ancora di pile e scaffali e, ovviamente, di polvere *

Dustvorrei fare mia la categoria del discopolvere individuata da emmebi: visto che sono fresca di riordino dei cd, proclamo subito discopolvere il recente night and day II di joe jackson (delusione proporzionale all’amore per night and day, ovviamente), oltre a cose più vecchie come il terrificante – e premonitore nel titolo – dust di peter murphy, thanksgiving di boo hewerdine (ex bible), southpaw grammar di morrissey (che mi ha impedito di ascoltare tutti i suoi seguenti compreso l’ultimo. ho paura). insomma, tendo a peccare per fiducia nel vecchio talento, più che per attrazione verso il nuovo: sono stata più brava a decidere acquisti come gli ark (il primo) e i franz ferdinand, mi piacciono (ma ho 3 dischi degli ash, e anche ai tempi so di aver ascoltato solo 1977). ce ne saranno certo altri di questi esemplari, annidati negli scaffalini ikeaguinea, ma è meglio se la polvere arriva al punto di renderli invisibili. vorrei proprio darli via, diciamolo. però rimane sempre un dubbio, come per i vestiti che non metti mai. e se un giorno lo ascolto con più attenzione e scopro che è bello? e se è colpa mia che non ero nello stato d’animo di apprezzarlo o non l’ho ascoltato abbastanza per arrivarci? l’insicurezza è in agguato, ma dubito che riuscirà mai a riscattare questi album dalla loro aura inutile. discopolvere sei e discopolvere ritornerai. (* tutte le volte che si parla di polvere, tenere presente che chi scrive è allergica agli acari.)

scaffali: agatha christie

Pinter2ho recuperato il lotto di gialli degli spensierati anni dieci (i miei) da una cassapanca un po' umida. uff, sono tantissimi, non ho voglia di copiarmi i titoli e ho una scusa per non farlo: a quanto pare avevo già tentato un inventario (recto. sul verso c’è solo «N or M 1941 Quinta colonna»).
ci sono 22 oscar gialli,
4 gialli,
1 classico del giallo (trappola per topi, 1979),
1 volume della serie «tutti i racconti di agatha christie»,
1 giallo economico classico newton compton (!),
3 tascabili inglesi fontana di cui uno (ma ne devo avere un altro coevo da qualche parte) del 67, per la precisione un mese più vecchio di me, e inoltre: Pinter1
hercule poirot. l’ora della verità, a c. di a. tedeschi, traduttori vari, mondadori, omnibus gialli, 1975 (rist. 1979; è uno di 5 omnibus* dedicati ad a.c.)
• emma ercoli, agatha christie, il castoro 144, la nuova italia, firenze 1978 (bella copertina)
• sara cortellazzo e dario tomasi, agatha christie il giallo il cinema, aiace, torino 1986. qui qualcosa su ferenc pintér.

* gli omnibus di una volta. li fanno ancora, ne abbiamo uno di ellroy: grafica di copertina orrenda, volume cartonato ma fresato e ricoperto di carta orrenda, interno stampato su carta da cesso (e già che ci siamo, andrebbe additato al pubblico ludibrio anche il genio che un po’ di anni fa ha deciso di comporre tutti i libri mondadori in palatino).

la ragazza di nome johnny:

non c’è nessuno come lei. nessuno con la sua libertà di sfidare gli stereotipi – di genere, soprattutto, ora anche della vecchiaia (e io sono sempre alla ricerca di modelli per invecchiare).

c’è stato glad day proiettato dietro il palco, e il nuovo classico my blakean year.

la storia di quando rimbaud rischiò di morire a milano: svenne per la fame in piazza del duomo, ma una vedova lo portò a casa sua e gli diede da mangiare. (domani è il 150° della nascita.)

l’attaccamento a certe icone, in barba al rischio di banalità: sullo schermo marlon brando, jim morrison, la mano di papa luciani per wave.

il divertimento di fare una cover di george michael – proponendosi come father figure assai più credibile.

il bis perfetto: because the night, trampin’, gloria.
che suggerisce perché lei sia una leggenda: per lo stile – che si riassume tutto nell’uso della voce – più che per la musica. e infatti il suo pezzo più famoso (e il suo primo successo) è una cover, il secondo pezzo più famoso è suo per metà. così bello che non si può consumare mai. lo saprà, che a noi fa pensare all’atalante di jean vigo?

e la musica? è il calore di un rock classico che funziona alla perfezione (per chi come me tende a non apprezzare tanto le chitarre soliste, lenny kaye è una cura), ma innervato e inquinato da quella voce che senza tante cerimonie attacca con pissing in a river e così in un attimo torna al suo posto, sotto la pelle di chi ascolta. proprio un bel concerto.

