l’inventario è una tendenza contemporanea?

sono sempre di più i collezionisti del dettaglio triviale, dice un articolo di alias di sabato scorso (scan 1 e 2, in assenza di legittima copia online), che prende spunto dalla recensione del libro l’originale miscellanea di schott per additare uno spettro di produzione e consumo culturale che va dagli enciclopedisti nominalisti al reality show, passando, e qui vi voglio, per gli «accaniti compilatori di liste in internet». l’idea è che si tratti non solo di un rimedio all’«horror vacui prodotto da un sapere sempre più parcellizzato», ma di una «maggiore consapevolezza della complessità» (uhm, nei reality, non so…) che porta a una curiosità diffusa e a tessere un sapere «orizzontale», collettivo, in cui ognuno è portatore di un pezzetto, per quanto piccolo. impossibile da concepire senza la rete, aggiungerei. dei weblog l’articolo non parla, ma insomma, è ovvio.

un link ai limiti dell’arte: ellie harrison e il day-to-day data project. (avevo anche qualche link su sophie dalle).

con «tre segretarie in gamba»

Tresegretarieingambacontinua l’inventario collaborativo: c’era chi ne invocava la copertina giorni fa, e chi l’ha prontamente esibita. (ovviamente si tratta del giardiniere e del bibliotecario, che ringrazio molto.)
trattasi dunque di outline for a secretary di angela mack, edito a londra da chatto & windus, nell’edizione italiana f.lli fabbri editori, n. 2 dei libri deliziosi – collana per signorinette, 1957.

cion cion blu

la zia lo teneva in un certo armadio, forse per leggerlo o prestarlo volta a volta ai diversi nipoti. fatto sta che, pur avendolo letto moltissime volte, non ne ho una copia mia e quindi non posso scannerare neanche una delle bellissime illustrazioni di ceramiche blu e arance arancioni di iris de paoli (qui si vede bene la copertina).
l’autore del testo, pinin carpi, è morto il primo dell’anno a milano.

in questa settimana

come al solito non ho fatto molto di quello che mi ripromettevo. in particolare mi mancano ancora una cinquantina di pagine del libro che mi trascino circa da maggio scorso (sì, è pazzesco) e che volevo finire entro il 2004, il ritorno dell’huligano di norman manea, così pieno di belle cose sull’esilio e sulla patria della lingua, così poco indulgente verso tutte le età dell’uomo, così punitivo nel farti capire che non sai nulla della romania.

bon, rimandato ancora a domani, perché oggi sono stata a vedere la neve.

poi nelle feste sono arrivate un po’ assurdamente altre rose (e solo una proviene da persona gentile al corrente di questo weblog).

scaffali: libri «al femminile» degli anni 70 che mi rallegrano le vacanze di natale

murderess ink. the better half of the mystery, perpetrated by dilys winn, workman, new york 1979. featuring gorey’s neglected murderesses, a shoplifter’s floorplan of harrods, harriet d. vane’s wardrobe, un ottimo indice analitico. e poi ho sempre desiderato sapere come si faceva i capelli la sposa di frankenstein.

• marjorie rosen, la donna e il cinema. miti e falsi miti di hollywood, dall’oglio 1978 (titolo originale: popcorn venus, gorgeous b/w pictures)

gli scaffali degli altri/4

Scaffalidiavi1    Scaffalidiavi2

travolta dal trasloco dell’ufficio al punto di non aver fatto quasi alcun preparativo per la partenza di domani (sei giorni un po’ più a nord di qui), mi consolo con l’ordine che regna sugli scaffali della maestrina dalla penna rossa, uno a tema queer studies, l’altro linguistica e traduzione. come venerdì, è il giardiniere a immortalare la casa del fratello – il «centro del mondo» – (e io a fare l’inventario delle immagini, ma è ormai attesissimo il weblog delle sorelle materassi).

cime tempestose

letto il post di superqueen sul film tratto da jane eyre, ho ripensato un attimo a cime tempestose come libro che mi è sempre sembrato difficilissimo da illustrare* o da riutilizzare – ma dovrei rileggerlo per poter spiegare perché – nonostante la sua popolarità coronata addirittura dalla pop song di kate bush, e dal quale difatti il cinema non mi pare abbia ricavato niente di memorabile (certo non la versione di wyler né quella di buñuel; non ho visto le più recenti – ce n’è una di rivette e un’altra con juliette binoche e ralph fiennes, bah).

per ritrovare l’inquietudine del libro conviene tornare ai disegni di balthus, che com’è noto l’ha illustrato in parte e al libro era molto legato (altre due immagini qui e qui). il che è interessante perché lo stile di balthus non ha proprio niente di gotico, non gioca a fare period pieces; scavalca insomma le suggestioni più ovvie per rintracciare del testo quello che gli interessa di più. ma del resto quello che suscita più disagio in balthus è sempre il contrasto tra certe rigidità dei tratti, certe schematicità della rappresentazione e le implicazioni tutt’altro che convenzionali del soggetto.
(si dice che questo balletto ne sia stato in qualche modo ispirato.)

 

* paradossalmente, quindi, si potrebbe considerare appropriata l’assurda copertina di questa mia vecchia copia.