumed di rob walker, sul new york times).

il manifesto milanese di cattelan

siccome non lo vedremo affisso, lo ospitiamo qui, per non smentire la precedente familiarità con l’opera.

ma, voglio dire, a parte l’ignoranza comunale che impedisce di accogliere qualsiasi interrogativo suscitato dall’immagine… milano è già tanto sgradevole, non vedo che potesse fare di male il manifesto. o forse è proprio questo il problema: non ci possiamo permettere la goccia che fa traboccare il vaso.

visto il film di herzog al palestrina

(ecco un altro appassionante post su una cosa successa una settimana fa, ma del resto il film era a venezia nel 2009… a uscire ci ha messo un anno!)
my son, my son, what have ye done
è prodotto da david lynch e, caso strano, sembra un film di david lynch: straniamento, senso di orrore non tanto legato al fatto di sangue quanto alle paturnie dei personaggi, presenza di un nano, presenza di grace zabriskie (e già che ci siamo perché non dare un'occhiata alle sue… sculture?).
chloe sevigny porta uno strano golfino peloso beige su shorts molto corti ed è fra i pochi interpreti dalla recitazione, diciamo, naturale.  curiosità: udo kier e grace zabriskie erano entrambi nel cast di my own private idaho e even cowgirls get the blues di gus van sant.

graficamente, bilbao

si è distinta per:

il motivo curvilineo sulle strisce pedonali

il carattere «basco» (in poche minime varianti) di quasi tutte le insegne. magari se avessi visitato il museo di cultura basca al casco viejo ne saprei di più; da google invece si evince poco, se non che bisogna chiedere a thierry arnaut, il quale si è studiato il carattere e ne commercializza versioni elettroniche. a me non ricorda tanto delle lapidi medievali quanto un gusto smaccatamente anni settanta, chissà perché. comunque non è una gran bellezza.
quanto alle sonorità della lingua basca: non pervenute. in 5 giorni trascorsi fra città e montagne (bazzicando il più possibile locali e mezzi pubblici), neanche due persone che si parlassero in euskara, maledizione.
(agli avidi di manifestazioni di orgoglio basco non resta che prendere nota delle bandiere che denunciano la dispersione dei prigionieri eta in carceri lontani; e forse qualche graffito indipendentista in zone molto periferiche di bilbao.)

rupert everett come sherlock holmes

venerdì scorso ero così esausta (dopo appena 5 giorni di lavoro) che ho guardato la tv, non riuscendo proprio a fare altro.  e così mi sono appiattita davanti al gustoso caso delle calze di seta, ambientato nel 1902 per poterla passare un po’ più liscia con telefoni, profili psicologici, diagnosi di perversione sessuale e anacronismi vari.  a parte questo, una dignitosa produzione bbc con ian hart molto carino al suo secondo ruolo come watson, ed everett volta a volta maledetto (poco, ma quel pallore e quel cilindro alto al cimitero… approvo) o faccia da schiaffi (per lo più).  l’avevo proprio perso di vista* e ormai si stenta a credere ai suoi trascorsi di attore serio, no?  però me lo sono guardato con un certo affetto e complicità.  se ai tempi di another country e ballando con uno sconosciuto incarnava con il suo broncio la nostra giovanile inquietudine, forse poi ha scelto di invecchiare con noi e prestare la sua faccia strana (una volta pareva bellissima, ora è proprio strana e basta) al nostro bisogno di svago postimpiegatizio.  qualcuno deve pur farlo.
per la cronaca, son già ridotta che prima di dormire riesco a stento a leggere 10 pagine dell’ispettore morse prima di sprofondare nell’oblio.

* ecco un sunto (non si capisce scritto da chi).

su lichtenstein che cita artisti precedenti e avanguardie

pare che la mostra di colonia recensita domenica dal financial times sia parente di è proprio quella vista mesi fa alla triennale di milano, benché il titolo sia diverso. comunque, ecco una chiave di lettura sensata:

The results can by dry in their precise artifice, but they are never nostalgic. That is why Lichtenstein still looks especially fresh in historic European museums. Here one is aware that only an American could have so courteously, calmly, generously, definitively smashed European modernism, yet assimilated it into the postwar international aesthetic that continues to influence how art is made and seen now.

Jackie Wullschlager – Engagement with modernism
via www.ft.com

(la mostra mi era piaciuta, ma forse a causa di quel “dry” non ne avevo scritto nulla?)

è passato un mese

fa freddino e ho preso il raffreddore, inoltre sono schiava di un impulso di riordino/eliminazione di fuffa domestica ed elettronica e devo ripartire per qualche giorno, ma volevo almeno innalzare un requiem alla piccola nikon che ha illustrato il blog per 6 anni: ha dato “errore obiettivo” appena prima delle vacanze (che tempismo). in spagna ho provato a usare la panasonic di p. ma fa molte più cose e non mi sono accorta che era impostato il formato panoramico! sarò costretta a evolvermi, o a soccombere…
per la cronaca, i gatti invece stanno bene.

sul balcone

sfrutto finalmente la poltroncina artigliata dai gatti e il primo soffio d'aria della giornata per segnalare:

pop group gratis a torino il 10 settembre, sempre nella rassegna mito, il giorno prima di john cale.
saremo abbastanza vispi per passare il fine settimana scorrazzando di qua e di là? si vedrà.

per ora l'energia non basta neppure a postare le illustrazioni del primo novecento che avevo scansionato prima dell'onda di calore; inoltre mi aspetta un'altra settimana piena di grane prima delle sospirate ferie, quindi darei addirittura appuntamento a dopo ferragosto, ritemprata dall'atlantico spagnolo, spero. olé.

c'entra solo perché da parte di madre pepe carvalho è galiziano: non avevo mai letto montalbán, sto un po' rimediando alla lacuna… dal tipo di seguito che ha temevo gialli più stereotipati, invece è pieno di cose belle. cloni italiani di montalbán, vergognatevi. ecco la memorabile pagina della metropolitana dei mari del sud.
ora batto in ritirata perché una zanzara mi ha punto un dito piccolo del piede sinistro, ciao.