alle inchieste del commissario sanantonio (ne ho incontrato una bancarella intera, ma mi sono limitata a due).
non avevo idea che fossero un tale contenitore di funambolismo verbale (che stranamente mi ricorda un po’ il vecchio topolino), complimenti ai traduttori.
Autore: alba
o santo cielo
nel salotto di jonathan richman
sconcertante, questa primavera di icone anni settanta che scorrazzano per milano (tom verlaine prima, e lunedì c’è richard thompson, mi raccomando).
jonathan richman si è piazzato al piano nobile della casa 139 (martedì 6) a fare il suo delizioso spettacolo la cui componente cabarettistica, nello spazio ristretto, ha preso del tutto il sopravvento: complice il pubblico italiano sempre tendenzialmente caciarone (absit iniuria, nella mia esperienza è un dato di fatto) e il continuo battere le mani tutti insieme, si sono un po’ perse le tracce del coté malinconico a noi più caro nell’opera richmaniana. (una canzone doveva partire a richiesta, e per uno che gridava hospital ce n’erano 10 a invocare ice cream man, che per di più è stata eseguita quasi tutta in italiano e parlava di uno spaventoso gelataio con i baffi.)
poi, per l’appunto, c’è il fatto della lingua: adorabile lo stralunato – ma non privo di competenza, tutt’altro – plurilinguismo richmaniano, evidentemente rinfocolato dalla cena a base di pizza, però fare metà concerto in italiano non rischia di semplificare un po’ troppo? (così, tanto per rompere.)
l’omino con il viso da anziano clown, gli occhi spiritati che ti fissano inquisitori e le mani tozze agillissime sulla chitarra, the man who made the silly things serious and the serious things seem silly, si accompagna ancora al batterista tommy larkins come in tutti pazzi per mary, lui pure invecchiato benissimo, complimenti. il loro show accuratamente lo-fi, stilosissimo eppure così amichevole, è da non perdere (magari la prossima volta facciamo a casa mia, così cantiamo le canzoni tristi e quelle più rock, visto che con ballate e pezzi comici siamo in pari.)
«in aereo
non si viaggia, si viene spediti, come un pacco.»
karen blixen
il giro mattutino con l’anpi
per il quartiere isola, benché frettoloso (c’erano da posare ben 19 corone, non un discorso né la possibilità di fare la tessera dell’anpi, solo una formalità per gli habitué, mi è parso), si è rivelato illuminante per «collegare i punti» delle lapidi viste tante volte per strada, e passando dall’una all’altra si visitavano tutti i siti dei cantieri nuovi – l’abisso tra la città del ’44 e la città di oggi manifestava le sue ombre pur sotto il sole piatto di questa mattina di bel tempo, veniva voglia di fare ricerche, di entrare nel dettaglio. il 25 aprile mi sembra sempre una delle cose migliori dello stare a milano.
probably true
«it is what you read when you don’t have to that determines what you will be when you can’t help it.»
oscar wilde
einstürzende neubauten all’alcatraz 10.4
visto spesso dal vivo con i badseeds, finora mai nel suo gruppo, blixa bargeld con questo taglio di capelli, le guanciotte e l’abito scuro mi pare una sacerdotessa dada, un custode dello spirito delle avanguardie del novecento, e gli oggetti industriali da percuotere sono altrettanti oggetti di scena; bello il palco con i lampadari rossi, sembra più di essere a teatro che a un concerto (lo conferma il penultimo bis, un’improvvisazione sulla base di istruzioni pescate da un sacchetto).
avevo avuto il buonsenso di non aspettarmi un concerto «pesante», dunque mi è piaciuto, nonostante siano rari i momenti in cui diventa davvero possente. prevalgono le ballate, e il buonumore. tuttavia alexander hacke è un vero rocker e suda tantissimo. tutto fila via, ecco, liscio.
di gente ce n’era, compresi alcuni giovani goth del terzo millennio. i giovani tra l’altro fumano, e io per non farmi notare non mi sono lamentata. alcuni giovani pure chiacchierano durante il concerto, e lì non mi sono lamentata perché le più vicine a me erano due signorine che parlavano piuttosto appropriatamente tedesco. il merchandising come al solito va a ruba, tant’è che il giorno seguente, entrando da h&m, ho incrociato una ragazza con la mia stessa t-shirt.
(l’esperto si è preso la registrazione del concerto, nonostante avesse fatto lo stesso anche due anni fa – io ormai so che uso di più la maglietta.)
ho visto tom verlaine
e mi è sembrato uno spettro, alto e massiccio ma un po' informe, i vestiti neri ma sbiaditi, i capelli incolori, il viso diafano con il nasino all'insù e le palpebre livide, le iridi azzurrissime appena intraviste perché quando alza gli occhi nel cantare guarda in alto a destra mostrando solo il bianco. la musica della collaborazione con con jimmy rip è liquida, io la chiamo musica delle praterie. le canzoni sono belle, la maggior parte non le conosco, ma ho sentito una versione lunga di words from the front. nella voce c'è ancora quel singhiozzo un po' straziato.
io e tom verlaine abbiamo lo stesso compleanno, e solo 18 anni di differenza.
all in all, tuttavia, un concerto per maniaci della chitarra – 7 aprile, milano, musicdrome (è il transilvania senza più le pietre tombali, peccato).
poi ho visto into the wild e non è un paese per vecchi, altri spazi americani. tom verlaine almeno ha la chitarra e non il fucile. poi leggo american gods. finora anche shadow è disarmato.
collaborative mapping
un simpatico ex libris
quello di edward penfield
(sempre via confessions of a bookplate junkie)