prestiti, furti e sparizioni

per partire dal frivolo: sabato scorso, mentre cercavo consolazione della ingiustificabile scomparsa del negozio monomarca di princesse tam-tam a monza con un’esplorazione al negozio lovable di milano, mi sono accorta che il marchio della rinnovata ditta mi ricorda un po’ i cuori di peter blake e un po’ il simbolo dei love & rockets (senza il razzo, naturalmente, che per un produttore di intimo femminile sarebbe stato di cattivo gusto.)

un’oretta più tardi mi apprestavo a rientrare a casa carica dei soliti articoli casalinghi con cui da queste parti si cerca di arginare l’accumulo e il disordine, quando mi sono accorta della sparizione della scatoletta simbiotica altrimenti detta aifon dalla tasca esterna della borsa, dove l’avevo riposta in un persistere di ottimismo estivo assolutamente fuori luogo in corso buenos aires (causa: furto con destrezza, come ha detto il carabiniere). anch’esso ottimismo si è dissipato come quasi tutti gli effetti positivi delle vacanze a qualche giorno dal rientro, grazie.
in memoriam di quanto ci stavamo divertendo insieme, ecco l’album dei ricordi.

di ritorno dai carabinieri ho avuto agio di constatare la scomparsa totale dei telefoni pubblici dalla stazione centrale. l’ho perlustrata sperando in un angolino non ristrutturato dove resistesse una delle cabine che si trovano ancora nei metrò, ma niente. in compenso ci sono negozi di tutte le compagnie telefoniche, così, metti che sbarchi in stazione uno straniero che ha bisogno di telefonare, si deve subito comprare una sim italiana, che fortuna.

ora torno a fustigarmi con il mio nuovo cellulare zte da ventinove euro in cui non riesco a importare i contatti (ehi, ma ha la radio fm!) e a preparare un piano di riscossa tecnologica autunnale.
in particolare, pensavo di insegnare a questi occhi lacrimosamente afflitti dal polline di ambrosia a leggere gli ebook.
ci sentiamo…

burke and hare di john landis

questa volta la vacanza ha comportato autostrade, traghetti, autogrill, partecipazione a movimenti di massa. ogni tanto va bene anche fare così, buttarsi nella mischia.
al ritorno a milano, dopo una giornata di lavatrici fatte cercando di non pensare che alla fine qualcosa si sarebbe anche dovuto stirare, l’impietoso termometro della cucina ci ha spinto verso l’utopia «cinema all’aperto=fresco» (mentre ovviamente la realtà è «cinema al chiuso=fresco»).
di john landis non vedevo alcunché da trent’anni a questa parte, credo. per la storia dei trafficanti di cadaveri di edimburgo dovevo fare un’eccezione, anche se il film si è rivelato poco più di un divertissement in costume, neanche troppo macabro, ravvivato (è proprio il caso di dire) dalla satira sull’arrivismo e l’egoismo di tutti i personaggi, condita di deliziosi anacronismi (la «lista degli invitati» al pub).
vorrei lamentarmi del fatto che tim curry ha una parte molto secondaria e sfido chiunque a riconoscere il cameo di christopher lee.
piacevole risentire sui titoli di coda i’m gonna be dei proclaimers (anno di grazia 1988) e anche scoprire ora via web che la band esiste tuttora.

poesia al libraccio (2)

di prévert avevo in casa solo un mesto tascabile guanda del 2000, ruffianamente intitolato poesie d’amore e libertà, che non riporta neppure di chi sia la traduzione.

direi che il volume anni 60 a cura di gian domenico giagni – meglio noto come autore rai,* era anche poeta (trovata online la prefazione con la sua chiave di lettura di prévert) – con l’«allestimento grafico» di carlo corritore costituisce un significativo miglioramento bibliografico.
antologia e traduzione sono diverse dal volume del 2000.

* inoltre: padre di gianfranco giagni, negli anni 80 regista con giandomenico curi dei primi videoclip italiani nonché del famigerato telefilm su valentina.

alice nel monolocale

antefatto: circa un mese fa ho messo da parte il fascicolo di casa più «il monolocale», 1974, con l’intento di fare qualche scansione.
fatto: poco dopo ho letto qua dell’alice illustrata da ralph steadman e me ne sono infatuata. su ebay c’era pure l’edizione dell’86 con alici+snark a un prezzo appetibile ma ho scordato l’asta, andata peraltro deserta. c’è però stata, come raramente accade nella vita ma come a volte accade nello shopping, una seconda occasione, e qui ho puntato l’ebay alert. per la cronaca, anche stavolta il libro lo volevo solo io; è arrivato ieri (o, diciamo, è tornato ieri: risulta stampato dalla new interlitho a milano).
perché siamo qui stasera: per ammirare una copia dell’alice di steadman nell’edizione italiana (milano libri 1967) mollemente adagiata sul tavolino di un monolocale del 1974, vicino a 3 pacchetti di marlboro.

