stasera abbiamo incontrato un gruppo di conoscenti che affrontavano una spedizione fuori città per andare a mangiare il bollito.
Autore: alba
autunno
ci siamo. oggi mi sono alzata e invece del limpido dei giorni scorsi ho trovato il vero cielo milanese, grigio e bianco. ho riempito la lavatrice, ho messo su songs the lord thought us dei cramps e ho fatto il caffè brodoso.
poi sono corsa a recuperare questa immagine che il Giardiniere mi ha mandato («per me è un origami, è un fiore, un nido, è un uccello che vuole prendere il volo, è un dono di carta crespa, è quello che resta dopo il raccolto») a illustrazione dei versi di rilke pubblicati da stefano qualche giorno fa.

e poi questa mia, frutto di una preziosa gita settembrina.
non potevo aspettare lunedì.

photo friday: speed
a ognuno i ricordi che si merita
tibet dal sito durtro:
This is 28 IX 2004; I am sick with a cold and drinking Italian chardonnay wine and am delirious. My cats are my HALO. I was reminiscing about how often I went to see Adam and the Ants in their early years and talked with myself a lot about it all. They were amazing. Adam Ant was the best man at the marriage of Nick Saloman (Bevis Frond) as they went to school together; I believe Adam also suggested the name Bevis Frond to Nick. At one point in the late 80s Rose McDowall, Douglas P. and myself were planning a group consisting of us three called STRAWBERRY DEATH CURRENT, which must be one of my favourite names ever… I don’t believe any recordings were ever made however. I miss punk rainbow beauty.
annunci
1. se qualcuno ha la scaletta del concerto del 25 a to, per piacere me la mandi;
2. tu che sei arrivato ieri cercando autografo+current+93: se ripassi, due righe di che corrispondono alla chiave di ricerca le trovi qui.
una ben strana situazione, quella in cui si è trovato pi sabato scorso, costretto più o meno amabilmente a trasportare me e d. fino a questo piccolissimo teatro torinese pieno di gotici in alta uniforme che si apprestavano ad assistere a un concerto, be’, decisamente fricchettone (t. adesso ha i capelli lunghi, tutti ricciolini, e non c’era l’ombra di uno strumento a percussione nel raggio di chilometri).
poi davanti a una birra si è cercato di elaborare perché mai fosse importante esser stati lì (cosa molto istruttiva, andare a un concerto con uno che «non c’entra»: ti costringe a pensare), e dal canto mio anche cos’è che ti fa ritrovare in lacrime alla seconda canzone. per fortuna avevamo con noi lo psicologo ufficiale dell’alt.industrial.noise.whatever.
punti notevoli:
– bisogna vedere t. sul palco per capire come mai nella sua musica sono rimasti solo tre o quattro – pallosi? – strumenti acustici. perché da come si muove, è evidente che tutto il resto (ma proprio tutto, dai rumoracci di stapleton alle campane tibetane) lui ce l’ha in testa. c’è, ma non si vede, e se non ti concentri quanto lui, non si sente.
– ma era davvero una boccia di vino da cui ha bevuto per tutto il tempo? (alla luce del paragrafo riportato all’inizio, sì.) sarà la pratica yoga che gli consente di non crollare sul palco causa disidratazione?
– anomalia della performance. qui c’è uno il cui scopo è arrivare a un certo stato (un concerto psichedelico, etimologicamente). all’inizio non è assolutamente rivolto al pubblico. solo verso la fine si rilassa un po’, commenta, parla. poi che pezzi fa – a differenza non dico di un normale concerto rock, ma anche di un concerto dei dij – non è nemmeno molto importante. credo che siano in pochissimi, nell’ambito del microdivismo, a dimostrare estraneità alla sua logica (nei concerti, dico, che per i dischi invece anche qui non c’è limite… alle edizioni limitate).
poi io ho detto: «il fatto è che canta come se il mondo dovesse finire domani» (devo averlo capito lì, ma sul serio, dopo più di quindici anni che si parla di «folk apocalittico»), e sono andata in bagno.
filastrocche come vengono
weeks run towards their end
like they knew where they’re going
(i’m stuck with socks to mend.)
dieci libri che…
il caso vuole che abbia appena parlato al telefono con l’amico su richiesta del quale, perlomeno dieci anni fa (termine ante quem) scrissi un elenco di dieci libri che avessero fatto qualcosa al mio cervello. credo che l’idea fosse di stenderlo in tre o quattro persone, poi vedersi e parlarne, cosa che a quanto mi ricordo non è mai avvenuta.
visto che di recente mi è capitato in mano, lo ricopio tal quale.
l.m. alcott, piccole donne
philip norman, shout
gadda, la cognizione del dolore
camus, la morte felice
casetti, dentro lo sguardo
pessoa, il libro dell’inquietudine
bachmann, malina
böll, opinioni di un clown
melville, moby dick
contini, letteratura italiana dalle origini al 400
montale, le occasioni
ci sono: il primo libro avuto in regalo e letto per intero all’età di sei anni, riletto in seguito almeno sedici volte; un libro a cui già accennavo qui; un libro di cui non possiedo una copia e di cui non mi ricordo nulla, a differenza di altri dello stesso autore; due libri dell’università, nella fattispecie uno di semiotica e uno di filologia; un libro uscito in traduzione italiana nell’86; il numero tredici della collana fabula di adelphi; due libri italiani da mettere in qualsiasi lista in qualsiasi momento; un classico letto a un’età impropria; uno dei pochi e, forse, degli ultimi libri tedeschi che ho letto.
credo di veder comparire qui in cifra (attraverso una traduzione) anche l’opera omnia di pavese, leggendo la quale guarii dalla fine di un amore infelicemente vivo innamorandomi perdutamente di uno scrittore morto. ma quanti sarebbero i libri da citare, quelli dell’età impressionabile che a un certo punto finisce, e oltre la quale ci sono più che altro libri belli o libri buoni, raramente libri sconvolgenti.
b come balcone
“you gave me hyacinths first a year ago.
they called me the hyacinth girl.”
– yet when we came back, late, from the hyacinth garden,
your arms full, and your hair wet, I could not
speak, and my eyes failed, I was neither
living nor dead, and I knew nothing,
looking into the heart of light, the silence.


