confortevole. per motivi più che altro logistici si è svolta senza illuminazioni e senza rischi, coccolando cose conosciute:
sottili schermaglie parigine nei film degli anziani (de oliveira e resnais),
cinema di genere orientale – exiled di johnnie to, city of violence di ryoo seung-wan, retribution di kurosawa kiyoshi.
un apprezzamento al programma milanese che permetteva di vedere di seguito: il film di montaggio su pasolini e salò di g. bertolucci (pasolini prossimo nostro, con la consueta straziante intensità di lucidità e intelligenza nella lunga intervista del 75) e il diavolo veste prada.
Autore: alba
film del fine settimana
schopenhauer di davide maderna,
neil young: heart of gold di jonathan demme,
half nelson di ryan fleck,
belle toujours di de oliveira,
l’étoile du soldat di cristophe de ponfilly.
strano martedì
passato lavorando a casa; non esco da più di 24 ore. il fine settimana sfruttato in ogni suo momento per uscire (dal bar del venerdì sera seguito da concerto dei tv on the radio, al sabato con sapore di festival e retorica rock all’idroscalo per international noise conspiracy, damned e stooges, alla domenica in montagna con sole glorioso e piatti valtellinesi) sembra – è – molto, molto lontano.
berlino: storia
«mangiare» berlino non è stato facile, per me atavicamente ignara di lingua civiltà e cultura tedesca. non che abbia viaggiato molto, ma la mia passione per le metropoli si è costruita in anni di approcci a parigi e a londra, da lontano e da vicino, e in fondo se mi ritrovassi per la prima volta a manhattan un po’ mi orienterei, dopo averla assorbita per dosi omeopatiche a distanza da tanti anni.
berlino invece l’ho affrontata in pochi giorni partendo da scarni elementi di storia e storia del cinema, studiando come una matta le guide, tappando almeno le più orrende falle letterarie, chiedendo pareri a destra e a manca e compulsando la cartina alla ricerca di un orientamento.
ma che cos’ho trovato, arrivando?
berlino d’inizio 900 e prima: poco, non solo perché c’è rimasto poco, ma perché, semplicemente, non mi è venuto da girare molto a ovest.
berlino dada nella collezione della berlinische galerie, con persino un piccolo video su hannah höch.
berlino di döblin sì, non solo per una casuale ma assidua frequentazione delle orme di franz biberkopf, ma perché una metropoli sarà sempre quel collage di testi e messaggi, e la si percorrerà a piedi per paura di perderne qualcuno, e alexanderplatz non è forse sconvolta dai lavori in corso oggi come nel 1928? (io spacco tutto, tu spacchi tutto, egli spacca tutto).
la moderna magia della sopraelevata funziona ancora e consente di collegare visivamente i pezzi della città, di scavalcarne le lacune, di scoprirne il retro; i grandi archi di ferro ospitano caffè e meravigliose librerie.
e metropolis ormai è a potsdamer platz.
berlino del muro: continuamente, perché abitavamo a due passi dal mauerpark e dunque è stato il primo e l’ultimo posto dove siamo andati e il tram passava sempre dalla bernauerstrasse; perché abbiamo mangiato il pollo in leuschnerdamm; perché abbiamo letto tutti i cartelli commemorativi e cercato la torre di guardia di treptow, e notato tutte quelle cose che non si possono spiegare altrimenti se non riconoscendo che il tal posto era «di qua», «di là» o tragicamente in mezzo (ché al di là del centro stretto, le terre di nessuno tendono evidentemente a restare tali).
e alla berlinische galerie, l’«assurdo diario berlinese» di vedova, 1964: le enormi tavole incernierate, barriere mobili, quinte di un dramma espressionista, ostacoli incombenti, anche se per sua dichiarazione l’inquietudine dell’artista era rivolta alla guerra (a quel
punto storicizzabile), sembrano dire qualcosa di più contemporaneo.
ma quanti sono gli abbecedari di gorey?
ne ho sottomano tre, dopo la mia trionfale (o rovinosa, dipende dai punti di vista: come si sa ho portato a casa questo) visita a modern graphics in oranienstrasse:
i famosi gashlycrumb tinies,
the glorious nosebleed (da the glorious nosebleed, fifth alphabet, ma perché quinto?),
the utter zoo alphabet.
berlino: aria
oggi mi hanno parlato delle nuove barriere alla stazione di cadorna, non ancora attive, ma pronte a far perdere i treni ai pendolari quando entreranno in vigore i biglietti elettronici, a quanto ho capito (non le ho ancora viste). e pertanto ho ripensato a berlino, dopo una faticosa settimana di ritorno al lavoro con concomitante inizio dell’allergia all’ambrosia e alcuni giorni di mal di testa fisso e pulsante nel collo o intorno all’occhio (ritorno del caldo? spm? disgusto per la scrivania? chissà). molto faticoso anche prendere la metropolitana a milano, specie la linea tre che è così profonda – tutto sempre in paragone a berlino, naturalmente.
ben magra consolazione essere, in un certo senso, in una piccola prenzlauerberg milanese: ora ho intuito da dove importiamo le mode: cose che qui albeggiano, per esempio certi curiosi negozi per dj che vendono sia dischi che magliette, o negozi di vestiti ma con oggetti bizzarri e bijoux in conto vendita, o la voga gothic-cute tra emily strange e il giappone, altrove sono voga conclamata, per tutti, in qualche modo non snob (anche se sull’opportunità di girare in folla vestite di rosso e nero, con parigine intonate, conservo le mie perplessità).
ma soprattutto mi pare forse d’aver capito la folgorazione berlinese di chi ci è stato da giovane, magari nei primissimi anni 90: ancora adesso tira aria di fermento e laboratorio sociale e culturale, e a tratti il contrasto tra il nero della storia e i colori di un’utopia quasi realizzata – di convivenza, di pragmatismo, di non rinuncia alla fantasia, di accesso a una vita urbana civile – è così pronunciato da essere commovente (o forse ero particolarmente stanca nel momento in cui, dopo essere stata delusa dall’east side gallery e aver fatto a piedi l’oberbaumbrücke, mi sono ritrovata per la prima volta a kreuzberg e mi hanno dato un tè biologico, e sono stata lì a osservare l’idillico via vai di bici, cani e gente che mangia per strada anche se piove un po’).
(continua)
swoon
leggendo un vecchio numero di swindle mi sono appassionata alle xilografie e cutout a destinazione stradale di swoon.
altre immagini su flickr, obvious diversion, lex’s folly, visualresistance.org. eccetera.
street art blog del wooster collective.
piuttosto vero
«because jazz music is a thing that, as few things do, makes you feel really at home in the world here, as if it’s an ok notion to be born a human animal, or so.»
(colin macinnes, absolute beginners)
dallo shopping berlinese
indispensabili generi di conforto per il primo giorno in ufficio: vintage bag and skirt from belly button (stargarderstrasse); colin macinnes book, che volevo leggere da tantissimo, dal bookworm paradise east of eden.
(altre frivolezze assortite su flickr, post seri quando mi riprendo dalla depressione impiegatizia, oppure mi ci arrendo.)
notti fresche in città
oppressa dal peso peloso di un felino appiccicoso, l’altra notte ho fatto un brutto sogno di lavoro e stanotte mi sono aggirata in una berlino di fantasia cercando di ricordare l’ortografia dei toponimi. adesso vado per qualche giorno in montagna, dove fa ancora più fresco ma non ci sono gatti. causa altitudine, di solito si fanno sogni in technicolor.