getting over the 20th century (a luke haines update)

avevo un po' perso le tracce di luke haines, leader degli indimenticati auteurs, finché non ho letto che il suo volume autobiografico bad vibes. britpop and my part in his downfall era una lettura amena (e lo è – tipica scrittura britannica caustica e distaccata verso qualunque cosa, incluso l'autore; aneddoti da insider sulla scena inglese, ma anche capacità di sguardo più ampio sull'epoca 87-97; ora esce il secondo volume, post everything).
ho colto l'occasione per accostare al mio scaffalino di 3 album degli auteurs il primo disco dei black box recorder (trio dove non canta lui ma una ragazza), england made me – che nonostante la tipica influenza air da fine anni 90 si difende bene – nonché il recente album solista 21st century man.
sarò di parte, ma ne concludo che il mio coetaneo non delude le aspettative. potrei persino completarne lentamente la discografia, visto che mi mancano ancora 5 o 6 album.
faccio però fatica a immaginarmi che razza di libro sia questo: tim mitchell's truth and lies in murder park" (benben press) journeys into the mythology of the british singer-songwriter luke haines to conjure a fictional narrative with fragments of biography… mah.

una settimana di festival

 

una settimana fa, attirata dal kernel festival di musica elettronica e immagini digitali, lasciavo speranzosa la metropoli per andare a esplorare uno dei comuni dell’interland (il più infiltrato dalla camorra, dicono sempre alla radio).  bella la villona neoclassica che faceva da schermo alle proiezioni luminose, decisamente protagoniste (questa, per esempio, vista dal vivo non era affatto male) rispetto a esibizioni musicali non particolarmente memorabili – almeno fino a mezzanotte e mezzo, nella notte poi non so. quello che mi ha deluso è che il festival che doveva svolgersi «nella villa e nel parco» era invece confinato in un praticello delimitato da un lato dalla villa stessa e su tre lati da abominevoli transenne blu che, oltre a impedire di infrattarsi nei boschi come secondo me presuppone un festival di musica elettronica, toglievano completamente la visuale. niente da fare, la brianza ha colpito ancora (commento dei brianzoli stessi).

martedì 5 invece soltanto le zanzare del parco sempione hanno tentato di funestare il bellissimo concerto degli arcade fire, mentre l’arena pavesata di striscioni con l’assurdo titolo del milano jazzin’ festival tentava di accogliere l’ambizioso suono (che su disco rischia sempre il troppo pieno e a volte mi stufa) di una band che ha passione e idee da vendere. quanto ai gruppi spalla, ho sentito solo la coda dei cloud control e il concerto gradevole dei white lies, ma gli arcade fire sono un’altra categoria (nel lessico famigliare, la categoria «concertone»). ottimo stare un po’ lontani sulle gradinate di pietra esalante calore, in modo da vedere bene il palco con gli schermi per le proiezioni in alto, le 2 batterie e i componenti che passano da uno strumento all’altro. scaletta (+ crown of love, pezzo che non mi piace eseguito su richiesta di uno dei white lies):  non suonano certo ore – del resto, hanno fatto 3 dischi – ma la sequenza risulta intensa, con appropriato effetto catartico su rebellion, e ti dispiace veramente quando finisce. suggestione canadese, régine mi pareva vestita un po’ da pattinatrice, con un abitino corto di paillette oro e stivaletti bianchi (?).

ieri sera, cari che non siete venuti al concerto di lou reed, vi siete persi solo un concerto senile e noioso – irriconoscibile anche la voce del nostro, molto incerta. la band non è risultata coinvolgente neanche nei momenti migliori; nei peggiori, batteria dalle tentazioni progressive e violino che ancora un po’ ci suonava un minuetto di boccherini. nessuno più di me apprezza le esecuzioni poco ortodosse, ma qui non ha funzionato: quasi tutti i pezzi mi sono sembrati trascinati e allungati in esecuzioni assolutamente tediose.
ho apprezzato smalltown introdotta da un commosso (e/o un po’ brillo?) ricordo di warhol, ho tollerato venus in furs cercando di non pensare alle incendiarie esecuzioni caleiane, sto tentando di dimenticare la sequenza acustica di sunday morning e femme fatale, imbruttite e svuotate. la cover di mother di lennon l’ho trovata imbarazzante.
la scaletta la trovate sul sito degli esperti italiani, che evidentemente vivono in una dimensione parallela non solo a noi non esperti, ma anche agli intenditori amici miei (sono d’accordo solo sull’esecuzione di sweet jane, anche se, ripeto, non ero andata in cerca di consolanti esecuzioni di pezzi noti.)
la medicina, ovviamente, sarebbe partire per uno di questi luoghi ameni.

 

 

what is vintage in your book?

sarà che da qualche settimana non vado in libreria (a volte le librerie mi fanno paura) ma non avevo in mente la nuova collana di tascabili del gruppo rizzoli. a margine delle pertinenti critiche che ho letto oggi in merito, aggiungerei che il nome vintage potrebbe pure essere giustificato nel senso di libri «d’annata», magari non ancora «invecchiati» ma destinati a restare (poi dare un nome inglese a una collana di libri italiana a me fa ribrezzo, ma sarò io).

la lettera v, però, mi ricorda molto il logo che aveva negli anni 90 vintage, casa editrice inglese proprio di paperback (dei marchi letterari del gruppo random house).

(v per v, perché non chiamarla «vendetta», la collana)