partecipo al gioco di società sui libri che si aggira per i weblog. credo di essere l’ultima, tutti l’hanno già fatto, quindi non chiederò a nessuno di rispondere a sua volta.
• qui si è già parlato parecchio di scaffali. dovendo fare una stima di quanti libri ho (non ci avevo mai pensato) ho copiato qualcun altro che aveva già risposto: contare il contenuto di un modulo di scaffale che si ripete e fare una moltiplicazione. non è che sia servito a molto, ci sono scaffali di forma diversa, libri di forma diversa. comunque saranno più di mille – milleduecento? i libri miei e di p. restano abbastanza separati (i suoi non li ho contati), ma con pochi doppioni. ce li prestiamo volentieri. ci sono parecchi libri che non ho ancora letto (stanno per terra). mancano un sacco di libri che ho letto (nei periodi in cui leggevo di più prendevo i libri in biblioteca). in linea di massima sono separati per genere o argomento (saggi vari, libri di cinema, libri di musica, libri di editoria, libri di teatro, poesia, narrativa – a sua volta divisa più o meno per nazionalità – gialli, libri illustrati, guide turistiche, libri di cucina, dizionari).
• anche quando cerco di non comprarne, di libri, salta sempre fuori un progetto di lettura imprescindibile, un libro che bisogna avere per consultazione, e persino qualche minima ed economicissima tentazione collezionistica. però credo di non aver più comprato nulla dopo alcuni volumi che mi mancavano della serie grandi città del mondo touring, un paio di settimane fa.
• sto leggendo: sillabari di parise l’ho quasi finito, leggendolo solo prima di dormire, i racconti hanno la misura giusta. come una medicina buona buona, due o tre racconti tutte le sere. sono quasi alla fine anche di last exit to brooklyn di hubert selby, che non va assolutamente letto prima di dormire. iniziati vari altri, ma averli iniziati non vuol dire che li sto leggendo.
• ultimamente – e stranamente – accolgo consigli sui libri; è un salvagente a cui aggrapparsi nel mare delle cose da leggere, che trovo sempre più inaffrontabile. anche dai weblog ne ho attinti parecchi, di spunti per portare in cima alla mia lista un libro (e leggerlo, addirittura). quanto a consigliare io, mi trovo in gravi difficoltà – ma siccome garnant, che mi ha passato il gioco di società, va in vacanza in russia, mi corre l’occhio qui a sinistra, allo scaffale di libri russi. sono quasi tutti di p., ce ne sono solo tre miei, che mi sento di suggerire (anche a chi non va in russia) nonostante la mia abissale ignoranza della letteratura slava in generale. scusate la traslitterazione, che diventa all’inglese dove non ho saputo mettere la pipetta.
leonid cypkin, estate a baden baden (letto per le buone recensioni)
michail kuraev, lo specchio di montachka (letto per caso)
sergej dovlatov, il parco di pushkin (letto perché consigliato da sedicinove – piaciuto molto anche a p., che ora non fa che leggere dovlatov ridendo ad alta voce).
Autore: alba
due agosto
questo vale sempre la pena di risentirlo.
mete: nel 1950 come oggi
land of the europlex
dopo aver a lungo rimandato l’esplorazione del nuovo multisala, 18 schermi dentro il centro commerciale, siamo stati attirati lì dentro dal film di romero. e (un po’ come nel film gli zombie sono mostri ma non cattivi quanto i cattivi vivi, e comunque non possono essere ignorati) gli indubbi vantaggi di un cinema dove si trova parcheggio, la coda è veloce, lo schermo grande e il sonoro impeccabile hanno reso difficile continuare a demonizzare la bizzarra cattedrale di viale sarca. esiste, occupa spazio, e la gente che cerca un posto dove andare ci va (anche se ciò significa passare un sabato sera di luglio ai tavolini di un locale finto messicano in un deserto improprio – guscio di marmo e plexiglas dove la cattiva musica echeggia sinistra).
ieri sera ho ascoltato le notizie
e aggiornato il computer (un bisogno di sicurezza forse? in effetti ero in arretrato di 3 security update).
scaricato il nuovo itunes, ho fatto un passettino nel magico mondo del podcast.
from london: not your usual bollocks, non l’ho certo scoperto io, ma mi è piaciuto molto.
you can’t get a sun tan on the moon
but i wouldn’t mind a holiday there.
nel 1969 ero al mare, mi dicono. ieri pomeriggio l’ipod ha suonato la canzone dei love and rockets. ieri sera ho ascoltato i racconti di briganti di alfonso santagata su un fazzoletto di prato urbano dall’inaspettato, fortissimo odore di menta, che al buio pareva di essere in lucania. mai vista una luna così a milano (quasi mai).
