still life

mi è sempre piaciuto molto di più di «natura morta»: mi pare renda meglio il rapporto tra questo tipo di pittura e la natura che spesso prende come oggetto. ma a farmi appassionare al genere sono stati floreros e bodegones del seicento spagnolo, dove la terminologia suggerisce già una particolare densità, un rapporto più intenso con la realtà. in particolare zurbarán, in particolare questo quadro della national gallery di londra e il premetafisico – nulla di «naturale», qui – bodegon de cacharros del prado (ma pare ce ne sia un altro identico a barcellona).
il motivo della tazza con la rosa ritorna anche nel quadro degli agrumi che sta a pasadena, e c’è chi fa rientrare nel genere anche il disarmante agnus dei.

il prado naturalmente (!) è una specie di trionfo della natura morta: meléndez (anche con queso), i cardi di cotán e ramirez, e che dire della frutta candita o conservata di van der hamen (prado ma anche washington)?

per finire metto un link a el labrador come omaggio floreale al giardiniere di questo incolto weblog: caro s., torna, sono un po’ preoccupata, i roseti sono trascurati e bisogna preparare il sito per l’inverno…

stasys eidrigevicius

stava lì, in tutte queste gallerie online sulla grafica polacca (nonostante sia lituano), stava lì in silenzio e io non lo sapevo. fino a ieri. rivelazione, e un improvviso intenso desiderio di partire per varsavia: dico, ci sono posti sulla terra dove i manifesti dei film negli anni ottanta erano così

(stasys, wish you were here di david leland; andrzej pagowski, after hours)

ma che differenza antropologica c’è tra noi e i polacchi? siamo poi sicuri di avere lo stesso dna? cosa c’è di polacco in me che nonostante kieslowski mi ostinavo a negare?
(insomma, la solita domanda che uno comunque si fa e si farebbe ovunque si trovasse – cosa ci faccio qui?)

galleria di opere originali su stasys on the net.

ofelia o non ofelia?

uhm, si è riparlato di morte per acqua nei commenti, dopo che da settimane il Giardiniere sollecitava un post sull’argomento: scopo, ulteriore scandaglio del titolo del weblog (a definizione di un ecosistema del sito?); spunto, la famosa ofelia di millais.

dunque, che cosa penso quando vedo ofelia? penso che è un quadro che non mi piace particolarmente – certo meno di altri preraffaelliti; mi fa impressione – e che non mi ricordo chiaramente di averlo visto anche se un paio di volte in quel museo ci sono stata. penso al freddo. penso allo stigma di certi destini, oh, così «femminili». penso a virginia woolf. penso alla paura di andare sotto con la testa (e alla malattia mentale, sì).

un pensierino anche al contrasto fra gli esiti rarefatti di questa pittura e il suo primo intento (affrontare soggetti a sfondo morale attraverso un realismo sedicente primitivo, pittura en plein-air ecc. – all’esperto il compito di identificare i fiori del dipinto).

ma qui ofelia è ancora viva o è già morta? io propendo per la seconda ipotesi, però forse non è così scontato.

quanto ai riferimenti letterari cari agli anglisti di passaggio: o anglisti, non citerò né amletola tempesta, né eliot, e non citerei neppure moby dick, per quanto io sia devota a questo libro, se non vi avessi rintracciato una nota su narciso che si inserisce di diritto negli inventari riguardanti fiori e morte per acqua:

why did the old persians hold the sea holy? why did the greeks give it a separate deity, and own brother of jove? surely all this is not without meaning. and still deeper the meaning of that story of narcissus, who because he could not grasp the tormenting, mild image he saw in the fountain, plunged into it and was drowned. but that same image, we ourselves see in all rivers and oceans. it is the image of the ungraspable phantom of life; and this is the key to it all.

ed essere sopraffatti dalla vita è rischio quotidiano, perché

the sun hides not the ocean, which is the dark side of this earth, and which is two thirds of this earth. so, therefore, that mortal man who hath more of joy than sorrow in him, that mortal man cannot be true– not true, or undeveloped.

tuttavia non citerò neanche i classici… ecco invece due poesie trovate, orrore, via google, totalmente prive di pedigree canonico.

morte per acqua di patti smith

quanto tempo fa fu promesso all’uomo?
mai più. no non più.
niente morte per acqua.
eppure quante domande sorgono come lievito.
come il morto perfetto;
ci fu veramente il mar rosso?
governa l’uomo il fiume?
lei/lui affogò?
fu per cause naturali?
ci fu dolore?
Quante lacrime sul tuo cuscino.
di coccodrillo o sincere. punto cruciale.
brian jones affogato. con la faccia in giù.
In una vasca da bagno per bambini. fonte di gioventù
jim morrison, il nostro agnello vestito di pelle.
aveva paura del bagno. ci avvisò. casa dei giacinti.
come lo sapeva. come cristo lo sapeva.
nessun dubbio su questo. un uomo segnato è sempre
il primo a sapere. morì in una vasca da bagno.
piegato in avanti come marat.
unico indizio un segno rosso
sul suo cuore.
qualcuno disse che c’erano le ultime parole. acqua
versata dai suoi occhi. egli era veramente immacolato
eppure sorpreso. fuori pioveva. nuvole da temporale.
acque pericolose. l’acqua traboccava dalla vasca.
egli guardò. poi gridò:
«ma tu avevi promesso».

