documenquête

non mi pare un neologismo felicissimo (documinchiesta?). invece il film di henri-françois imbert che ho trovato definito così, ovvero no pasaran, album souvenir, mi è piaciuto molto (qui apro un credito, perché ne ho visto solo la prima metà). è un documentario in cui la molla per ricostruire un episodio storico piuttosto misconosciuto (i campi di concentramento in cui i francesi chiusero i rifugiati provenienti dalla catalogna alla fine della guerra di spagna) è un episodio privato, un ricordo infantile del cineasta: sei cartoline dell’epoca, che immortalavano l’arrivo dei profughi, trovate in un vecchio album di famiglia. da lì parte un’inchiesta paziente, che dura anni, per trovare altre immagini della stessa serie e identificare precisamente i luoghi dei fatti, scrutando tutto quello che può dire uno scatto in bianco e nero del 1939. (trovato all’infinity festival, che si presenta male per quel titolo new age dietro cui si cela il concetto da oratorio di «cinema e ricerca dello spirito», e invece vale la visita, perché fa tanti bei film che opportunamente si coniugano alle attrattive enogastronomiche di alba. al contrario del pretestuoso tema del festival, che al massimo si coniuga con gli artificiosi fumi alla cioccolata provenienti dallo sponsor ferrero.) un nuovo sito francese di interviste di cinema: kinok.

ore liete

con il monty python’s flying circus box set appena atterrato sul computer casalingo. nel primo disco visto ieri sera ci sono, per esempio, gli immortali sketch della spedizione del kilimanjaro, del pappagallo morto e delle hell’s grannies.
mi delizia anche la notizia che life of brian esce di nuovo al cinema, perlomeno in america, non solo per festeggiare il 25° anniversario ma… usando il traino della passione di mel gibson! pure python politics.

william blake: collegamenti (e vite e morti)

dunque: il link all’archivio delle opere di blake (roba seria) l’ho trovato sul defunto bob blake vive.
il mio collegamento a blake invece viene dall’età impressionabile:
viste incisioni (credo) alla tate gallery a 17 anni.
ricevuta questa cartolina da musicista inglese in trasferta a modena un po’ di anni dopo.
imparata quasi a memoria jerusalem perché si sentiva sempre nei film inglesi.
l’imprinting era cosa fatta: menzione del nome o visione/lettura di un’opera di b. = sguardo sognante + acritica ammirazione + albeggiare di sentimenti magnanimi.
questo ben prima del (un po’ facile, per la verità, ma soddisfacente) collegamento tra il nome william blake e jarmusch/depp/neilyoung in uno dei Film degli anni 90: dead man.

le solite spigolature

da alias, l’unico supplemento che più o meno leggo (aboliti il sole della domenica – a meno che non lo compri qualcun altro – e tuttolibri). questa settimana, un paio di cose attinenti a quella certa fissa per le cose trovate, le cose vecchie, la vita degli oggetti morti eccetera.
intanto, vengo a sapere solo adesso che a reggio c’è una mostra di daniel spoerri (e mettiamo anche il link all’inutillimo sito di palazzo magnani). si intitola la messa in scena degli oggetti (dove quel «messa» sembra qualcosa di rituale) e dura fino al 12 aprile.

e poi sul retro del foglio di giornale c’è una recensione di un romanzo di iris murdoch dove il marito dice di lei: «la vita delle cose inanimate le stava a cuore … provava una tristezza vera per le bottiglie abbandonate, e ci ripenso adesso quando si china come una vecchia barbona a raccogliere da terra pezzi di carta argentata o mozziconi di sigarette. lei si sente tutt’una con loro, e se le riesce gli trova casa».

appunti di teatro

un portale sul teatro: centoteatri. tra l’altro:
un’intervista con ascanio celestini a proposito di sua nonna, del racconto orale e della memoria.

il noboalfabeto, ovvero «l’abbecedario della nonscuola» del teatro delle albe, ovvero i laboratori teatrali più dionisiaci d’italia, di cui si è parlato giovedì scorso al cinema gnomo di milano ma c’erano solo trenta persone.

il sito del teatro delle albe sembra molto offline, ma qui c’è la traccia del loro spettacolo di qualche anno fa l’isola di alcina (apprezzabile anche in cd, sotto forma di ostico «concerto per corno e voce romagnola» – provo a mettere un assaggio in mp3).

terapeutico

ascoltare la voce asciutta di eliot leggere la terra desolata dopo aver visto il poco efficace spettacolo della cooperativa teatrale dioniso, che mette in scena il testo non resistendo però alla tentazione di inserire altre citazioni del poeta, in modo da far dire il celebre «è questo il modo in cui il mondo finisce» ecc. a una signorina che si toglie due topolini bianchi da sotto la gonna e se li fa correre sulle braccia. bravi i topolini.

