questi badseeds

sono puntuali come ragionieri nel salire sul palco, numerosi come una compagnia teatrale, superprofessionisti e lavoratori indefessi nel ricreare il suono del disco nuovo, in un set che fila liscio liscio, con le impennate forsennate di supernaturally, get ready for love, there she goes, ma accuratamente distribuite, quasi sobriamente distribuite. i pezzi di prima (prima che bargeld lasciasse, prima che il pubblico di cave diventasse quello indifferenziato e placido dei concerti mainstream e discretamente costosi, prima che la band-modello-base diventasse così evoluta, spettacolare dentro il trapezio delle due batterie e delle due tastiere) arrivano nella seconda parte, tra una red right hand e una stagger lee veramente bellissime; in mezzo anche deanna (ma siccome saltavo solo io ho colpito con il mento lo spettatore davanti, sorry), do you love me, god is in the house, qualcos'altro che non mi ricordo. i brani di the good son sono quelli in cui il suono di prima si fa rimpiangere (weeping song e ship song). e poi sì, alla fine di tutto the mercy seat. finalmente senza giacca e senza coro gospel, un po' meno vecchio elvis, un po' più nick cave.

h come handicap

Acquarioche strano ripescare in un ufficio appena imbiancato, col parquet nuovo e le lampadine che pendono dal soffitto, gli appunti per il sillabario del lunedì del giardiniere, secondo il quale «il giardinaggio è anche metafora, antidoto, rifugio, handicap».
in realtà la labirintica «passeggiata nell’h» di s. era cominciata con la parola herbarium, ricca di associazioni e ricordi, per passare attraverso hortus in alcune delle sue versioni – hortus cinctus, hortus conclusus, hortus erasmi (vedi alla voce giardini) –, ma senza troppa convinzione, per poi arrivare attraverso l’imprevedibile traghetto google al trattato the anatomy of melancholy. che c’entra l’acca, verrebbe da chiedersi, ma, visti sul frontespizio hypocondriacus e hellebor, ecco che la rotta della navigazione pare ritrovare un senso… il giovane malinconico si rifugia in un giardino in cui lo svantaggio del suo temperamento può diventare – diventa – un talento.

(se ho capito giusto, altrimenti il giadiniere mi smentirà. per continuare: un altro weblog, un’altra h.)

non sempre i fine settimana

portano sorprese. e invece stavolta, se già ero contenta di un sabato pomeriggio come di vacanza e di novità, in cui non mi sembrava neanche di essere a/di milano (be’, comunque io in effetti non sono di milano), tornare a casa e trovare un’email che mi annuncia un insperato concerto dei legendary pink dots domenica non poteva che rendermi più contenta (oltre a inquietarmi un po’, ma è normale).
dunque, la stessa giornata in cui ho dovuto recarmi al paesello e andare a messa (sì, ho dovuto) si è conclusa con edward kaspel a strillare  «our lady’s selling tissues for the tears, for all the years of blessed rape in the name of our sweet lord» – davanti a cento persone se contiamo anche i baristi, i venditori di cd e la cassiera. ma tra costoro, totalmente imprevisto, si è manifestato il bel viso del cultore di suoni strani a cui devo molti dei grilli che ho per il capo: non ci vedevamo da sei o sette anni, neanche a metterci d’accordo ci saremmo riusciti. L’abbiamo lasciato ad aspettare di parlare con kaspel e silverman mentre noi correvamo a prendere la novanta, con in mente l’ultima bottiglina di birra rossa rimasta nel frigorifero.

con steinlen

Steinlen1_1dichiaro chiusa questa settimana piena di gatti sul weblog e di salvaged books.
tra i libri salvati questa settimana da un triste destino in un seminterrato umido c’era un opuscolo della solita dover che raccoglie disegni di téophile-alexandre steinlen tratti dai volumi chats et autre bêtes. dessins inédits, eugène rey, paris 1933 (edizione di 545 copie), da cui vengono disegni come questo,
e des chats. images sans paroles, flammarion, paris s.d., storielle stilizzate così.
steinlen è famoso come illustratore dello chat noir ed evidentemente considerava i gatti il suo manifesto, ma ha fatto anche illustrazioni a tema sociale per lo chambard socialiste (ma ce ne sono altre qui) e umoristiche per le rire, oltre a tanti affiche.
gira per casa mia anche un certo magnete da frigo con un particolare dal gatto sulla poltrona del musée d’orsay, visibile nella galleria  di dipinti e opere grafiche originali della rmn (micio non dissimile dal gatto sulla balaustra).