(fonte? traduttore? a naso, potrebbe venire da un vecchio libro newton compton)


morte pe’ acqua di antonio carlo ponti

pe’ ‘l troppo abbajà
li cani cíono la rincalatía;
‘n se sintía andro romore
che l’acqua jaccia de ‘l Miànnoro
sotto a la luna che parìa d’argendo
fuso co’ lo scuro de li ripali
e de l’ellera avvorda a li tronchi
de l’alberi tamanti.
fu quilla la notte che Arcibiade
‘l lupo mannaro morette
fogato jù la chiusa de l’Accorda.
Chi dicette disgrazzia.
Chi dicette suciddio.
Cìa l’ócchi operti e la trippa gonfia.

per il troppo abbaiare / i cani avevano la raucedine; / non si udiva altro rumore / che l’acqua fredda del Meandro / sotto la luna che sembrava d’argento / fuso con il buio degli argini / e dell’edera avvinghiata ai tronchi / degli alberi giganteschi. // fu quella la notte che Alcibiade / il licantropo morì / annegato giù alla chiusa dell’Accolta. // chi disse disgrazia. / chi disse suicidio. // aveva gli occhi spalancati e il ventre gonfio.
(dal sito sulla poesia dialettale italiana del brooklyn college; trad. dal dialetto umbro dell’autore)

scaffali: libri acchiappati al volo dopo aver amato il film

• james cain, la fiamma del peccato, trad. di m. martone, garzanti, milano, 1966
• truman capote, colazione da tiffany, trad. di b. tasso, garzanti, milano, 1992
• roddy doyle, the commitments, minerva, london, 1991
• joseph kessel, belle de jour, gallimard/folio, paris, 2003
• pascal quignard, tous les matins du monde, gallimard/folio, paris, 1995
• georges simenon, les fiançailles de monsieur hire, fayard/presses pocket, paris, 1994
• walter tevis, l’uomo che cadde sulla terra, trad. di g. pignolo, mondadori/classici fantascienza, milano, 1982
• jim thompson, rischiose abitudini, trad. di a. veraldi, longanesi, milano, 1991

lo stesso impulso mi porterà a prelevare dalla collezione fanucci di pi io sono leggenda di richard matheson, mentre do androids dream of electric sheep continua a lampeggiare da vent’anni tra questi desideri film-indotti senza mai atterrare sullo scaffale, chissà perché.

deep end,

che è un finale ma anche il lato profondo della piscina, è il titolo originale di la ragazza del bagno pubblico di skolimowski (1970, è uno dei film «inglesi») e la pellicola che proiettano qui a milano è tutta rossa rossa rossa come i capelli di jane asher, che ha un impermeabile giallo lungo fino ai piedi e gli stivali bianchi. diana dors è grassa e si eccita pensando a georgie best. c’è quasi altrettanta neve che in radio on, ma è a colori. e se quello era un film tedesco girato in inghilterra, questo è un film inglese girato in germania (lo straniamento è benvenuto).
cercando link su questo film, ecco apparire:
un profilo di js da senses of cinema
il brano di cat stevens della colonna sonora (ma c’entrano anche i can)
una recensione dell’epoca.

louis wain (1860-1939)

i suoi gatti sono bruttissimi. antropomorfi, stucchevoli, tardovittoriani. eppure louis wain, popolarissimo in vita per le illustrazioni feline che divennero l’ossessione di tutta la sua esistenza, è oggi oggetto di culto (adorato da david tibet e nick cave, per dire), forse proprio perché il cattivo gusto delle sue immagini appare di una commovente ingenuità una volta messo tra virgolette dal suo destino maledetto.

gallerie: chris beetles e henry boxer.

wain’s kitten book.

invidia

per chi la settimana prossima passerà le mattinate al cinema anteo di milano a vedere heimat 3 fresco fresco da venezia (ma le recensioni non ho voluto leggerle).
stavolta sono 6 film.

presentimenti

and now again
my thoughts are children
with uneasy faces
that awake and rise
beneath running skies
from buried places.

(fatti: 1. la mostra di don mccullin a milano è prorogata fino a domenica. 2. è arrivato il libro di philip larkin.)