[a quanto mi ricordo ci sono state anche redondo beach, free money (forse anche break it up?), beneath the southern cross, gandhi, people have the power, alcune piccole prediche, perdonabili, grazie al suo bellissimo sorriso.]

fuga dall’alcatraz?

stasera a milano c’è patti smith. non ho mai visto patti smith, e più vicino dell’alcatraz potrebbe venire solo nel tinello di casa mia (in mezzo per la verità c’è un’altra piccola discoteca, che purtroppo però non fa più concerti), quindi si va.

ciò peraltro solleva per l’ennesima volta una questione confusa: i milanesi ricorderanno che qualche anno fa partì una campagna di boicottaggio di questo locale. un raduno di estrema destra era stato ospitato da un club più piccolo nello stesso stabile, e si disse che la proprietà dei due locali era la stessa – riconducibile a un tale di cui, a quanto leggo in rete,* chi si ricorda gli anni 70 tende a diffidare (ma pare sia stato anche gestore – o padrone? – del rolling stone, e non ricordo che nessuno abbia mai boicottato il rolling stone, da quando sto a milano).

è ben noto che io di politica non capisco una cicca e mezzo, quindi se qualcuno ha notizie più precise su questa faccenda, mi illumini.

* fonti: kataweb, umanità nova, contropotere digest, notizie riprese da repubblica, dal corriere, dall’ansa. non si riesce a fare la ricerca in indymedia, immagino siano i postumi dell’iniquo sequestro dei server.

contributors welcome

(ma è sempre valida anche l’esortazione a chi venisse preso, pur estemporaneamente, dal pollice verde del lunedì a contribuire dal proprio weblog, se ce l’ha – mica come il giardiniere e i suoi fratelli… ho deciso che devono almeno aprirne uno a sei mani. intanto però l’inventore del monday bud blogging ha preso la varicella: pare che somigli a una rara specie di orchidea! ciao s., guarisci presto.)

da untitled io, un contributo estivo e linguisticamente interessante al tema della lettera b.

Arampicante

da stefano, un contributo pienamente romantico – direttamente dalla germania – al tema della lettera d.

Rosadijena

altri reperti da altre case

c’era una volta un pannello di compensato su cui lasciavo sedimentare cartoline, ritagli, foto, icone della più varia provenienza. alcune immagini le avevo già tratte in salvo, ma il grosso del mucchio l’ho recuperato solo di recente: l’effetto che faceva è più o meno questo. si aveva un po’ il culto del bianco e nero, allora,tanto è vero che si faceva un sacco di arte della fotocopia – a parte fanzine e flyer, conservo ancora certa carta da lettera il cui retro si presentava così o così (se l’autore si riconosce, si faccia avanti!)

what’s in a name?

da queste parti ogni tanto si parla delle proprietà dei nomi: continuo con una nota ispirata da un post di palmasco (scritto in appendice a una riflessione a più voci su quello che si dice nei weblog e come lo si dice) a proposito dei nickname e della possibilità che celino soltanto una pusillanime volontà d’anonimato.
ci pensavo un po’ di tempo fa, leggendo su nazione indiana due vecchi interventi di carla benedetti (1 e 2, giugno 03) sulla valenza «politica» del nickname nei weblog, tema contiguo a quello che ora torna qui: a parte il fatto che nei blog italiani il fenomeno salta all’occhio perché i nick sono spesso strani (mentre nel web angloamericano si usa più di frequente un/il nome proprio, anche se si omette il cognome), non credo che questa scelta indichi automaticamente uno scarso senso di responsabilità verso quello che si scrive, né un insensato adeguarsi a un costume. a me sembra normale che il weblog rappresenti per i più un eteronimo, e normale invece che si firmi con nome e cognome chi nei weblog esercita un’attività omogenea alla sua vita quotidiana (o tiene un sito informativo in cui fa parte dell’informazione dire da che persona fisica viene). per questo non ha in effetti molto senso che marsilioblack si firmi marsilioblack (questo era uno degli esempi di CB), mentre ha senso che chi vuole sperimentare la forma di comunicazione e di elaborazione di contenuti del blog senza essere influenzato dalla sua «prima» identità lo faccia con un nickname. è chiaro, no? il soggetto implicito è diverso, che il nome sia diverso è solo una conseguenza – anche se stimolata, al suo nascere, da un istinto di difesa da occhi indiscreti (quelli di chi ci conosce).