non ricordo più che film fosse, sicuramente innocuo, certo niente a che fare con diamanda galas: vera sirena omerica, assordante, primordiale, ipnotica (ma a volte ironica), vestita dei suoi capelli.
in piazza a bologna, quest’estate, non l’abbiamo trovata, ma all’auditorium di milano ha avuto un pubblico da diva, osannante fino al secondo sospirato bis.
guilty guilty guilty.
supplica a mia madre.
Autore: alba
visti nello stesso giorno
the killers di siodmak
il video di tim burton per i killers, bones (youtube).
andres serrano al pac di milano

dati salienti:
i titoli di serrano sembrano canzoni rock. black mary in realtà non c’era, ma non ho trovato una buona riproduzione intera di black supper. parecchie immagini della mostra qui.
c’è gente che porta i bambini (quanto siano piccoli non mi pare rilevante) a vedere la mostra di serrano con le immagini inedite di morgue. mah.
(visto domenica scorsa, molto adatto dopo la fin troppo confortevole mattina passata a sentire steve swallow alla rassegna del manzoni. lì, ecco un fenomeno milanese: se il concerto comincia a prolungarsi dopo mezzogiorno, molta gente si alza e se ne va.)
città (di vetro)
paolo ventura
giovedì: prima gita (serale) al nuovo centro per la fotografia di milano, forma, per la mostra di paolo ventura (forse meglio vedere le immagini, con le didascalie, sul sito della galleria hasted hunt, dove c’è anche un articolo interessante).
forse la cosa più peculiare di questi inquietanti quadri del tempo di guerra ricostruiti con le bambole è l’apparentare le memorie belliche ai ricordi d’infanzia: il fotografo appartiene alla generazione di chi l’ha guerra l’ha sentita raccontare, da piccolo, dai genitori o dai nonni. questa neve fatta di farina è quella di tanti libri, film, aneddoti che anch’io ho in mente (ma non diminuisce la drammaticità di ciò a cui si allude).
forma è un posto civile, raccolto, sobrio in una piazza con dei bellissimi platani. ha una terrazza da cui si può guardare dentro il deposito dei tram di via custodi, e sull’angolo opposto della via c’è un bar con il bersò. fino a domani ospita anche la mostra di martin parr vista qui.
lettura parallela, casualmente appropriata: suite française di irène némirovsky.
milanesità deprimente
oltre ad aver visto a casa nostra di francesca comencini sto cercando di leggere il crollo delle aspettative di doninelli, ma è durissima.
i frequenti freeze di firefox 2.0
sui mac intel sembrano dovuti alla google toolbar. l’ho disinstallata, e in effetti il problema pare risolto.
(io poi veramente preferivo opera, che però non vede alcuni comandi di typepad.)
finalmente fa abbastanza freddo
per un post sul capo d’abbigliamento più collezionabile in mancanza di spazio: i guanti.
rivedendo sciarada mi sono accorta che audrey hepburn porta sempre guanti di pelle: beige….


neri, che perlomeno riscattano il bon ton, diciamolo, quasi insopportabile di queste mises givenchy (tocco spiritoso: il cappellino leopardato; tocco d’epoca che ormai fa un po’ senso: la borsetta di coccodrillo).


bianchi, con il completino da sera nero e quello da educanda blu.


colpo di fortuna: ieri ne ho trovati un paio quasi uguali (un po’ più ghiaccio che bianchi, d’epoca ma nuovi), della lunghezza giusta per andar bene con la giacchetta dalle maniche a tre quarti della prozia.
chi li volesse ancora più lunghi può iscriversi al concorso di lily of the valley.
song of the day
back to black di amy whinehouse, sentita su lessons from things.
i quaderni inutilizzati
residui scolastici, regali, incauti acquisti, merchandising museale: tutti intonsi, sono usciti dalle tre scatole che li ospitano per 15 secondi di fama su flickr.
non che non vengano usati in assoluto, ma restano sempre troppi. alcuni sono già teoricamente assegnati a progetti che non partono mai.




