joseph cornell

sta sulla copertina dell'edizione adelphi dei già citati sillabari di parise perché pare che a lui piacesse molto. peraltro, piace anche a me.

in rete si può vedere parecchio cornell – webmuseum e tanti i musei veri: per esempio moma, national galleries of scotland, reina sofia, national gallery di washington.

da leggere: qualcosa dal new yorker.

 

solo nel 2011 sono arrivata al libro di charles simic su cornell, dime-store alchemy (ed. it: il cacciatore di immagini)

land of the europlex

Zombiedopo aver a lungo rimandato l’esplorazione del nuovo multisala, 18 schermi dentro il centro commerciale, siamo stati attirati lì dentro dal film di romero. e (un po’ come nel film gli zombie sono mostri ma non cattivi quanto i cattivi vivi, e comunque non possono essere ignorati) gli indubbi vantaggi di un cinema dove si trova parcheggio, la coda è veloce, lo schermo grande e il sonoro impeccabile hanno reso difficile continuare a demonizzare la bizzarra cattedrale di viale sarca. esiste, occupa spazio, e la gente che cerca un posto dove andare ci va (anche se ciò significa passare un sabato sera di luglio ai tavolini di un locale finto messicano in un deserto improprio – guscio di marmo e plexiglas dove la cattiva musica echeggia sinistra).

me and martin parr

Martinparrè una settimana che cerco un momento per prendere due appunti seri, ma ormai dispero, non s’ha da fare.

dunque, in quei giorni lì, a parigi, dove ci si girava ci si imbatteva in martin parr (sito flash, se no avrei linkato direttamente i portfolio).
martin parr frivolo al bon marché (altre foto), martin parr serio alla maison européenne de photographie, dove ci sono anche le foto in bianco e nero dello yorkshire anni 70, di brighton anni 80 e si proietta think of england, ricerca di parr sull’inglesità in un’estate alla fine degli anni 90.

sull’ipocrisia della foto mp dice:
– denuncio il mondo del consumismo ma ne faccio parte
– in serie come quella della coppie che si annoiano, la foto è un’interpretazione: coglie un momento in cui sembra che le coppie si annoino.

sono foto con un grande impatto, ma con una tematizzazione continua sia del senso dell’immagine sia del rapporto del fotografo con quello che fotografa. sarà per questo che mp può agire in tante direzioni? dalla moda alla buffa autobiografia degli autoritratti (fatti da altri), passando per un’impietosa sociologia complicata dalla voluta confusione tra modelli e gente della strada. molta carne al fuoco, molto interessante.
(quando conoscevo solo le cose più recenti lo trovavo un po’ irritante, quei colori iperrealisti, ma poi ho visto il bellissimo volume antologico phaidon che si trova ancora in libreria, e lì appunto yorkshire anni 70, bad weather, studi maniacali di piccole cose di pessimo gusto…)

ah, mp è un collezionista. tra l’altro raccoglie oggetti di produzione industriale ornati con immagini fotografiche, come i mug-ricordino, specialità inglese in effetti.

è ok per me

sono in una fase di afasico quanto intenso apprezzamento del cinema americano degli anni 70. dopo dieci ore a una scrivania, sono stata su una spiaggia di malibu con elliott gould. the long goodbye.
non ho particolari apporti critici in questo momento – tra l’altro, se sugli anni 60 e gli 80 due idee in croce mi vengono, sui seventies faccio discretamente fatica, forse perché ne ho una nozione estremamente lacunosa – ma il gatto non sarà mica una citazione di colazione da tiffany?

i fantasmi di boltanski

parlano dell’identità nella massa, del persistere dell’unità nell’incommensurabile numero dei viventi e dei morti.  chi può negarsi un frisson nel pensare, davanti al grande scaffale pieno di guide telefoniche di tutto il mondo (fine del secondo millennio circa): lì c’è anche il mio nome?
b. setaccia gli archivi, illumina le foto della sua collezione della rivista «détective», esplora la disarmante testimonianza della fototessera, della striscia di provini a contatto, la necessità e l’inutilità della memoria, il bianco e nero delle facce, ognuna ostinatamente diversa dall’altra. dice: conservare è inutile, se metto sotto vetro questo accendino, non è più un accendino.

(ultime notizie di christian boltanski, al pac di milano fino al 19 giugno, gratis il giovedì sera)

se si è un po’ in fuga da questa estate precoce

Lastdaysva bene andare a vedere last days. non che si debba per forza desiderare un’estate fredda e piovosa in un paese freddo e piovoso, e men che meno di avere degli amici così bastardi, benché ascoltino venus in furs ad alto volume.  ma è chiaro che in quel silenzio, in quella casa, in quel verde si sarebbe anche potuto star bene, che da quelle chitarre poteva uscire qualcosa di bello, che le sorprese esistono, come vedere un bambino amish diventare un rocker occhialuto (chiedo scusa, era un pezzo che non mi aggiornavo sulla carriera di lukas haas). le mie cognizioni sullo stato di washington e la foresta pluviale rimangono scarsissime, affidate soprattutto a un thriller di nora roberts letto per lavoro anni fa, ma potrebbero tornarmi utili ora che devo uscire per commissioni in questa calura.

venerdì scorso al ponte

era un po’ che non ci andavamo e mi è subito venuta voglia di fare delle foto: l’esterno, l’ingresso, la lapide vecchia di piazza fontana, le sedie pieghevoli di legno rosse, le pizze dei 16mm di l. nelle loro valigette di cuoio marròn, quadrate con gli angoli stondati, il proiettore di p. che poi è l’eiki dell‘obraz.  invece non ho fotografato niente e mi sono gioiosamente inflitta la più estrema serata del cinefilo, quattro ore senza mangiare senza bere senza dormire senza stare comodi pur di poter dilatare le pupille sulle «cose mai viste»: madame beudet di germaine dulac, borinage di ivens, un chant d’amour di genet, visa de censure n° X di pierre clementi, i cinétracts dei registi del 68 francese, oltre alle indispensabili tre ipotesi sulla morte di pinelli (di questo corto si può cercare il titolo in rete senza neanche un link che lo spieghi, allora diciamolo, che è un film collettivo del settanta, sottoscritto da una fila di gente del cinema lunga così, in cui volontè e compagni mettono in scena – la satira si fa da sola – le tre versioni date dalla questura  sul «suicidio»).
è anche venuto fuori un discorso interessante sulla «pirateria» ovvero le aberrazioni della tutela del diritto d’autore: è innegabile che, se al tempo dei cineclub nessuno avesse fatto nottetempo i controtipi di certi film rari, oggi i medesimi sarebbero ancora più invisibili. e ciò sarebbe male, secondo me.

il resto di niente

Restodi antonietta de lillo, tratto dal romanzo di enzo striano che in effetti fa venir voglia di leggere, ti porta nel settecento in carrozza e te ne fa uscire camminando verso il patibolo. nel frattempo tornano in mente un po’ per volta altre visioni di settecento cinematografico: non tanto abel gance quanto kubrick, greenaway (che però era ambientato un secolo prima), e soprattutto rohmer, e quindi anche il rossellini della presa del potere da parte di luigi XIV (ma c’entra un po’ anche lo spirito delle spoglie ambientazioni storiche di jarman). il teatrino della storia si anima grazie ai disegni di oreste zevola e alla musica di daniele sepe, maria de medeiros è tanto «figura di scena» che il suo accento portoghese autentico non introduce realismo ma un ulteriore straniamento. a me è piaciuto.