– mentre aspettavo il metrò con il mio cerchio alla testa, hanno proiettato la pubblicità dell’enel con sunday morning. in treno l’ascolto casuale ha proposto sunday bloody sunday.
– ho 666 foto su flickr.
– mentre aspettavo il metrò con il mio cerchio alla testa, hanno proiettato la pubblicità dell’enel con sunday morning. in treno l’ascolto casuale ha proposto sunday bloody sunday.
– ho 666 foto su flickr.
al mi ami, fra tanti giovini amanti delle spillette? avevo bisogno di mezz’ora di socialismo tascabile. dopo gli skiantos e i cccp, il rock concettuale emiliano necessitava di un aggiornamento, e l’ha avuto. io a sentire gli offlagadiscopax mi commuovo, anche se l’esame di seconda elementare l’ho dato nel 1974 (ma ero avanti un anno), e non per indulgenza nostalgica – piuttosto forse perché, a dispetto di quelli che «ci hanno tolto davvero tutto», è giusto ricordarsi che ipotesi di convivenza basate sulla giustizia sociale una volta se ne facevano anche in italia, ecco. e tenersi il proprio strazio, e ballarlo, financo.
l’atmosfera al parco del pini era assai piacevole, e le novità indie italiane suppongo interessanti, ma è mancato il tempo di dedicare i padiglioni auricolari alle cuffiette a disposizione per l’ascolto (è finita che siamo tornati a casa con il cd di modern dance dei pere ubu).
sleeping in the stuffy upstairs rooms of shakespeare & co. in paris (lovely place in a great location, but by no means a great bookshop, this should be said).
oggi mi ha telefonato un cacciatore di teste. insomma, una società di selezione del personale è in possesso di una banca dati in cui c’è il mio nome. non so perché questo mi sconcerta assai. ciò non toglie che probabilmente passerò la serata a limare il curriculum: pur non avendo intenzione di cambiar lavoro. credo.
neutral milk hotel (grazie a un commentatore di qualche settimana fa per il suggerimento), two headed boy. devo dire che da un bel po’ non mi capitava di andare a cercare le parole di una canzone (o si capiscono o comunque non ci tengo più di tanto).
teorie su di che diamine parli questo pezzo?
sono in una fase di afasico quanto intenso apprezzamento del cinema americano degli anni 70. dopo dieci ore a una scrivania, sono stata su una spiaggia di malibu con elliott gould. the long goodbye.
non ho particolari apporti critici in questo momento – tra l’altro, se sugli anni 60 e gli 80 due idee in croce mi vengono, sui seventies faccio discretamente fatica, forse perché ne ho una nozione estremamente lacunosa – ma il gatto non sarà mica una citazione di colazione da tiffany?
parlano dell’identità nella massa, del persistere dell’unità nell’incommensurabile numero dei viventi e dei morti. chi può negarsi un frisson nel pensare, davanti al grande scaffale pieno di guide telefoniche di tutto il mondo (fine del secondo millennio circa): lì c’è anche il mio nome?
b. setaccia gli archivi, illumina le foto della sua collezione della rivista «détective», esplora la disarmante testimonianza della fototessera, della striscia di provini a contatto, la necessità e l’inutilità della memoria, il bianco e nero delle facce, ognuna ostinatamente diversa dall’altra. dice: conservare è inutile, se metto sotto vetro questo accendino, non è più un accendino.
(ultime notizie di christian boltanski, al pac di milano fino al 19 giugno, gratis il giovedì sera)
di via canova si vede, se ci si passa nel tardo pomeriggio, un camion con la cabina piena di rose. finte, immagino. devo controllare in altri orari. chiedere al fioraio? di fronte c’è un fruttivendolo-gioielliere, che esibisce anche alcune piantine di erbe aromatiche al traffico infernale di quell’incrocio. al di là dell’incrocio, il parco, dove i cagnetti del centro di milano possono fingere di avere una vita normale. just another manic monday.
suicide is painless (theme from m*a*s*h*). sì, sto un po’ abusando di acquisition, che però non mi dice chi la cantava in origine.
inutile la cover dei manic street preachers.