ada

contrariamente a quanto pensavo, ho dovuto mettere insieme qualche idea sull’ada di fanny & alexander, e mi si è accumulato qualche link nabokoviano:
sinossi del romanzo e link utili su wikipedia;
il sito zembla dell’università della pennsylvania;
il museo nabokov a san pietroburgo;
un libro che visualizza i colori sinestetici delle lettere dell’alfabeto secondo nabokov;
un articolo sui colori in ada sulla rivista online ardis (ex monthly?) di fanny & alexander;
breve intervista agli zapruder, responsabili delle immagini negli spettacoli di f & a.

settimana di cinema veneziano

confortevole. per motivi più che altro logistici si è svolta senza illuminazioni e senza rischi, coccolando cose conosciute:
sottili schermaglie parigine nei film degli anziani (de oliveira e resnais),
cinema di genere orientale – exiled di johnnie to, city of violence di ryoo seung-wan, retribution di kurosawa kiyoshi.
un apprezzamento al programma milanese che permetteva di vedere di seguito: il film di montaggio su pasolini e salò di g. bertolucci (pasolini prossimo nostro, con la consueta straziante intensità di lucidità e intelligenza nella lunga intervista del 75) e il diavolo veste prada.

the frighteners

(sospesi nel tempo) di peter jackson l’ho visto proprio volentieri, non solo per peter jackson che era ancora «quello di creature del cielo», ma per michael j. fox che dieci anni dopo ritorno al futuro riesce almeno a tornare al presente (per poi sparire dal grande schermo, ma allora non si sapeva), e alla fine della storia di amanti assassini, agenti FBI squilibrati e ospedali abbandonati c’è uno di quei pezzi mainstream a cui ogni tanto mi devo abbarbicare come l’edera, don’t fear the reaper dei blue oyster cult in versione neozelandese, dei mutton bird.

brian eno

giovedì scorso alla milanesiana ha parlato di quando voleva essere pittore, e soprattutto di arte generativa («generative art refers to any art practice where the artist uses a system, such as a set of natural language rules, a computer program, a machine, or other procedural invention, which is set into motion with some degree of autonomy contributing to or resulting in a completed work of art», secondo philip galanter), dicendo alcune delle cose che dice qui, è stato spiritoso e insomma adorabile.
ho poi scoperto che a milano abbiamo da anni un convegno sull’arte generativa, e il giorno dopo sono coscienziosamente andata alla triennale a vedere un po’ dei 77 million paintings di eno. eno ha il potere di farti pensare che il mondo sia pieno di intelligenza e di bellezza, e che tutto ciò sia semplice nella sua complessità. brian eno, in generale, ha il potere di farti star bene, qualsiasi cosa lui faccia, e di stupirti senza egocentrismo. non dimentichiamo che tra le carte delle strategie oblique una dice «pensa alla radio», almeno nel mazzo tradotto in italiano da gammalibri. non dimentichiamo che vedere l’installazione place # 16 alla chiesa (sconsacrata) di san carpoforo, l’11 ottobre 86 quando non c’erano ancora i blog e neanche internet e se è per questo non avrei avuto un pc per altri 2 anni, mi rimase davvero molto impresso. e soprattutto che il capolavoro di brian eno sono i dischi in cui ha fatto il produttore, e magari anche la peculiarità di aver inventato un tipo di musica insensata da riprodurre su vinile ma perfetta per i cd e la musica digitale, allora inesistenti.
alla luce di tutto questo, gli si può pure perdonare di fare tanta pubblicità alla apple in un momento in cui l’azienda non è esattamente inattaccabile, e financo di essere amico di michel faber, che peraltro ha riscattato la sua lagnosa presenza in quel consesso dedicando la serata a syd barrett. è poi stato cancellato da un intervento fiume di stefano bartezzaghi, e devo dire che mi sarebbe piaciuto non dover linkare lessico e nuvole ma un suo sito personale dove possibilmente ritrovare il suddetto intervento e confrontare l’esperienza di lettura con quella veramente inquietante di sentirglielo leggere.
qui poi bisognerebbe parlare di rebus corporei e di fanny e alexander, se ce la fa d., che c’era, può lasciare un commento…

james mason

grazie ai machiavellici palinsesti dei canali satellitari, ieri sera mi ha perseguitato prima morendo per quasi tutta la durata del fuggitivo di carol reed – odd man out – come un predecessore del dead man di jarmush, in una belfast ricostruita in studio (ma mi dicono che il pub ricorda moltissimo il vero crown bar) che con l’avanzare della notte e della neve diventa sempre più metafisica, mentre i personaggi intorno a lui sono sempre più surreali e la salvezza sempre più lontana;
e poi, più vecchio, perseguitando paul newman alias agente mackintosh (ma in originale non si chiamava così) sempre in irlanda, nella repubblica stavolta. e morendo di nuovo, sempre per ferite da arma da fuoco.

con l’eccezione di porco rosso,

perché mi sono scordata che era mercoledì (e non ho mai trovato il dvd consigliato da s.), intendo tra oggi e domani recuperare, alla retrospettiva di milano, molto miyazaki perduto (purtroppo i film vecchi sono in beta): oggi totoro ed eventualmente nausicaa, domani kiki e principessa mononoke, oppure principessa mononoke e laputa, ora vediamo.

memoria e fotografia

«il ricordo è intermittente, ha dei vuoti […] ho un’idea che mi piace: nel sogno la memoria è cinematografica, le persone si muovono; nel ricordo da svegli la memoria è fotografica, procede per immagini fisse, da una meravigliosa immobilità definitiva».
(giulio bollati in intermittenze del ricordo. immagini di cultura italiana a cura di rosa tamborrino, edizioni fondazione torino musei; cit. in raffaele manica, scatti di una famiglia editoriale, «alias» 1.7.2006)

l’ex ospedale psichiatrico

paolo pini di milano, ad andarci solo di sera per gli spettacoli (come la lettura da elsa morante del teatro delle albe la settimana scorsa), resta un luogo misterioso, accogliente come un parco e inquietante come una struttura dismessa. questa volta si entrava nella ex mensa, un padiglione piastrellato che sa di muffa.
letto negli stessi giorni il racconto che dà il titolo a mandami a dire di pino roveredo.

poi ho anche visto constantine, che un po’ c’entra e un po’ no – se lo vedi fino alla fine aspettando le apparizioni di tilda swinton, vieni ricompensato dal lucifero («lou») dai piedi neri interpretato da peter stormare.