fuga dall’alcatraz?

stasera a milano c’è patti smith. non ho mai visto patti smith, e più vicino dell’alcatraz potrebbe venire solo nel tinello di casa mia (in mezzo per la verità c’è un’altra piccola discoteca, che purtroppo però non fa più concerti), quindi si va.

ciò peraltro solleva per l’ennesima volta una questione confusa: i milanesi ricorderanno che qualche anno fa partì una campagna di boicottaggio di questo locale. un raduno di estrema destra era stato ospitato da un club più piccolo nello stesso stabile, e si disse che la proprietà dei due locali era la stessa – riconducibile a un tale di cui, a quanto leggo in rete,* chi si ricorda gli anni 70 tende a diffidare (ma pare sia stato anche gestore – o padrone? – del rolling stone, e non ricordo che nessuno abbia mai boicottato il rolling stone, da quando sto a milano).

è ben noto che io di politica non capisco una cicca e mezzo, quindi se qualcuno ha notizie più precise su questa faccenda, mi illumini.

* fonti: kataweb, umanità nova, contropotere digest, notizie riprese da repubblica, dal corriere, dall’ansa. non si riesce a fare la ricerca in indymedia, immagino siano i postumi dell’iniquo sequestro dei server.

contributors welcome

(ma è sempre valida anche l’esortazione a chi venisse preso, pur estemporaneamente, dal pollice verde del lunedì a contribuire dal proprio weblog, se ce l’ha – mica come il giardiniere e i suoi fratelli… ho deciso che devono almeno aprirne uno a sei mani. intanto però l’inventore del monday bud blogging ha preso la varicella: pare che somigli a una rara specie di orchidea! ciao s., guarisci presto.)

da untitled io, un contributo estivo e linguisticamente interessante al tema della lettera b.

da stefano, un contributo pienamente romantico – direttamente dalla germania – al tema della lettera d.

altri reperti da altre case

c’era una volta un pannello di compensato su cui lasciavo sedimentare cartoline, ritagli, foto, icone della più varia provenienza. alcune immagini le avevo già tratte in salvo, ma il grosso del mucchio l’ho recuperato solo di recente: l’effetto che faceva è più o meno questo. si aveva un po’ il culto del bianco e nero, allora,tanto è vero che si faceva un sacco di arte della fotocopia – a parte fanzine e flyer, conservo ancora certa carta da lettera il cui retro si presentava così o così (se l’autore si riconosce, si faccia avanti!)

what’s in a name?

da queste parti ogni tanto si parla delle proprietà dei nomi: continuo con una nota ispirata da un post di palmasco (scritto in appendice a una riflessione a più voci su quello che si dice nei weblog e come lo si dice) a proposito dei nickname e della possibilità che celino soltanto una pusillanime volontà d’anonimato.
ci pensavo un po’ di tempo fa, leggendo su nazione indiana due vecchi interventi di carla benedetti (1 e 2, giugno 03) sulla valenza «politica» del nickname nei weblog, tema contiguo a quello che ora torna qui: a parte il fatto che nei blog italiani il fenomeno salta all’occhio perché i nick sono spesso strani (mentre nel web angloamericano si usa più di frequente un/il nome proprio, anche se si omette il cognome), non credo che questa scelta indichi automaticamente uno scarso senso di responsabilità verso quello che si scrive, né un insensato adeguarsi a un costume. a me sembra normale che il weblog rappresenti per i più un eteronimo, e normale invece che si firmi con nome e cognome chi nei weblog esercita un’attività omogenea alla sua vita quotidiana (o tiene un sito informativo in cui fa parte dell’informazione dire da che persona fisica viene). per questo non ha in effetti molto senso che marsilioblack si firmi marsilioblack (questo era uno degli esempi di CB), mentre ha senso che chi vuole sperimentare la forma di comunicazione e di elaborazione di contenuti del blog senza essere influenzato dalla sua «prima» identità lo faccia con un nickname. è chiaro, no? il soggetto implicito è diverso, che il nome sia diverso è solo una conseguenza – anche se stimolata, al suo nascere, da un istinto di difesa da occhi indiscreti (quelli di chi ci conosce).

stasys eidrigevicius

stava lì, in tutte queste gallerie online sulla grafica polacca (nonostante sia lituano), stava lì in silenzio e io non lo sapevo. fino a ieri. rivelazione, e un improvviso intenso desiderio di partire per varsavia: dico, ci sono posti sulla terra dove i manifesti dei film negli anni ottanta erano così

(stasys, wish you were here di david leland; andrzej pagowski, after hours)

ma che differenza antropologica c’è tra noi e i polacchi? siamo poi sicuri di avere lo stesso dna? cosa c’è di polacco in me che nonostante kieslowski mi ostinavo a negare?
(insomma, la solita domanda che uno comunque si fa e si farebbe ovunque si trovasse – cosa ci faccio qui?)

galleria di opere originali su stasys on the net.