(alt. title: la luna del brigante)
la mappa di londra multietnica
del guardian, bellissima, pubblicata in allegato a internazionale di questa settimana, si può meno comodamente consultare qui.
(ma attenzione, al guardian propongono anche come articolo regalo cartine sotto forma di puzzle.)
grandi città del mondo,
la serie pubblicata dal touring club tra gli anni 60 e 70, ha nei primi tre volumi i disegni di orfeo tamburi. questo porta la didascalia «un ingresso alla sotterranea» (mi dispiace un po’, che non si dica più «sotterranea»).
sto ascoltando la musica nelle strade
allo scopo di far tornare in qualche modo la temperatura percepita vicino alla serata di sabato scorso, in cui les anarchistes hanno suonato a cassano d’adda circondati da un freddino che (complice anche, forse, un inconfessato sentimento «siamo tutti londinesi») induceva a nutrirsi di pesce fritto, patatine e birra. il disco è molto interessante, a dispetto – mio snobismo alquanto gratuito – della presenza di collaborazioni illustri e della ballad of sacco e vanzetti. a chi poi, come me, cercasse nei cd degli anarchistes più che altro tracce dei loro bellissimi concerti (non viceversa, ma non credo sia per forza una cosa riduttiva) va segnalato che sono qui immortalati a las barricadas e, finalmente, l’inno a oberdan.
la casa di a.
è nel settimo (dalla parte di boulevard saint-germain). insomma, si arriva lì, e dopo anni di ostelli fuori mano e sordidi alberghi vicino alla gare du nord ci si ritrova con tutto – musei, cinema del quartiere latino – raggiungibile a piedi, sempre. ha il suo bello: se c’è qualcosa di cui lamentarsi, è l’imbarazzo di essere circondati da tutti quei negozi di design italiano e lussi babilonici, quando ci si sentirebbe più a proprio agio in un mercato del ventesimo. è la sensazione di essere come una puntina da disegno piantata prevedibilmente sul metrò di rue du bac, tracciate due direttrici che andando, per dire, dalla tour eiffel alla bibliothèque, da montparnasse a montmartre si incontrerebbero proprio lì.
si ha un bel volersi sottrarre ai luoghi comuni, ma persino p., alieno da prevedibili sentimentalismi, si lascia scappar detto che «il métro ha odore di parigi» (perdonabile, lui perlomeno in gioventù si è esercitato al salto dei tornelli, mentre più disciplinatamente io al massimo collezionavo i biglietti gialli – ora sono viola). e non vogliamo forse prenderci qualcosa seduti alla terrasse di un caffè? in quei caffè no, non ce la faccio, pur passandoci davanti più volte al giorno, non so se per giusta repulsione o, in fondo, per negarmi qualcosa – mi merito forse di stare a casa di a.? no – ma del resto basta qualsiasi altro bar a causare il salasso di cifre improponibili per la terribile broda che sono diventati i café-crème montati a cappuccino, e dunque a far rinsavire qualsiasi aspirante parigino.
eppure si torna ad aspirare a qualcosa, quando dal divano del piccolissimo appartamento si vedono proprio quei tetti a incorniciare un quadrato di perfetto cielo di francia. quando si impara a tenere il passo sulla strettissima scala a chiocciola del vecchio palazzo, e a far scattare nel modo giusto la serratura del portone.
quando si impara quando e dove sono i mercati della zona, anche se ci si va sapendo di non poter comprare troppa frutta, perché in verità, per quanto si aspiri o addirittura si faccia finta, il frigo va tenuto sgombro: dopo qualche giorno si va via.
(illustrazioni di autore ignoto da le français langue 2, ghisetti & corvi 1979 – colorate a mano da una me stessa tredicenne)





