visto che oggi

1. fa molto caldo,
2. ho appreso da it’a sad and beautiful world che c’è il disco nuovo di stan ridgway e soprattutto che è bello,
3. ho letto un post di argomento radiofonico su milton,

trovo sia la serata ideale per risentire il meraviglioso album the big heat – anche a perenne gloria della trasmissione radiofonica d’alta lombardia che portava lo stesso meraviglioso nome, testardamente diffusa per anni dalla stessa persona che adesso testardamente produce questi dischi (niente paura, è un bravissimo ragazzo, prova ne sia che mi ha lasciato trasmettere con lui per un sacco di tempo).
sarebbe anche un modo per segnalargli che ho questo blog: modo un po’ obliquo, visto che non ho mai dato l’indirizzo a nessuno che conosco. ci arrivino da soli, diamine, le regole sono uguali per tutti.

a pensarci, fare quella trasmissione là era un po’ come fare un blog ma senza commenti… solo qualche telefonata (poche) ogni tanto. era di sera, e al di là sembrava tutto buio.

(tranne la colata dell’acciaieria.)

soluzione all’italiana: cambiare tutta la testina

ora si sfoggia una stanton L720 EE soi disant «universale». la prossima volta mi rivolgo davvero ai neozelandesi. comunque, per festeggiare la soluzione, nonché un enorme raffreddore che secondo me giustifica assenza dal lavoro, sto ascoltando il lato b di bossanova (prima di andare non down to the well ma down to the doctor’s per il certificato medico da portare in ufficio domani).

una prece

per un sansui PD-15 (automatic direct drive turntable) in cerca di una puntina nuova.
ora l’ho spostato, ma prima stava sull’itinerario di certe scorribande feline e dev’essere stato un inseguimento particolarmente feroce a spingere il coperchio, far cadere il braccio e spezzare la puntina (in alternativa, un poltergeist).
oggi px prova a cercarla a milano, ma io sono tranquilla, tranquillissima. perché nel frattempo ho scoperto il paradiso della puntina: styli. una presenza in rete con funzioni ansiolitiche fenomenali per chiunque si ostini a tenere in funzione un giradischi. che m’importa se la ditta è in nuova zelanda? they ship worldwide.

a real cool time

torinoangeloè arrivare in un terso pomeriggio d’estate in un parco torinese a piazzarsi al fresco sotto un albero, a guardare i pensionati che giocano a bocce, per la maggior parte a torso nudo, e i fan degli stooges stravaccati sotto gli altri alberi, per la maggior parte vestiti. e passare tutto il tempo a ridacchiare senza leggere neanche una riga dei giornali che ci si è portati dietro, anche perché la mescita della guinness inizia alle cinque del pomeriggio.

un po’ più tardi arriva il momento del corroborante hot dog e anche di avvicinarsi al palco, dove tutti se ne stanno placidamente seduti aspettando il crepuscolo e l’arrivo del gruppo spalla. ma supercool è dimenticarsi in un attimo di quei tamarri del gruppo spalla quando entrano correndo sul palco alcuni individui che erano già lì a cambiare il rock’n’roll quando io avevo un anno, e in pochi secondi scatenano un’onda di marea che mi porta su e giù mentre iggy balza a destra e a sinistra e io ci vedo benissimo e rido per tutto il tempo delle prime canzoni, finché non è meglio accompagnare un po’ più indietro la mia amica pa.
torinomarshallormai a distanza di sicurezza, rimaniamo impietrite mentre iggy fa salire sul palco una masnada di fan scatenando un vero caos, e poi la scaletta si addentra tra i più ostici fiati di fun house. verso la fine del concerto ritroviamo un po’ della nostra comitiva dalle parti del mixer, in tempo per saltare insieme come molle durante la seconda, ancor più devastante (possibile?) versione di i wanna be your dog. la birretta di decompressione al tranquillo chiosco del parco è assolutamente insufficiente a smaltire il rimbombo nei timpani, un simpatico ricordo destinato a indugiare per parecchie ore (px, che è stato davanti tutto il tempo, ne denunciava tracce ancora ieri sera).