my name is michael caine

l’altra sera ho visto finalmente l’americano tranquillo: non la versione del ’58 di mankiewicz ma quella recente di phillip noyce, con michael caine. ci tenevo perché sapevo che, per il cinismo malinconico di un personaggio di greene, caine sarebbe stato perfetto. il film lo è un po’ meno, ma comunque un’ottima scusa per andare a recuperare di corsa il libro – uno dei greene in cui l’ambientazione esotica è puro spaesamento e ci sono frasi come: «Chiusi gli occhi e immaginai di essere altrove, seduto in uno dei compartimenti di quarta classe delle ferrovie tedesche prima che Hitler andasse al potere, quando ero giovane e potevo stare alzato tutta la notte senza che mi venisse la malinconia, e quando i sogni del risveglio erano pieni di speranza e non di paura».
vedere i film di michael caine è una delle mie missioni futili, una delle più piacevolmente incompiute. per cadere vittima dello sguardo «da assente a intensissimo in zero secondi», del sorriso sarcastico così simile a quello di john lennon, del multiforme talento applicabile indiscriminatamente a spy e gangster movies, commedie e drammi, bastarono a suo tempo i frequenti passaggi televisivi dei vari ipcress, alfie, il cervello da un miliardo di dollari, gli insospettabili di mankiewicz (uno dei miei preferiti), l’uomo che volle farsi re di huston e senza indizio (quello in cui interpreta un esilarante finto sherlock holmes). hannah e le sue sorelle è di un paio d’anni prima ed è il primo oscar di mc (il secondo è le regole della casa del sidro, che proprio non mi attira, ma prima o poi…). l’anno scorso ho recuperato in videocassetta il famoso, britannicissimo, cattivissimo carter (1971), recente oggetto di un remake con stallone (improponibile, anche se vi compare lo stesso caine – molto nel suo stile la dichiarazione: «I’m just hoping I get to play cameos in all the remakes. It’ll keep me busy for a couple of years»). di italian job, invece, ho visto il remake e non l’originale. ora è in cantiere anche un remake degli insospettabili: con caine nella parte che fu di laurence olivier e jude law in quella che fu di caine, potrebbe non essere male. mc è ovviamente oggetto di culto in rete: caine is caine citizen caine my domain is michael caine

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un quadro fiammingo a madrid

Madonna dell'albero secco, collezione Thyssen-Bornemisza, Madrid (cartolina)

la madonna dell’albero secco ovviamente non è quello che sembra (per esempio un sogno di gutenberg dopo due birre di troppo). petrus christus a bruges faceva parte della confraternita dell’albero secco fondata da filippo il buono. l’albero rappresenta la corona di spine e le quindici piccole «a» le avemaria del rosario. il quadro è piccolo ed era probabilmente un’immagine privata per le preghiere domestiche; pare che ogni membro della confraternita ne possedesse una simile.

due quadri spagnoli a londra

san michele e il diavolo di bartolomé bermejo

tazza d’acqua e rosa su piatto d’argento di francisco zurbarán.

la prima riproduzione è proprio bruttina. visto che nessuno osa mettere online altre immagini dei suoi quadri, la national gallery farebbe bene a curare un po’ di più la qualità di quelle del suo sito.
sarebbe bello che la rete risolvesse l’annoso problema delle riproduzioni dei dipinti: all’infedeltà/inaffidabilità di quelle a stampa ci si è arresi (comunque rimane pazzesco che si sia potuto imparare qualcosa di storia dell’arte dalle immagini di libri come l’argan). in forma elettronica, con un po’ di attenzione, di certo si può far meglio, eliminata almeno la mediazione del processo di stampa (tra l’altro la carta invecchia, i pixel no). ma sarà necessario rifotografare tutto in digitale, per non ripartire dalle vecchie foto?
vorrei documentarmi un po’ sull’argomento.

fuga nel 1962

ieri sera ho visto down with love – divertente, ma della commedia sofisticata è meglio rivedere gli originali – ambientato nel 1962. arrivo a casa e in tv c’è heimat 2, l’episodio il gioco con la libertà, ambientato nel 1962.
un caso, o coincidenze di una tendenza rétro così diffusa che comincia a inquietare persino me e il mio tenace culto estetico degli anni sessanta. non vedo l’ora che passino di moda un’altra volta. al cinema quest’anno c’è stato addirittura il remake di sciarada… (non era male, the truth about charlie di demme, sono solo un po’ contraria ai remake. mark wahlberg al post di cary grant… insomma, ci vuole del coraggio). e questa settimana il new york times individua come tendenza moda il ritorno di Miss Prim, la Signorina Linda se non addirittura inamidata, con colletti alla Peter Pan (?). più che vintage, mi pare retrogrado.
per tornare a heimat, scopro adesso che del film-fiume – niente, ma proprio niente a che vedere con la meglio gioventù – reitz ha girato una terza serie, sugli anni dalla caduta del muro di berlino al 1999. le altre parti erano uscite al cinema. e questa?