gatti alla finestra

Gattediaviè un altro buon suggerimento del giardiniere (mai più senza, ma prima come facevo?) che mi manda uno scatto di un elusivo avi nascosto dietro le sue gatte – e c’è proprio tutto in questa foto: il dentro e il fuori, osservatori e osservati, riflessi…
Gattaallafinestraio invece ho ripescato una foto di un soleggiato sabato scorso in cui miss m. si era messa sul suo sedile preferito davanti alla portafinestra, appena un po’ schermata dalla tenda blu (ma anche l’altro ci sta spesso su quella soglia).

qui vedo in nuce la possibilità di un inopinato e impegnativo filone «i gatti degli altri»; per arginarlo, facciamo così: mandatemi pure foto, se gradite, ma… soltanto di gatti alla finestra.

a grande richiesta

perlomeno del mio guest blogger, s. il giardiniere, che ha praticamente dichiarato la settimana del gatto (vorrei far notare che io cerco di non indulgere troppo a frivolità e svenevolezze, ma qui mi si forza la mano!)

dunque, le immagini dal finale felino di colazione da tiffany: pensavo di aver preso il dvd insieme ad altri di audrey hepburn, e invece no, per l’ottimo motivo che ho vhs originali sia in italiano sia in inglese (però, se trovo qualcuno a cui darle quasi quasi lo prendo, il dvd – andiamo ad alzata di mano, fatevi avanti).
pertanto quelle che metto qui sono delle tenere foto da video, tutte belle sgranate e supersature.

Breakfastattiffanys1   Breakfastattiffanys2   Breakfastattiffanys3

(c’è anche il bacio, nascosto in un pop up perché s. non vuole vederlo, ché si commuove.)

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a mezzanotte in punto

il gatto è schizzato via dal ginocchio di p. con un’unghiata feroce, si è sentito uno strano rombo, la cornice della finestra ha tremato e la piantana dell’alogena ha oscillato. stamattina ho trovato che il castello di eymerich di evangelisti era caduto dalla libreria (giuro).

g come gatto, giardino

Gattogiardino

qui il giardiniere  punta il dito sul «selvatico nel domestico»: lo sguardo ipnotico del gatto pantera, al posto della foresta un giardino, sì, ma sotto forma di un tappeto appena nato (si doveva ancora procedere al primo taglio) e dall’aspetto un poco arruffato (l’erba alta e già ricca di erbette indesiderate dai maniaci del manto verde).

ovvio che lo trovo molto interessante – avevo già adocchiato qualcosa di simile tempo fa, e con il post di oggi friday cat blogging e monday bud blogging slittano fino a sovrapporsi, come in un lungo fine settimana che in effetti non potrebbe avere, per me, ingredienti più riposanti.

com’è sua abitudine, il giardiniere non tralascia le suggestioni letterarie – pensa in particolare a elsa, ai suoi alibi. alle sue storie di gatti: minna la siamese, canto per il gatto alvaro, il gatto all’uccellino e la poesia alibi.


ma dove vai? che mai cerchi? invano, gatta-fanciulla,

il passaggio d’edipo, sul tuo cammino aspetti.


povero come il gatto dei vicoli napoletani

come il mendico e il povero borsaiolo,

e in eleganza sorpassi duchi e sovrani

e da elsa a interno di penna:

dal portiere non c’era nessuno.

c’era la luce sui poveri letti

disfatti. e sopra un tavolaccio

dormiva un ragazzaccio

bellissimo.

                uscì dalle sue braccia

annuvolate, esitando, un gattino
.

è chiaro che, lasciando i giardini, l’excursus letterario sui gatti sarebbe lunghissimo, anche mantenendo una certa severità nella scelta. allora mi limito a rimandare a pavese e a un bigino.