credo a questo punto di aver degnamente posto rimedio due mie lacune piuttosto gravi, ovvero: 1. non essermi resa conto per molto tempo che il primo album degli stooges (non per nulla prodotto da john cale) stava lassù nell’empireo dei Debutti Inarrivabili insieme a quelli dei velvet e dei doors; 2. non aver mai visto iggy pop dal vivo fino all’altro ieri. dico, non avrei mai pensato che del rassicurante slogan «non è mai troppo tardi» potesse esservi incarnazione tanto luciferina.

ma credetemi, esistono!

si cominciava a disperare, ieri sera, dopo aver passato ore in un mazdapalace semideserto in attesa degli anarchistes (anche stavolta, la sincronia vita mia-concerti estivi è finita in un buco nero – ma delle quattro cinque band per sentire le quali la festa di liberazione estorceva cinque euro, neppure il nome rimanga, anche se forse sarebbe giusto additare al pubblico ludibrio le loro nefandezze).
ieri sera, pubblico poco. ma les anarchistes sono arrivati. e hanno suonato.

un’oretta più un paio di stornelli popolari con la chitarra senza spinotto, perché ormai si era fatta l’una e mezza e ci stavano cacciando via. si è sentito qualche pezzo del disco che uscirà dopo l’estate, e qualche cavallo di battaglia. l’inno a oberdan che mi aveva fulminato all’inizio del concerto dell’anno scorso (assai diverso: una torrida serata piena di gente al teatro della cooperativa) è arrivato alla fine, in un arrangiamento tirato da uno shuffle ballerino. les anarchistes sono da vedere ogni volta che capitano a tiro, che gente che suona così non ne gira mica tanta. (e bisogna andare numerosi, perché di pubblicità loro non se ne fanno, e portare la macchina fotografica, perché ieri non c’era nessuno che gli faceva le foto e in rete ci sono sempre le solite tre, dove non si vede né nicola toscano chino a maltrattare con amore le sue chitarre né mirco sabatini scalzo alla batteria.)
di attenzione e d’anarchia (un bel covo di splinderiani della notte, quelli col template nero) è il blog del cantante marco rovelli, che tiene anche il blog della banda. essa ha un sito, purtroppo flash e poco aggiornato (colpa del tastierista, pare).

ndr: l’uso di parole come «stornelli» e «shuffle» in questo post potrebbe non avere alcuna attinenza con il significato dei termini stessi.

ahi, la luccicanza

ieri ho fatto un saltino sulla sedia vedendo che acoolsha apre un post su shining citando instant karma di john lennon.
infatti quel pezzo lo trovo tuttora inquietante proprio perché mi capitò di ascoltarlo (stava sulla compilation apparsa poco dopo la mai troppo rimpianta dipartita di jl) appena prima di uscire, andare al cinema e vedere shining.
Il film mi fece così paura che da allora il ritornello citato, we all shine on, ahimè, ha perso tutto quel che poteva avere di solare. e da allora, se penso alla canzone penso un po’ al film, e spesso anche viceversa.

mi era già tornato in mente tempo fa, leggendo un post di webgol in cui antonio sofi da piccolo accosta indissolubilmente venditti all’isola del dottor moreau (il libro). saranno cortocircuiti che si creano in età impressionabili, per lo più, ma sono ben diversi dal banale effetto «colonna sonora», nonostante il meccanismo sia quello della contemporaneità (o giustapposizione, nel mio caso) di musica e… qualcos’altro. c’è anche un effetto di senso, che qui è spiegabile dalla presenza di una parola comune, ma in altri casi è più misterioso.
(il banale effetto cs è invece l’abbinamento musica-ricordo che si costituisce quando la musica si abbina per mera compresenza a un momento della vita: che so, magari a me vita spericolata ricorda la gita della terza media, ma non si tratta di un fatto molto interessante, una volta esaurita la rievocazione. in proposito mi viene in mente hornby quando dice che per lui l’effetto colonna sonora funziona poco, perché poche canzoni per lui sono legate a un momento storico: quelle che gli piacevano ha continuato a sentirle sempre, e dunque hanno con la sua vita una relazione ben più intensa.)

adesso me lo dite? bastardi.

