berlino: est

un paio di escursioni indette da p. verso est si sono risolte più che altro in una fitta esplorazione delle possibilità di coincidenza sui mezzi pubblici berlinesi, le cui traiettorie normalmente lineari erano variate da lavori in corso e interruzioni. così, più della destinazione abbiamo visto il tragitto, cosa che io a volte preferisco.

(appunto per la guida della clup: il gründerzeit museum di charlotte von mahlsdorf non è aperto da mercoledì a domenica, ma il mercoledì e la domenica. infatti sabato era chiuso.)

questa illustrazione invece viene dalla splendida guida di berlino del 1987 trovata all’humana di frankfurter tor (no, non m’interessa se non leggo il tedesco, non ve la do).

berlino: musica

come io abbia potuto non accorgermi che il 25 aprile mick harvey era in città, dopo tanta assidua consultazione dei siti appositi, resta un mistero (e non sarebbe stato forse meglio vederlo con lisa germano al babylon, invece che evenualmente il 18 a legnano, senza lisa germano? ohibò).
noi invece, com’è come non è, ci siamo trovati davanti a quei talentuosi minorenni dei blondelle (non ci credo assolutamente che hanno diciannove anni, è impossibile), e l’ambiente del magnet dava la piacevole illusione di scoprire qualcosa, un po’ come chi avesse conosciuto mick jagger alle medie, magari. e invece il chitarrista è il figlio di dave stewart! comunque sono molto più esagitati e spettinati che sul sito, meritano una qualche fiducia. (indagini successive hanno rivelato che il disco è bello e che suonano al plastic l’11 maggio.)

un altro mistero tipicamente berlinese è come possa kaminer continuare da anni a fare russendisko nell’inesausto divertimento generale, e prima di tutto suo.  io non ci credevo tanto, prima di vedere (e di zomparci sopra anch’io) la micropista del kaffee burger stipata all’inverosimile di ragazzone giovanissime e bionde e ragazzi gradevolmente imbranati, tutti impegnati a ballare ska russo come se fosse l’ultima occasione al mondo. 

terzo mistero: chi è pedro? com’è fatto?  perché abbandona il suo negozio aperto nel bel mezzo di un sabato pomeriggio? perché i vicini si mobilitano a cercarlo come se questi tre italiani fossero i primi aspiranti clienti da mesi? mah.
(a proposito di negozi di dischi, una segnalazione per la guida della clup: il palazzo della bergmannstrasse in cui suppongo si trovasse l’independent recordstore, segnalato a p. 348, è stato demolito.)

oggi sono stata alla fabbrica di cioccolato

fatti come:
dover prendere un pomeriggio di permesso per motivi familiar-burocratici
aver appena letto che le tavolette biologiche di green and blacks sono fatte dalla icam
hanno congiurato a evocare una falla spaziotemporale in cui, con le vesciche ai piedi causa scarpe quasi nuove, leggevo una notifica del tribunale in un luogo manzoniano mangiando del cioccolato con pezzetti di ginger. (il cioccolato fatto per gli inglesi è molto strano: l’assortimento nella busta dello spaccio prevede ingredienti come menta, butterscotch e mandorle caramellate, tutti da assaggiare per interesse scientifico.)

mentre langue

il progetto, emerso da un post di spider il cui link ho dovuto ricercare nella notte dei tempi, di visualizzare i miei percorsi di quindici anni passati (trascorsi, trapassati, morti, defunti) in questa città – come «livello» di una cartina oppure come diagramma astratto; vedo un po’ i percorsi come sentieri scavati, quale più quale meno profondo; ci sono problemi di rappresentazione e di tecnica – nel mentre, dicevo, raccolgo un po’ di materiali a tema.

blogging about maps: moon river

abstract di un seminario in programma in questi giorni presso il dipartimento di geografia dell’università di cambridge psychogeography in theory and practice (dr drew mulholland, glasgow caledonian university):

memory sleeps in the blood. Simply by wandering the streets a
range of emotional responses to the landscape can be triggered with the
sedimentary nature of our towns and cities permitting us on occasion to
glimpse the past through a series of clues. These can include old
shopfronts, street signs, anthropomorphic statues in fact anything that
can act as a conduit to the past. They are the signs and signifiers of
a historical continuum. Wandering gives you a very real sense of
separation, otherness even and with that you become invisible,
observing rather than participating. Could the mapping of memory be in
part facilitated by the personal mapping. Of the external? Based as it would be on experience. Personal cartography connecting the interior and exterior worlds. The past is another country?…..Here’s the map.

progetto di una london pedestrial routemap.

