posterismo

1930, manifesto di Roberto Martinez Baldrich

visto definire così il collezionismo di affiches in un negozio di siviglia.
per non collezionisti, ci sono le cartoline dei manifesti della feria de abril: in rete se ne possono vedere un po’ qui o qua (quelli di flamenco, non quelli di tori).
la cosa bizzarra è che i manifesti spagnoli degli anni 50-60 sembrano più vecchi.

mark lewis

visto al centro andaluz de arte contemporáneo di siviglia, dev’essere la stessa mostra di londra.
notizie su di lui: per esempio qua .
il progetto haygate estate.
cose salienti: è canadese; fa brevi film in 35mm (poi riversati in hd per la videoproiezione nei musei), lavora sulla durata e sui movimenti dello sguardo.  insegna al central saint martins college of art and design di londra.  che i suoi film stiano nelle gallerie d’arte è molto appropriato, è come vedere un quadro che con estremo rigore si anima o impercettibilmente si sposta.
mi sembra un lavoro interessante, proprio cinema sperimentale, non equivoca «videoarte» (forma ibrida che spesso mi dice poco, magari per scarsa attenzione al mezzo e la bruttezza non voluta delle immagini).

le arance di siviglia

in questa stagione, la cosa più abbagliante delle città andaluse sono gli alberi stracarichi di arance mature.
una breve ricerca rivela che quelle di siviglia sono le arance amare espressamente richieste dalla marmalade britannica e che la raccolta avviene a cura dell’amministrazione cittadina, ma che attualmente quasi tutta la produzione va al macero, anche perché sempre più sospetta a causa del traffico cittadino. sigh.

(però restano bellissime, e non parliamo dei rosmarini fioriti e della menta fiorita visti sul sacromonte di granada la vigilia di natale.)

con la moda degli anni 60

non stiamo un pochino esagerando? (e se lo dico io.)

comunque, fortunate ragazze che affollate i punti vendita delle catene spagnole e svedesi, fate incetta di abiti di taffetà e tubini di tweed, che poi i vestiti interi rischiano di passare di moda per altri quarant’anni, insieme ai cappottini doppiopetto e agli stivali di vernice.
quanto alle stampe rétro, dopo la stucchevole concentrazione estiva tale da far venire il mal di mare a entrare in un negozio, la saturazione arriverà con la collezione marimekko per h&m la primavera prossima.

(tutto ciò è divertente, ma dà anche quel sottile senso di svuotamento – un sentimento probabilmente poco democratico – di quando le cose che hai dovuto faticosamente cercare prima di farle tue diventano ampiamente disponibili.)

con i film sugli anni 60

non stiamo un pochino esagerando? (e se lo dico io.)

comunque ringrazio per l’abbondanza di across the universe, puro rapimento visivo, irresistibile anche se in fondo voleva solo dirti che le canzoni dei beatles sono sempre belle ieri e oggi e in qualsiasi condimento, che la gioventù è una gran bella cosa, che i 60s erano un periodo eccitante (più al greenwich village che a liverpool peraltro). ma del resto, perché non lasciarselo dire da julie taymor, lei c’era e ha pure lavorato con bread and puppet.
mixed reviews

di factory girl si possono solo guardare i vestiti (pare
ricostruiti o ritrovati con cura filologica); è imbarazzante quanto la
protagonista risulti poco carismatica, a dispetto di ciò che viene
ripetuto dall’inizio alla fine del film, la solita banale ricostruzione
di ascesa e caduta di un personaggio di culto, superficialissima e
stravista. (Say what you will about Andy Warhol’s movies —
they may have been boring, but at least they weren’t as dull as as
“Factory Girl”
)

il mio preferito, pur nella sua voluta bizzarria, forse resta i’m not there. dovrei rivederlo.
(certo è proprio un gemello di across the universe, comprese citazioni di spettacolo circense – bizzarro, che siano stati girati quasi contemporaneamente.)