per l’amica che, tornata dal weekend a londra, mi racconta di essere incappata in un concerto dei fall proprio la sera prima di ripartire… io mai visti, i fall. però mi è successa una cosa analoga, qualche anno fa: scendere dall’aereo, aprire il giornale e scoprire che quella sera lì c’erano i legendary pink dots a camden. son cose che ti illudono di essere baciato dalla fortuna (se ami i lpd). in realtà, se ti capita si spiega in due modi: 1. ti piacciono un sacco di gruppi, anche poco destinati a riempire gli stadi; 2. a londra ci sono proprio TANTI concerti.
Autore: alba
filastrocche come vengono
I thought I’d found a way
of keeping it at bay
but ’twas the warmth of summer
that made it go away.
filastrocche come vengono
boxes and spools all over your pockets
waiting for words to use them as lockets
singing the music you love to have near
looking for frames to keep your mind clear:
let them remind you your eyes have to rest
your fingers should sleep, drop every nonsense
the dreams you record on reels and by heart
can bring you the wings you’d want for a start
mi permetto questo lusso:
prendo nota di aver visto dogville, kill bill I, matrix revolutions (in ordine non cronologico ma di inutilità, crescente), però evito di perder tempo ad argomentare perché non mi siano piaciuti, che sarebbe un’excusatio non petita. e poi ho sempre pensato che fosse più utile cercare di spiegare perché le cose mi piacciono (è proprio una teoria critica): allora sì che magari viene alla luce qualche idea, sennò, il più delle volte, è polemica. la visione di codesti film, infatti, sarà utilissima per sarcastiche tenzoni verbali con chi accenni ingenui apprezzamenti in mia presenza. (come, nessuno?)
gli piacciono i british sea power
e non se ne vergogna! c’è un’altra cosa che ho in comune con questo andrew (no, non vivo a brooklyn): non avrei alcuna difficoltà a scrivere un articolo dal titolo plants i have killed.
lost in translation
è un po’ dove mi trovo sempre io, senza bisogno di un viaggio in giappone. tant’è vero che sono stata accusata di voler vedere il film solo per il titolo. mica vero. e la cotta per il giardino delle vergini suicide? e bill murray, già protagonista del geniale ricomincio da capo, per gli amici il giorno della marmotta (groundhog day, questo sì perso nella traduzione)? e tokyo? tutti ottimi motivi, mi pare. il giornale, per attribuire un genere al film, diceva «sentimentale». avrebbe potuto dire «commedia sentimentale», ma ancora non ci siamo. perché è un film libero dagli stereotipi, sia di sceneggiatura che visivi. i personaggi sembrano addirittura persone… raro, no? bello, insomma. mi rimane il dubbio, però, di essermi lasciata influenzare dalla colonna sonora (volentieri, peraltro: volentieri). come contromisura, dovrei provare a vedere un film brutto con jesus and mary chain sul finale: mi sembrerebbe davvero brutto? sexy, in un suo tenero modo casalingo, la scena del karaoke in cui lei fa chrissie hynde, controbilanciata dall’esibizione di lui come brian ferry… sono scoppiata a ridere così forte da destare scandalo in sala. comunque aspetto da y. un parere su che effetto fa questo film a un giapponese.
5 nuovi racconti di antonia byatt
escono raccolti nel volume little black book of stories. Questa recensione assai accattivante è di ali smith, la scrittrice scozzese di hotel world, un libro dalla fuorviante copertina rosa-smalto-per-le-unghie che avevo letto volentieri per lo stile (anche se i romanzi di storie singole che poi risultano intrecciate non sono proprio i miei preferiti).
di a. byatt ho letto possessione, la vergine nel giardino, still life, la torre di babele, il fiato dei draghi e angels and insects (due racconti lunghi che forse dovrei rileggere perché non mi ricordo nulla). the biographer’s tale giace da anni in una pila di libri in attesa del «momento giusto», ma la signora non dà tregua, e continuano anche le traduzioni italiane (di solito di anna nadotti per einaudi). in fondo negli ultimi anni è tra gli autori che ho letto più assiduamente. una fedeltà che non è mia abitudine, soprattutto verso chi scrive tanto, ed è così presente anche sui giornali. credo che a.b. di recente abbia addirittura trovato il tempo di recensire harry potter.
stepford
sul new york times ira levin commenta il successo del titolo del suo romanzo the stepford wives (la fabbrica delle mogli, garzanti 1977) per indicare personaggi di una perfezione meccanica e stereotipata: ormai stepford è entrato nel vocabolario come aggettivo, non solo per mogli ma anche per mariti o altre cose. levin coglie anche l’occasione per auspicare che il prossimo remake del film sia più… aderente – nei costumi delle signore – al libro.
I’ve been chasing ghosts, and I don’t like it
è uno dei frammenti di canzone che, per la combinazione unica di testo, musica o chissà, tengo appiccicati in testa come francobolli su una lettera già spedita. ce ne sono altri, ovviamente. se opportunamente brevi, si prestano tutti a fare da titolo a un blog (happy when it rains, per esempio: mi sentirei di regalarlo, solo a referenziatissimi).
dying on the vine è la mia canzone preferita di john cale. john cale non l’ha suonata nel concerto del 17 novembre. sarebbe scorretto dedurne che quel concerto mi è piaciuto meno di altri? e che per questo ho tardato a cata(b)log(g)arlo (accumulando anche un piccolo senso di colpa in merito)? forse, o forse no. fatto sta che l’impressione residua dell’evento si può chiarire con un confronto tra il biglietto caleiano del 1997 e quello del 2003. ecco, l’effetto è un po’ quello lì.


peraltro, johnny (con questo improbabile vezzeggiativo – se non addirittura giovanni, forse per citare un pezzo dell’ultimo disco – lo chiamavano due vicini di sotto-il-palco: credo fosse per questo che lui rifuggiva ostinatamente dal guardare il pubblico) ha sempre il suo splendido vocione, ha deliziato gli astanti esibendosi in venus in furs (fa un certo effetto sentir cantare quel I am tired, I am weary da uno sopra i 60: aggiunge qualcosa, credo), e i pezzi nuovi li ha suonati con un’incisività che poi mi ha fatto ascoltare hobo sapiens con interesse maggiore (per adesso, però, l’unica canzone alla sua altezza mi pare magritte). la band era simpatica. lui in forma, benché un po’ riservato. quei pezzi in cui imbraccia la chitarra acustica, sempre belli. e allora, cosa? gli anni passano, ecco cosa.
bizzarro, il filo conduttore degli ultimi concerti visti: over 50 (anni) e/o under 300 (persone)… dai wire (la cosa più punk, meno fronzoli da un bel po’ di tempo in qua) a I am kloot (mirabile sintesi di cinismo e calore). E cale, che di certo ha avuto più soldi (e più vanità) dei wire per curarsi denti, salute e guardaroba.
brick red
