12 monkeys

aka l’esercito delle dodici scimmie, rivisto in tv con grande commozione e ingenti quantità di gelato a titolo di compensazione, venerdì sera.

la sceneggiatura originale (c’è anche su dailyscript).
bucephalus, comprehensive guide to 12 monkeys.
un sito sui viaggi temporali nel cinema.
dreams, la fanzine di terry gilliam.

su la jetée di chris marker, un articolo di jean-louis schefer tradotto in inglese, un articolo dalla rivista online senses of cinema e un curioso contributo sonoro (devo ancora ascoltarlo).

non dispero di trovare qualche link in italiano. ma forse non oggi…

aggiornamento: il dossier di cinemah (1997).

paris, les halles

after reading about le ventre de paris yesterday at chocolate&zucchini, and talking about film images of paris in a post of mine the day before, i thought i’d share a few 1960’s images of les halles.

left, a frame (or set picture?) from one of my favourite paris-american comedies, irma la douce, fictionalising the area, next to a real street scene from the neighbourhood (that’s from maurice rué, paris des poètes, hachette 1965). there’s an online exhibit about the film’s set designer, alexandre trauner, here (i didn’t know he made subway too). below, pictures scanned from qui parigi, touring club italiano, 1968 (sky views by alain perceval, photographs by giancarlo botti and monique valentin).

only at the end of 2003, the last time i’ve been to paris (where i’ve bought the gorgeous dress i’m wearing now, but i won’t digress), did i vist the interior of saint-eustache. i had been reading john berger’s the shape of a pocket (sacche di resistenza, giano editore, varese 2003), and wanted to see raymond mason’s sculpture: fruit and vegetables leaving paris, february 28, 1969. you can see it below, on a postcard bought on site and in a detail distorted by my partner’s eye.

of course i wanted to end on a catastrophic note showing something from ferreri’s movie non toccare la donna bianca, shot in the canyon-like excavations made after the demolition of the old pavilions, but i couldn’t find pictures online – i will have to search the books. update, 14.06.04: tournage di ferreri e altre immagini cinematografiche delle halles sul sito dedicato ai progetti di riqualificazione (finalmente) dell’area. update, 3.06.04: aggiungo qualche immagine dal dvd della mgm di irma la dolce.

psycho horror bathroom vision

avevo apprezzato molto questo post domestico-visionario di palmasco, anche per due motivi strettamente personali: io le sue piastrelle op le trovo bellissime, e poi mi hanno ispirato a tentare di esorcizzare uno dei più malefici influssi subiti dalla mia mente ragazzina. come? mediante un sequel parodico/trash dell’elegantissimo post sopracitato. ieri sono stata a casa dei miei e le ho fotografate, le piastrelle del bagno. direi che si commentano da sole. posso aggiungere che non sono mai riuscita a trovarne due uguali, e che per ciascuno dei 3 particolari sotto riportati avevo un’interpretazione figurativa (volendo abbassare ulteriormente il livello del post, potrei specificare che il punto d’osservazione non era la vasca da bagno, che per fortuna non costringe a tanto, bensì la seduta del water). quasi tutte le foto sono venute sfocate, a ulteriore riprova della natura psicotropa del luogo. datazione: 1968-70 (anche noi ce le trovammo in casa, arrivandovi nel ’73). tra gli inventari possibili, insomma, considero una fotogalleria di piastrelle psichedeliche ormai indispensabile.

malinconico van dyck tra le malinconiche cariatidi

nell’allestimento della mostra di van dyck ronconi ha messo delle grandi cornici intorno alle cornici dei quadri, sullo sfondo di pannelli che – complice anche la penombra – riducono al minimo la visibilità della cornice delle cornici delle cornici: la sala delle cariatidi di palazzo reale a milano. ho appena finito di confidare a mio padre quanto mi piace la sala lasciata cadente dopo i bombardamenti – statue rotte, mattoni a vista, sbreghi da tutte le parti, in contrasto con i grandi specchi – quando mi imbatto in un articolo che proclama: così è disgustosa. vabbé. pare che debba partire un restauro, dunque; speriamo bene. per gli sguardi in tralice e i timidi sorrisi dei ritratti di van dyck, era adatta anche così. vana la ricerca in rete di «belle copie» dei quadri che mi son piaciuti di più (tipo: i fratelli de wael, george gage, padre de la faille). dunque metto qui il segnalibro a un quadro che in mostra non c’era (così non ho l’effetto confronto), ma forse li riassume tutti: l’autoritratto di san pietroburgo.

primo amore

di matteo garrone: film dove il fuoco consuma ma non riscalda.
spiazza meno dell’imbalsamatore, forse perché la storia rientra esplicitamente in un filone, quello delle relazioni di coppia sadomasochiste. questa ha la peculiarità di essere ambientata nel nordest ricco dei laboratori di oreficeria, un’ex campagna tirata a lustro dai soldi dove l’ossessione del protagonista – un orafo che forse si vorrebbe alchimista,§ per cercare e distillare nella vita l’essenza ultima, ciò che è veramente prezioso – è patologica più per la sua distanza idealistica da tutto ciò che ha intorno che non per le sue conseguenze.

mi sembra molto un film di trevisan, cosceneggiatore e interprete: c’è addirittura un posto che sembra uscito dal suo libro, i quindicimila passi, e la storia ha una dimensione concettosa assente nell’imbalsamatore (che continua a piacermi di più, per la sua ambiguità irresolubile). c’è sempre, però, quella specificità dell’occhio di garrone per i luoghi (nello sceglierli, nel riprenderli), con i suoi tocchi di realismo efficace perché non vuol darsi quel nome, non è «neorealistico», e quindi riesce a far guardare delle cose che sono indubbiamente italia, ma forse al cinema non le avevamo ancora viste.
e c’è l’ansia che questi suoi due film comunicano più di qualsiasi thriller, un’ansia percettiva, perché non sai mai che cosa stai per vedere e perché vieni sprofondato nel disagio dei personaggi: molte sequenze si concentrano su quei momenti di silenzio, d’imbarazzo, di attesa, di cercare le parole che normalmente vengono «tagliati» dalla memoria, e che raramente diventano materia cinematografica – espunti a monte, nella sceneggiatura, e ovviamente nel montaggio, se ne dovessero rimanere.

(§ commento di lr)