golosità sonore

welles2no, quando uno non vede l’ora di andare a casa per poter scaricare le registrazioni del mercury theatre on the air di welles/bernard herrmann – pur sapendo che il download sarà lentissimo all’origine – non si tratta né di interesse né di curiosità e neanche di passione per la radio. è bulimia conclamata.

(ancora una volta via foreword)

comunque sono deliziata dall’aver appreso che: «pare che nessuno sappia di chi sono i diritti di queste trasmissioni». quando le leggi sul diritto d’autore si attorcigliano ossessivamente su se stesse la giusta penitenza è questa (suicidio).

bob mould

non potrà essere definito «middle-aged fat guy» (almeno finché non ingrassa).
vedo oggi che ha un blog dal sottotitolo «a quiet and uninteresting life», dove apprendiamo che ama il macintosh e le canzoni sulla pioggia. non creda di sorprendermi, ché discograficamente ho perso le sue tracce dopo black sheets of rain.

e grant hart? (secondo me dovrebbe essere anche meglio, un blog di grant hart.)

riproduzione casuale

non stiamo parlando di un modello sociale alternativo a quello familiare, bensì di una di quelle tonte domande-test a che girano su internet e a cui ognuno dà una risposta personale, svelando così qualcosa di sé. buffe, rivelatrici, inutili, definitele come volete, basta che non le chiamate meme (già è difficile capire cos’è un meme, non complicatemi la vita con cose che non c’entrano).

io le snobbavo come le catene di sant’antonio, ma l’istruzione «attiva la funzione random dell’ipod e scrivi i primi 15 titoli» un po’ mi diverte perché è una cosa che viene spontaneo fare – e io l’avevo già fatta prima di entrare in contatto con la catena. poiché non si butta via niente, eccola qui: una lista di qualche settimana o mese fa, dunque a suo modo d’epoca (come molta musica all’interno dell’ipod stesso e gran parte del contenuto di questo sito, del resto).

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consumazioni

la tv influenza i miei consumi (vedo un pezzetto dei soprano per la prima volta – finisce con white rabbit dei jefferson airplane tutta intera sui titoli di coda – ci metto ere geologiche a farmi venire in mente titolo e gruppo – invece di chiamare un neurologo, decido di espiare comprando l’edizione rimasterizzata di surrealistic pillow).
i blog influenzano i miei consumi (leggo che garnant e io come concerti di diamanda galas siamo pari – rimembro di avere dg solo su cassette, delle quali reperibile solo you must be certain of the devil – nel cestino della spesa finisce il doppio cd la serpenta canta).
i consumi passati contengono il germe di consumi futuri (ho visto le ristampe sony di soul mining, infected, mind bomb e dusk con le loro copertine coordinate… con la faccia di matt johnson che dice «mi lasci qui sullo scaffale?»… odio questi ricatti emotivi).
«consumo consapevole» è un ossimoro. siamo troppo dipendenti dai suoi affetti collaterali (e non solo nel caso particolare dell’oggetto culturale – pure comprare il detersivo ecologico è un’azione di consumo simile: mi dà più soddisfazione che comprare il detersivo tradizionale).

celtic 2 – rangers 1

ieri c’era il derby a glasgow. mi hanno detto che le due tifoserie cattolica e protestante vengono da belfast con il traghetto per andarlo a vedere.
questo è a tutti gli effetti un blog soccer-free, ma domani torna la troupe che è stata in irlanda del nord a girare un documentario sui ragazzini che giocano a calcio, e aspetto con impazienza i racconti.

intanto, il disco dei franz ferdinand mi fa saltare come una molla dall’inizio alla fine. sarà che il disco è bello o una crisi di irrequietezza primaverile?
ho cercato di appurarlo leggendo qualche recensione in rete. quelle inglesi sono piuttosto uniformemente positive, quelle americane più prudenti. qui in italy, capisco snobbare gli incensamenti eccessivi del new musical express e rintracciare influenze e precedenti, ma non sono d’accordo con le conclusioni liquidatorie (tipo bertoncelli).
sarei più d’accordo con il (presumo) giovane solventi di sentireascoltare.com, che vorrebbe scrivere una roba seria ma non ci riesce, perché quando la musica emoziona non c’è niente da fare (non c’è da preoccuparsi, è questa la croce e delizia di tutta la stampa musicale e soprattutto dei suoi lettori).


dire che i ff ci servono i primi ultravox (per me questo è il richiamo più smaccato) in salsa disco potrebbe significare che sono dei furbacchioni. e lo sono, chi dice di no (basta sentire la differenza tra la versione demo di darts of pleasure e quella, furbissimissima e splendida, dell’album). ma c’è ben altro: this fire, per dire – ma è questa la cifra del disco, data soprattutto dalla voce – fin dal testo è puro atteggiamento da pseudomito del rock, e nonostante questo o proprio per questo, chi lo sa, ha anche una sua verità, una sua urgenza, nel somministrare l’appropriata dose di torva rabbia per nulla esente da languore. nell’equilibrio del tutto convincente tra le due cose c’è, com’è sempre stato nei casi migliori, la modernità del rock britannico del ramo genealogico new wave, e i ff, nel loro bell’album breve, da sentire tutto difilato, senza una caduta di tono, belli pure i testi, sembrano di quelli bravi. (non si dica che sono i nuovi interpol! quei mollaccioni degli interpol? li ho pure visti suonare e mi pare di essermi moderatamente divertita, ma non mi ricordo più nemmeno che faccia hanno.)


intanto a glasgow, pian piano, ristruttureranno tutti i magazzini nel quartiere dei re del tabacco, e finalmente anche quel palazzo di mackintosh piuttosto cadente in una via del centro. ma gli studenti della school of arts continueranno a tirarsela e i gabbiani a strillare e la tennent super a scorrere a fiumi, e qualche bel disco finiranno sempre per rifilarcelo.

è online

una mini galleria fotografica di particolare inutilità: ho passato allo scanner alcune delle copertine che si usava inventare-fotocopiare-disegnare-incollare per le audiocassette casalinghe (prima che diventasse comune farlo col computer, e ben prima dell’avvento dei masterizzatori).
sono graditi contributi: salvate dall’oblio le povere cassette scampate a traslochi e mangianastri, mandatemi le copertine via email.
poi le butteremo via con maggior serenità.

terapeutico

ascoltare la voce asciutta di eliot leggere la terra desolata dopo aver visto il poco efficace spettacolo della cooperativa teatrale dioniso, che mette in scena il testo non resistendo però alla tentazione di inserire altre citazioni del poeta, in modo da far dire il celebre «è questo il modo in cui il mondo finisce» ecc. a una signorina che si toglie due topolini bianchi da sotto la gonna e se li fa correre sulle braccia. bravi i topolini.

songs are like tattoos

è una bellissima cosa che dice joni mitchell in blue. oggi ho visto in offerta il cd e l’ho comprato (mi sembrava un album poco adatto da avere solo su una cassetta al ferro di vent‘anni fa), scoprendo così che il bollino giallo col punto esclamativo per segnalare un disco in promozione è rimasto identico nei secoli, solo più piccolo: 2cm di diametro contro i padelloni grandi tre volte tanto che non si riusciva mai a grattar via dalle copertine dei dischi. però c’è un altro adesivo con scritto newly remastered from the original tapes e il bollino siae, che invece di essere apposto sul retro fa da tatuaggio al mento della signora. mala tempora currunt, si vede dai particolari.