ultimamente in treno

mi capitano cose bizzarre. stamattina, complice la giornata piovosa, all’edicola della stazione mi sono concessa un acquisto particolarmente voluttuario (e, confesso, blog-indotto).  salita in carrozza, dunque, sono sprofondata nella lettura di dampyr finché, verso la fine dell’albo – forse perché il treno si era fermato – ho alzato gli occhi. e invece del piatto familiare paesaggio che mi aspettavo ho visto una gola verde invasa da una nebbia spettrale e un fiume, in basso, sotto il ponte di ferro su cui il treno sostava.
– che era successo?
a.  mi ero addormentata e stavo sognando
b. il treno aveva cambiato inopinatamente percorso
c. avevo sbagliato treno.

scaletta mattutina e un quiz facilissimo

se oggidì mi ritrovassi a fare radio, trascriverei le liste migliori dell’ipod lasciato in «casuale – brani» e metà del lavoro sarebbe già fatto.

Onair

starlight da songs for drella
that new song di badly drawn boy
moving the river dei prefab sprout
low expectations di edwin collins
qui est in, qui est out di serge gainsbourg
paradiesseits degli einstuerzende neubauten

(a proposito, di chi è questa bocca? a me sembrava ovvio, ma pare non lo sia così tanto, dunque cimentatevi.)

i maximo park

sono di questi giovini del nord abbastanza fortunati da avere a disposizione tutta la musica inglese dai beatles al punk alla new wave, per scrivere i loro pop single. e una bella attitudine per il gioco dell’esprimere quel tanto di disperazione sublimabile nell’arco di una canzone. (il che per me è sufficiente a lasciarmi perseguitare da apply some pressure per tutto il fine settimana – conoscevo già the coast is always changing, ma mi aveva colpito meno.)

perché non sono vegetariana

mi scuso per il titolo pomposo alla bertrand russell, questa cosa che ogni post deve avere un titolo, per motivi d’archiviazione, mi fa impazzire.
comunque, penso d’averlo capito: razionalmente non avrei nulla in contrario, tant’è vero che di carne ne mangio pochissima.  però non sopporto di impormi da sola un divieto che diventi una norma assoluta (molto simile a quelle religiose che aborro), dal momento che sono ben lungi dall’averlo interiorizzato in modo che sia un comportamento spontaneo e non un’autoimposizione.  questo anche senza contare il trauma del distacco da una tradizione cultural-alimentare che valuto come positiva (per la verità, uno dei pochi casi in cui valuto una tradizione come positiva).
dunque, per ora il principio del piacere continuerà a prevalere ogni volta che mi si parerà dinanzi una fetta di salame buono – perché se è cattivo, invece, ovviamente va boicottato, e mangiarlo sì che sarebbe immorale.