la cartografia come tema di un numero della rivista di poesia switched-on gutenberg

artisti che si occupano di mappe:
maggie mccormick
jeremy wood

berlino: storia

«mangiare» berlino non è stato facile, per me atavicamente ignara di lingua civiltà e cultura tedesca. non che abbia viaggiato molto, ma la mia passione per le metropoli si è costruita in anni di approcci a parigi e a londra, da lontano e da vicino, e in fondo se mi ritrovassi per la prima volta a manhattan un po’ mi orienterei, dopo averla assorbita per dosi omeopatiche a distanza da tanti anni.
berlino invece l’ho affrontata in pochi giorni partendo da scarni elementi di storia e storia del cinema,  studiando come una matta le guide, tappando almeno le più orrende falle letterarie, chiedendo pareri a destra e a manca e compulsando la cartina alla ricerca di un orientamento.

ma che cos’ho trovato, arrivando?
berlino d’inizio 900 e prima: poco, non solo perché c’è rimasto poco, ma perché, semplicemente, non mi è venuto da girare molto a ovest.
berlino dada nella collezione della berlinische galerie, con persino un piccolo video su hannah höch.
berlino di döblin sì, non solo per una casuale ma assidua frequentazione delle orme di franz biberkopf, ma perché una metropoli sarà sempre quel collage di testi e messaggi, e la si percorrerà a piedi per paura di perderne qualcuno, e alexanderplatz non è forse sconvolta dai lavori in corso oggi come nel 1928? (io spacco tutto, tu spacchi tutto, egli spacca tutto).

la moderna magia della sopraelevata funziona ancora e consente di collegare visivamente i pezzi della città, di scavalcarne le lacune, di scoprirne il retro; i grandi archi di ferro ospitano caffè e meravigliose librerie.
e metropolis ormai è a potsdamer platz.

berlino del muro: continuamente, perché abitavamo a due passi dal mauerpark e dunque è stato il primo e l’ultimo posto dove siamo andati e il tram passava sempre dalla bernauerstrasse; perché abbiamo mangiato il pollo in leuschnerdamm; perché abbiamo letto tutti i cartelli commemorativi e cercato la torre di guardia di treptow, e notato tutte quelle cose che non si possono spiegare altrimenti se non riconoscendo che il tal posto era «di qua», «di là» o tragicamente in mezzo (ché al di là del centro stretto, le terre di nessuno tendono evidentemente a restare tali).
e alla berlinische galerie, l’«assurdo diario berlinese» di vedova, 1964: le enormi tavole incernierate, barriere mobili, quinte di un dramma espressionista, ostacoli incombenti, anche se per sua dichiarazione l’inquietudine dell’artista era rivolta alla guerra (a quel punto storicizzabile), sembrano dire qualcosa di più contemporaneo.

berlino: aria

oggi mi hanno parlato delle nuove barriere alla stazione di cadorna, non ancora attive, ma pronte a far perdere i treni ai pendolari quando entreranno in vigore i biglietti elettronici, a quanto ho capito (non le ho ancora viste). e pertanto ho ripensato a berlino, dopo una faticosa settimana di ritorno al lavoro con concomitante inizio dell’allergia all’ambrosia e alcuni giorni di mal di testa fisso e pulsante nel collo o intorno all’occhio (ritorno del caldo? spm? disgusto per la scrivania? chissà). molto faticoso anche prendere la metropolitana a milano, specie la linea tre che è così profonda – tutto sempre in paragone a berlino, naturalmente.

ben magra consolazione essere, in un certo senso, in una piccola prenzlauerberg milanese: ora ho intuito da dove importiamo le mode: cose che qui albeggiano, per esempio certi curiosi negozi per dj che vendono sia dischi che magliette, o negozi di vestiti ma con oggetti bizzarri e bijoux in conto vendita, o la voga gothic-cute tra emily strange e il giappone, altrove sono voga conclamata, per tutti, in qualche modo non snob (anche se sull’opportunità di girare in folla vestite di rosso e nero, con parigine intonate, conservo le mie perplessità).

ma soprattutto mi pare forse d’aver capito la folgorazione berlinese di chi ci è stato da giovane, magari nei primissimi anni 90: ancora adesso tira aria di fermento e laboratorio sociale e culturale, e a tratti il contrasto tra il nero della storia e i colori di un’utopia quasi realizzata – di convivenza, di pragmatismo, di non rinuncia alla fantasia, di accesso a una vita urbana civile – è così pronunciato da essere commovente (o forse ero particolarmente stanca nel momento in cui, dopo essere stata delusa dall’east side gallery e aver fatto a piedi l’oberbaumbrücke, mi sono ritrovata per la prima volta a kreuzberg e mi hanno dato un tè biologico, e sono stata lì a osservare l’idillico via vai di bici, cani e gente che mangia per strada anche se piove un po’).

(continua)