con mia grande soddisfazione, le pro-post(e) del Giardiniere stanno prendendo un ordine alfabetico (anticipando mirabilmente una cosa di cui poi vi parlerò).
questo balcone giunge a ideale complemento degli scaffali di cui si discorreva, con le medesime qualità rivelatrici,* in particolare come microesempio di giardino dove coltura e cultura sono una cosa sola e l’immagine dei giacinti – dai colori falsamenti autunnali ma in realtà, com’è naturale, primaverile – conduce a un riferimento letterario (eliot, la terra desolata) oltre che a quello mitologico, trionfante dove giacinti e narcisi sono vicini. a proposito dei miti da cui questi fiori prendono il nome – questi giovinetti morti per amore, l’uno della propria immagine, l’altro di apollo – s. teorizza un «complesso di giacinto», applicabile a chi si lascia distruggere da un rapporto amoroso, se ho capito bene.
(ma come sempre a me i fiori piacciono molto anche solo così, da guardare.)
* a proposito, commentando questa cosa sul weblog di gattostanco si diceva che su internet si vedono splendide foto di fiori, ma raramente gli attrezzi da giardinaggio: s., consideralo un suggerimento.
scaffali: libri acchiappati al volo dopo aver amato il film

• james cain, la fiamma del peccato, trad. di m. martone, garzanti, milano, 1966
• truman capote, colazione da tiffany, trad. di b. tasso, garzanti, milano, 1992
• roddy doyle, the commitments, minerva, london, 1991
• joseph kessel, belle de jour, gallimard/folio, paris, 2003
• pascal quignard, tous les matins du monde, gallimard/folio, paris, 1995
• georges simenon, les fiançailles de monsieur hire, fayard/presses pocket, paris, 1994
• walter tevis, l’uomo che cadde sulla terra, trad. di g. pignolo, mondadori/classici fantascienza, milano, 1982
• jim thompson, rischiose abitudini, trad. di a. veraldi, longanesi, milano, 1991
lo stesso impulso mi porterà a prelevare dalla collezione fanucci di pi io sono leggenda di richard matheson, mentre do androids dream of electric sheep continua a lampeggiare da vent’anni tra questi desideri film-indotti senza mai atterrare sullo scaffale, chissà perché.
le orecchie e la testa
volevo fare una lista come quella fatta da totentanz l’altro giorno: «i dieci dischi che mi hanno cambiato…», ma non ci sono riuscita. all’inizio mi pareva facile, poi la lista cominciava a sbrodolare in una dei dischi più belli o più amati, e siccome non era questo il senso, l’ho piantata lì.
di sicuro mi hanno cambiato le orecchie: ai primordi, la cosiddetta «raccolta rossa» dei beatles (se l’orecchio per il pop non si appuntisce lì, non accadrà mai più), e anni dopo brilliant trees di david sylvian (la scoperta della ricerca a partire dal pop). questi tra i dischi che ricordo di aver preso io volontariamente in mano, senza sapere bene cosa avrebbe voluto dire. ma in realtà mi accorgo che a cambiarmi le orecchie bastano incontri ben più fortuiti.
photo friday: furry
sono iscritta alla newsletter di photo friday, ma finora ero stata sempre troppo pigra per fare una foto apposta, e anche per recuperarne una già fatta. oggi però non ho potuto esimermi.
se gli angeli esistono, sono pelosi.

(scan of a colour film print)