concerto a sorpresa dei cure a milano stasera: non mi servivano né il treno né l’auto né la bici per andarci. bastavano i piedi, al limite un tram.
ci siamo passati, volendo potevo chiedere se c’erano biglietti, o sentirmelo da fuori, ma per i miei nervi è stato un colpo troppo duro.
dopo gli schermi e le videocamere di imola, la mediazione continua: me lo sto guardando in tv. spero che tra la mia vita e i concerti estivi si manifesti per il seguito maggior sincronia, sennò sono fritta.

ps anzi, non potevo chiedere se c’erano biglietti: solo inviti per fan della coca-cola e di mtv. bisogna rassegnarsi: sono orribilmente fuori target.

alle 23.45, fine dello psicodramma: era un set di mezz’ora. posso tranquillamente completarlo con il video di orange senza ulteriori patemi…

per la cronaca

il mio viaggio di sabato verso imola si è svolto con tre mezzi di trasporto: treno, auto e bicicletta.

al matrimonio della mattina avevo un vestito verde bandiera a grossi bolli bianchi, con una giacchina che per caso è dello stesso verde e sandali bianchi. il mio moroso ha detto che ciò sarebbe stato più adatto a un matrimonio nell’ohio degli anni 50, a patto di avere un grande cappello. mio padre ha detto che sembravo miss lega lombarda.

anche questo esperimento di ubiquità è fallito. ho mollato il matrimonio ben prima del taglio della torta, ma questo non mi ha impedito (coda in autostrada) di arrivare al festival troppo tardi per vedere i pixies :-(((( per i quali dovrò continuare a vivere dei ricordi del secolo scorso. la disperazione mi ha impedito di gustare il solare concerto di ben harper, ma mi ha sicuramente predisposto nel migliore dei modi al concerto dei cure.

a un certo punto mi sono convinta della legge dell’impenetrabilità dei corpi, e mi sono rassegnata a restare un po’ indietro sulla destra, più avanti del mixer, ma lontano dal palco. il luogo si è rivelato infestato di fan dediti a cori da stadio assolutamente incongrui per un concerto dei cure (perlomeno nel secolo scorso, dev’essere cambiato qualcosa) e altri fan dediti a un’assidua fotodocumentazione dell’evento. poiché la mia statura mi permette di vedere pochino, anche se rispolvero le nozioni di danza classica necessarie a rimanere a lungo in punta di piedi, è stato il primo concerto che ho guardato prevalentemente attraverso gli schermi ai lati del palco (ovviamente px conosceva gli operatori – l’ho sollecitato a procurarsi a sua volta lavori simili) e attraverso i viewfinder delle videocamerine dei vicini. poiché queste facevano dei totali mentre le riprese ufficiali erano per lo più primi piani, la cosa ha funzionato in una sua maniera un po’ spettrale piuttosto adatta alla circostanza. robert smith canta arricciando il naso in una maniera molto carina. continua a fregarsene della linea, sul palco lavora convinto e si diverte (veramente toste le canzoni nuove – il disco esce venerdì).

robert smith è un grande: va detto, credo, perché a forza di parlare dei cure sempre e soltanto in relazione a un sottogenere si rischia di scordarsene. venticinque anni di carriera di un rigore invidiabile. un suono inconfondibile, ricco, evoluto. qualità media delle canzoni: alta. concerti ottimi: lunghi, compatti, belle varianti negli arrangiamenti. costui dice pure cose intelligenti nelle interviste, non so se mi spiego. però, si dice, «eh, i cure… saran bravi, ma devono piacere»…
a me piacciono. e sentire quella voce è come tornare a casa.

ps a proposito dei megaconcerti, tuttavia, mi allineo al mood del toccante post di polaroid.

galvanizzata

dal post elettrico di garnant – data di ieri – mi sono fermata a pensare a come mai la musica possa diventare per l’ascoltatore un elettroshock buono, un potente stimolo psicoattivo, un propellente cerebrale e motorio, un anestetico un calmante uno stimolante… (e, di recente, anche qualcosa che mi spinge a lasciare commenti prolissi sugli altrui blog.)
di certo non c’è bisogno di metafore materiali tecnologiche farmaceutiche, basterebbe un po’ di sapere scientifico. o forse no. io non so. niente. aspetto lumi da qualcuno versato in psicoacustica.