dovrebbe essere il frutto del lathyrus clymenum, che nei siti italiani si chiama cicerchia porporina (ma pare che da noi non si raccolgano i baccelli). si presenta come una specie di lenticchia gialla sgusciata, non l’ho portata a casa perché 11 euro al sacchetto sono un po’ tantini anche per un legume raro.
ieri sera ho fatto l’insalata di lenticchie della cuoca petulante, buonissima, anche se di certo farla con le lenticchie in scatola sarà antimacrobiotico.
Autore: alba
l’ex ospedale psichiatrico
paolo pini di milano, ad andarci solo di sera per gli spettacoli (come la lettura da elsa morante del teatro delle albe la settimana scorsa), resta un luogo misterioso, accogliente come un parco e inquietante come una struttura dismessa. questa volta si entrava nella ex mensa, un padiglione piastrellato che sa di muffa.
letto negli stessi giorni il racconto che dà il titolo a mandami a dire di pino roveredo.
poi ho anche visto constantine, che un po’ c’entra e un po’ no – se lo vedi fino alla fine aspettando le apparizioni di tilda swinton, vieni ricompensato dal lucifero («lou») dai piedi neri interpretato da peter stormare.
nel meccanismo

stereotipato di strappare una settimana di ferie a un ufficio, precipitarsi in un’agenzia viaggi perché non si ha tempo di organizzare niente, procurarsi in cambio di mezza quattordicesima una settimana salubre in un posto dove il bel tempo sia sicuro e il viaggio breve (leggi isola greca con areoporto), resta tuttavia un margine di esotismo, almeno per chi non va mai da nessuna parte. non tanto o non solo per gli elementi tipici del luogo, apprezzabilissimi se riesci a schivare l’ardore con cui si cerca di attirarti nei ristoranti, ma per il curioso mondo chiamato «meta del turismo internazionale»: sulla più meridionale delle cicladi si trovano comunemente al supermarket i baked beans, e tipi di shortbread mai visti prima, mentre si incontrano serie difficoltà a farsi fare un caffè greco (fatto confermato dall’unico libro greco che ho trovato in casa e dunque ho portato in spiaggia: l’apprezzabile giallo difesa a zona di petros markaris). ti capita una sera di parlare di kaurismäki con una finlandese ubriaca – conversazione limitata purtroppo dal fatto che nessuna delle due sapeva i titoli dei film in inglese – in un posto dove ti regalano un irish coffee all’ora dell’aperitivo (questo spero non mi capiti più), e il giorno dopo di discorrere con una coppia tedesca dei tipi di origano spontaneo in grecia e in italia. la massaggiatrice cinese cui affidi il collo per mezz’ora si rivela abitante a milano in zona maciachini, e ti dà il numero di un cellulare italiano a cui sarà reperibile da ottobre, finita la stagione in spiaggia. l’adorabile e peraltro tranquilla spiaggia di neri ciottoli vulcanici è sorvolata da una ventina di charter al giorno, tra andate e ritorni, ma il grazioso nuovo museo archeologico non vende neanche una cartolina. bizzarro. sono anche stata due volte a creta, si può dire (breve scalo in ambedue le tratte): la seconda volta per fortuna c’è stato il tempo di mangiare una spinakopita.
torno

ed eccoci in quella stagione in cui il click pad ustiona il pollice, e il desiderio di un felino di spalmartisi addosso viene accolto con entusiasmo decisamente minore di prima.
mentre la lavatrice va, volevo avvisare chi stesse partendo per santorini sprovvedutamente, come me, che gli scavi di akrotiri sono chiusi al pubblico da un anno e fino a nuovo ordine, uffa. (là nessuno ti avvisa, forse perché la chiusura è dovuta a crollo di una tettoia con morte di visitatore.)
grasso bloglines
sto cercando di tagilare un po’ di feed, perché non c’è modo che io trovi il tempo per leggerne 134. sono arrivata a 122, ma assolutamente non possono essere più di 100, non ha senso…
parto
armata di scarpe con la para e disco nuovo dei primal scream per difendermi dall’ostile volo alle 7 di mattina da orio al serio. il lato positivo è che, all’ora in cui normalmente mi alzerei la domenica, domani dovrei ritrovarmi a santorini. (nuove del mio eritema solare non prima di domenica prossima.)
i romanzi di diego marani
potrei a buon diritto tenerli nello scaffale traduzione: quelli che ho letto, nuova grammatica finlandese (bompiani 2002) e l’interprete (bompiani 2004), sembrano esorcizzare i pericoli della professione dell’autore con le loro storie estremamente inquietanti sull’inconscio linguistico; nell’ultimo ci sono addirittura personaggi che vengono «parlati» non dico dalla lingua del capro ma da un idioma parimenti primordiale e pre-umano.
una lingua estranea iniettata nella nostra mente porta il contagio di suoni sconosciuti, la visione di mondi a noi incomprensibili, la vertigine di altre verità e il desiderio diabolico di possederne la conoscenza.
(l’assunto o artificio narrativo, allora, è che questo desiderio cui normalmente si indulge potrebbe essere molto molto pericoloso.)
un dubbio
in volver di almodovar, la borsa rossa di vuitton è da leggere come palesemente taroccata, cioè un dettaglio realistico rispetto all’ambientazione sociale, oppure come un particolare meravigliosamente sopra le righe come potrebbe essere nelle corde dell’autore? (in un film invece molto sobrio, senza esagerazioni, a parte l’intreccio e le tette di pc.)





