ieri sera

ho visto uomini in kilt camminare in corso buenos aires e ho sentito vittorio de seta dire che per  la cultura cinematografica (dico io – stava parlando in particolare dell’arte dell’inquadratura) «la televisione è stata come la diga del vajont».
in questo momento mi viene da pensare che, se qualcuno pensa d’impressionarmi con il blando e tedioso canto religioso al megafono che si ode in questo momento fuori della finestra, dovrebbe giusto dare un’occhiata alla sicilia dei corti di de seta. non vedo che senso abbiano, oggi, certe esangui manifestazioni rituali pubbliche – ma sarò io che, come dicevo, non ho (mai) digerito bene (il venerdì santo).

che altro ho fatto questa settimana? ho ripensato a john foxx, che è tornato in attività ma pare faccia ambient music, accidenti a lui. risentita a volume altissimo la raccolta dai primi tre dischi degli ultravox (questo già sabato scorso, forse).
ho ricevuto un pacco di amazon, scoprendo così che sul dvd della tempesta di jarman ci sono due corti come extra, che nella biografia di marianne faithfull ci sono un sacco di foto, che what’s welsh for zen è un libro enorme.
consiglio l’ordinare così, un po’ a caso, per procurarsi il regressivo equivalente adulto di una sorpresa natalizia.

neverland

peccato, che un soggetto interessante e johnny depp siano finiti in un film così melenso e poco immaginifico.
un po’ di background su james matthew barrie. uno scozzese, ricordiamolo.
a searchable online version di peter pan.
project gutenberg etext.
la curiosità cinematografica del giorno.
e poi rinnovo il link al pp di rackham.
perderei volentieri un po’ di tempo a compilare un glossario parallelo del lessico di pp nelle versioni italiane – nella versione del 22 che ho in mano adesso la fata si chiama «tintinna», e neverland il «paese della favola». che campanellino e l’isola che non c’è siano eminentemente disneyani?

heimat 3

Berlinwalluhm, ho visto il primo episodio… perché mi è parso così banale? sarà il doppiaggio? sarà che non mi piace come sono diventati i protagonisti? sarà che del film corale non c'è quasi più nulla? sarà che è brutto?

stasera una replica di heimat 2 non me la toglie nessuno. metto il dvd dei lupi di natale e cerco di scordare che il muro tra hermann e clarissa sia mai crollato.

flickr

è troppo. davvero, è troppo. non so se avete visto:

one letter pool
typography
type
alphabet
graves, tombs and cemeteries pool

si potrebbero dichiarare ufficialmente superati tutti i photoblog collaborativi a tema, non fosse che in flickr ci trovo qualcosa di dispersivo che un po’ mi respinge. chi è tutta questa gente? perché in due clic mi ritrovo a vedere* lo scendiletto o gli avanzi della colazione di chi ha scattato la foto? paura. sarà il suo bello, naturalmente.

(* su flickr si possono creare set di foto e selezionarle a gruppi a seconda della parola assegnata come tag, ma sulla pagina personale stanno tutte insieme, in una promiscuità un po’ indecente.)

in mancanza della febbre

una valida alternativa per sfuggire alla realtà che, si dice, ci circonda (come in «gettate le armi, siete circondati»), è vedersi un film alla tv.
e il satellite che ti propone? una dose massiccia di film di arthur penn. ieri bersaglio di notte, oggi la caccia (con robert redford giovanissimo e marlon brando che dice cose come «io non ne allevo bambini sopra una galera» e cammina coperto di sangue).
ora che male potrà mai farmi un notiziario?

di teatrino clandestino

ho visto qualche anno fa hedda gabler e ieri sera madre e assassina.
è incredibile quanto sia elastico il dispositivo teatrale, posta come unica condizione la presenza degli spettatori.
loro usano molto il video,* e qui la cosa è portata alle estreme conseguenze: dell'azione teatrale si vede un preciso simulacro videoproiettato e filtrato da un altro schermo, trasparente – le voci ci sono, invece, vere (alla fine dello spettacolo i due schermi si abbassano svelando gli attori e la scatola del teatro) – tranne quando, con un brusco scarto, ci si trova un attore in carne e ossa lì a un metro, in platea.
un meccanismo raffinato applicato a una materia cupa e viscerale: direi che serve, perché non si vuole spiegare ma far osservare, lavorare su piani diversi per esplorare diverse dimensioni dei personaggi (che prima di essere personaggi teatrali sono personaggi di un fatto di cronaca, personaggi televisivi, forse anche personaggi cinematografici, vista la citazione dell'ambientazione anni cinquanta). per questo, credo, il testo è ridotto all'osso – a una sceneggiatura che sa di esserlo, fatta salva la battuta finale «una cosa non sopporto: che di tutto si cerchi di fare poesia» – e giustamente banalizzata la tentazione di una spiegazione puramente sociologica del delitto.

uhm, sì, il tema dello spettacolo è una madre che uccide in puro stile film horror i due figli, ma nel parlare dello spettacolo a me veniva da dire – al posto di infanticidio, che comunque non andrebbe bene perché i figli non sono piccoli – matricidio: c'è materia per lo specialista, mi pare.

* «Quello che la cultura dell’immagine ci ha tolto, il teatro ce lo restituisce nella sua sola grande regola del qui e ora, ma trasfigurato, SPETTRO.» (tc)

ho rivisto viale del tramonto

sabato sera, mentre il piccolo p. (anni 1,5) dormiva nella stanza accanto tutta invasa di odore di bambino.
be’, quella di vedere il dvd con il videoproiettore di mio cognato dev’essere stata un’esperienza intensa, perché ho notato che oggi tendo a tenere le dita della mano un po’ adunche, quando lasciano la tastiera. (oh, magari è solo il freddo.)

inutile sperare in un incentivo statale sui videoproiettori, temo?